I racconti dei Demiurghi: Amiternum

Nonis aprilibus, 1042 a. u. c.
(5 aprile del 1042 dalla Fondazione di Roma, 289 d.C.)

Quello che gli speculatores non si aspettavano dal loro arruolamento, erano tutti quei tempi morti tra una missione e l’altra. Non avevano licenza di andare dove volevano, dovevano restare al castrum o nel centro urbano più vicino pronti e all’erta, a disposizione di un incarico che poteva giungere in qualunque momento. Questi periodi venivano sfruttati per aggiornarsi negli studi, per gli allenamenti o altro. Alcuni si inventavano delle attività collaterali, altri si davano alla bella vita, innescando nei legionari un forte risentimento che col tempo era sfociato in un chiacchiericcio insistente sui privilegi di essere speculatores.

La coorte XII, da poco insignita del titolo onorifico di Caesar protector, stava trasferendosi a Spoletium, dove si sarebbe acquartierata e avrebbe atteso nuovi incarichi. Gli speculatores non potevano risiedere al Castra peregrinorum e nessuno della squadra era stato nemmeno sfiorato dall’idea di vivere nella domus della sapiente. Nessuno in squadra, fatta eccezione per il conciliator greco Domiziano il Forte di Achaia, riusciva a sopportarla. Non ci provavano neppure. Vivere sotto lo stesso tetto avrebbe voluto dire avere a che fare con lei per tutto il giorno senza nemmeno potersi sfogare prendendola almeno a male parole.

Gautighot Germanicus, il violens a capo della squadra, si volse a mezzo sul cavallo per parlare con Domiziano quando con la coda dell’occhio colse un movimento oltre la fila di cavalieri. Voltò il destriero sfilandolo dalla fila e puntò lo sguardo oltre le spalle della sapiente, che chiudeva la piccola carovana con Pendaran, ed ebbe un moto d’ira che sfogò all’istante: «Domina delle mie caligae, non ti avevo detto che il tuo seguito doveva starsene a casa?».

Azia Medea Rubinia Antinea non si scompose. Continuò a cavalcare come se a investirla non fosse stata un’invettiva del rozzo germanico, quanto uno spiraglio di zefiro. Inarcò un sopracciglio, restando impassibile, mentre cavalcava accanto al druido britannico. Quando il guerriero aprì di nuovo la bocca per rimbeccarla stizzito dal silenzio e l’espressione sardonica, lei parlò: «Casa mia è a Nicea, in Bithynia et Pontus, l’hai dimenticato? Per andare lì devono comunque traversare l’Italia per imbarcarsi».

Il guerriero non demorse: «E perché diamine sono sulla Cecilia con noi invece che sull’Appia in direzione di Brundisium?».

Lei fece un sospiro profondo, dando un’impressione di esasperata irrisione. «I miei schiavi si prodigano per il mio benessere. Tu non ne hai, non puoi capire, ma per farla semplice loro devono venire con me, perché la mia trireme è sempre ancorata nel porto più vicino alla destinazione. Poiché siamo stati inviati a Spoletium, la trireme sta per ancorare a Castrum Truentinum¹».

Gautighot digrignò i denti, ma prima che potesse esplodere, Domiziano s’intromise: «Caspita, che organizzazione! C’è poi da aggiungere anche che non tutti dispongono di una trireme personale… come l’hai avuta?».

Azia fissò negli occhi il greco, abbozzò un cenno con la testa e rispose, fredda, ma cortese: «L’ho comprata con la vendita della villa di mio padre a Salona. Avendo già la domus di Nicea, quella di Roma e la villa con il vigneto in Achaia, non mi serviva».

«Oh, poverina, che pena mi fai», sbottò la guerriera daciana, suscitando ilarità.

Tutti si stupirono, nel notare che anche la gelida sapiente aveva quasi stirato le labbra. «Sono ricca, Elettra, non l’ho mai nascosto e non ho intenzione di vergognarmene. Tuttavia, mantenere una villa di campagna come quella, che non ha alcun tipo di rendita in quanto non produce nulla e non utilizzarla in alcun modo, era da stupidi. Capisco la tua bassa stima nei miei confronti, ma spero bene che tu non mi ritenga una stupida».

La risposta pacata stridette in tutto il suo piccato significato. Ciononostante, la daciana l’affiancò scalzando di posto Pendaran per parlarci: il suo sogno era di aprire una scuola di combattenti, forse gladiatoria, ma servivano un mucchio di soldi e investimenti oculati. E Azia, per quanto le stesse antipatica, aveva senza dubbio una certa conoscenza di affari. Si inoltrarono in discorsi inerenti investimenti, idee, ammortamenti, ricavi e guadagni, tempi e dilazioni. Azia non comprese quale fosse il progetto di Elettra Igea, ma sentì in cuor proprio che prima o poi lo avrebbe saputo e che avrebbe contribuito a realizzarlo. Sapeva bene, la sapiente, che ottenere del credito per una donna era impossibile a meno di non essere una patrizia. Elettra avrebbe potuto lottare con le unghie e con i denti, ma qualunque idea avesse non l’avrebbe mai realizzata da sola. Lei, però, l’avrebbe aiutata: se c’era una cosa che aveva capito della daciana era che Elettra era una donna concreta e diretta e che non esternava niente di cui non fosse più che certa e questa caratteristica la rendeva un’ottima stratega.

Il resto del giorno trascorse tranquillo, non avevano fretta di concludere il trasferimento e giunsero in prossimità di Amiternum², nel cuore degli Appennini, sul far del tramonto. Il centro sabino era grande, ma essendo in territorio romano non aveva senso ospitasse un castrum. Passarono per il foro, a Nord, giungendo poi fino alle terme dove trovarono ristoro per due assi a testa, mentre gli schiavi di Azia andavano a cercare una locanda dove pernottare, invece di intavolare noiosi discorsi con vicini di bagno troppo curiosi per sapere la stessa cosa. Per una volta nemmeno Gautighot si risentì, pur borbottando qualcosa di inintelligibile quando il nubiano, Cletus, gli si accostò per comunicargli con garbo il posto che aveva trovato per tutti loro.

Anfiteatro di Amiternum

*

Ante diem octavum Idus Apriles – IV vigilia
(6 Aprile – dalle 3:00 alle 6:00)

Cosa fu, nella notte, a svegliare la nobile sapiente, non lo seppe mai con certezza. Non dormiva mai bene da quando si era fusa con la sorella grazie al potere magico della sua spada. Aveva ormai l’animo corroso dalla colpa, dall’orrore di quanto aveva fatto, e la mente perseguitata dagli incubi, forse causati proprio dalla stessa spada, la Plutonis furia. Una delle tante furie, sorella delle più famose e temibili Tisifone, Megera e Aletto, che si era distaccata dai ruoli noti e si era messa al servizio di Plutone. Tuttavia, era e restava un mistero del perché si fosse trasferita nel mondo degli uomini, sotto forma di spada. Uno dei tanti pensieri che le arrovellavano il cervello da quando l’aveva presa anni prima e che non trovavano soluzione.

Irrequieta, si mosse a disagio sul letto fino a svegliarsi del tutto, conscia di essere stata ancora una volta sull’orlo di un incubo. Su di lei incombeva la figuretta esile di Krizia, la sua ancella poco più che bambina, con la mano levata, pronta a scuoterla non appena avesse iniziato ad agitarsi troppo.

Krizia si risollevò e in silenzio si diresse al braciere dove aveva messo a bollire dell’acqua.

«Avevo già iniziato a lamentarmi».

«Sì, domina. Ma ti sei svegliata in tempo. Succede sempre più spesso, ormai».

Scuotendo il capo, la donna si alzò, spazzolando la tunica da fatica che usava per dormire. Di solito non ci si cambiava per dormire, ma dopo le terribili e degradanti esperienze che le aveva inferto il suo defunto e non compianto marito, era diventata quasi compulsiva nell’abitudine di lavarsi ed essere sempre pulita. Cosa che strideva non poco con le esigenze di speculatrix sempre in viaggio.

«Che ore sono?».

«Dalla posizione della luna presumo sia iniziata da meno di mezz’ora la IV vigilia», rispose l’ancella, sporgendosi a guardare il cielo fuori dalla finestra aperta.

Accostatasi all’ancella le fece cenno di tornare a dormire e si servì da sola la tisana che l’altra aveva preparato. La bevve sedendosi su una cassapanca sotto la finestra spalancata, nonostante il freddo di inizio primavera, guardando fuori. Invece di passare, la sua irrequietezza sembrò aumentare e decise di uscire a fare due passi.

Vestitasi di tutto punto e agganciata la spada sulla schiena, si avviò all’uscita stringendo in mano il flauto. Come fu all’aperto iniziò a suonarlo piano, per non disturbare il sonno degli altri ospiti della locanda e, soprattutto, per non svegliare nessuno dei compagni. Non aveva alcuna intenzione di dare ancora spiegazioni, men che meno di sorbirsi l’ennesima sfuriata del comandante sulla sua irresponsabilità nel girare da sola, di notte. Come se non fosse in grado di difendersi, quando aveva già dimostrato a Roma di essere più che capace di farlo.

Quando la spada vibrò la prima volta, interruppe per mezzo sospiro la musica e percepì i passi, inconfondibili. Di tutti, non poteva che essere il germanico quello che le stava andando incontro a passo di carica. Riprese a suonare, seduta sotto al portico che portava alla stalla della locanda, addossata al muro massiccio di pietre montane che sorreggevano un soffitto di legno, calce e ciottoli due piani più in alto, da cui si accedeva al fienile.

Il germanico la squadrò da capo a piedi, aprì la bocca per sbraitare qualcosa, poi sembrò cambiare idea e si sedette in terra, accanto alla sapiente. Tirò su le gambe per sostenere le braccia con le ginocchia e lasciò andare la testa contro il muro, occhi chiusi e cuore aperto. Si sarebbe tagliato la gola da solo prima di ammetterlo, ma gli piaceva la musica di quella rossa spocchiosa e saccente.

Se proprio non poteva fare a meno di stare in piedi nel cuore della notte, almeno non sarebbe stata sola contro chissà quale idiota volesse tentare la sorte con lei. Sapeva che se la sarebbe cavata con dei semplici tagliagole, ma non si poteva mai dire. Qualcuno che le guardasse le spalle non guastava. Si rilassò al suono della musica e il sonno stava per avvincerlo quando qualcosa lo riscosse, una serie di colpi contro il fianco.

Azia smise di suonare, sussultando sotto la stessa violenta vibrazione della spada.

«Che diamine è stato? Cosa c’è qua che…».

«Sssh!», intimò la sapiente al comandante, arrivando a posargli una mano sul braccio, lei che evitava qualsiasi forma di contatto fisico con chiunque. Lui la guardò osservarsi attorno, lo sguardo spiritato, l’espressione concentrata alla luce della luna, come se stesse cercando di capire cosa non andasse.

Poi entrambi compresero cosa fosse l’anomalia.

Regnava un silenzio così profondo e innaturale da far pensare di essere piombati nell’anticamera dell’Averno. Non un fruscio, uno squittio, un frullar d’ali degli animali notturni, niente.

Azia e Gautighot si guardarono negli occhi stralunati, quando quel silenzio sovrannaturale lasciò spazio a qualcosa di ancora peggiore: un gemito montò dalla terra, quasi che la dea avesse deciso di stirarsi dopo un lungo tempo. Il gemito divenne ruggito, infine boato.

La terra iniziò a tremare e continuò a farlo con intensità sempre maggiore. I due non tentarono neanche di alzarsi in piedi, non riuscivano nemmeno a star seduti. Strisciarono, cercando di capire come fare tra un sussulto e un tremolio del terreno, verso il cortile. Le fauci dell’Averno si spalancarono sotto di loro, sotto Amiternum tutta, e li seppellirono crollando il resto sulle loro teste.

Per due interminabili clessidre la terra non accennò a smettere di muoversi, mentre radi strilli terrorizzati si levavano sopra al boato furioso del mondo e al rumore dei crolli. Pietre, legno e calcinacci caddero sui due speculatores e tutto divenne un confuso insieme di macerie e polvere, scossoni e rumori orribili e spavento, dolore, tormento.

Quando tutto terminò, a regnare per qualche battito di cuore fu ancora quel silenzio innaturale. Poi si iniziarono a udire movimenti, pianti, lamenti, sassi e macerie che rotolavano. Facendo forza sulle braccia Gautighot provò a spingere verso l’alto e scoprì di essere stato fortunato: a parte una trave spezzata, poca roba lo ricopriva. Si guardò attorno stupito, tossendo la polvere che velava il mondo attorno a lui, sconvolto nonostante la sua formazione di guerriero pronto a qualsiasi battaglia. Nulla lo avrebbe potuto preparare alla devastazione che la luna argentea gli mostrò spietata tra i veli di polvere che ancora danzava nell’aria immota.

Da un mucchietto di macerie poco lontano si udì il frastuono di un crollo, poi uno sbuffo e infine una serie di colpi di tosse.

«Azia!», chiamò a gran voce, avvicinandosi alla bianca figura impolverata seduta su un cumulo di macerie. Come avesse fatto a uscirne da sola era un mistero, tuttavia non si soffermò sulla cosa, lo sguardo attratto dalla donna e dalla spada sulle sue spalle, che spandeva una luce rossastra nell’area intorno alla sapiente, come una torcia.

«Tutto bene?»

Lei si limitò ad annuire, tossendo ancora, ma provando ad alzarsi in piedi e scrollarsi di dosso i residui del crollo. Si guardò intorno, serrando le labbra. Qualcun altro emerse dalle macerie, poco distante, e vagava istupidito e sotto shock, biascicando qualcosa, forse i nomi dei propri cari.

Attesero quasi una clessidra a guardarsi intorno, a comprendere la situazione, a mettere a fuoco il tutto, mentre in lontananza il sinistro bagliore aranciato delle fiamme tingeva timido, a sprazzi, tratti dell’orizzonte. Qualche braciere aveva trovato nuovo materiale da attecchire, cadendo durante quel terremoto.

«Che Thor mi fulmini, donna, che diamine è successo?».

«Un terremoto. Così forte che sembrava quasi che Latona, la madre serpente, avesse deciso di uscire dalla terra».

Il germanico non rispose, ancora incapace di capire, di giudicare. Poi un lamento giunse loro poco distante. Della locanda non era rimasto che un mucchio di macerie, era implosa, riversando dentro se stessa, come a volersi rigirare da dentro a fuori, i muri dei tre piani e i solai.

I due la fissarono attoniti. Senza nemmeno guardarsi si lanciarono in avanti, fianco a fianco, si chinarono su quel restava della mansio e iniziarono a scavare a mani nude. Lì sotto c’erano i loro compagni e i loro amici, null’altro importava.

Quattro ore più tardi, mentre l’alba sorgeva livida su quella porzione di mondo raso al suolo, tutta la Coorte XII era stata estratta viva, assieme all’ancella di Azia e ai gestori del locale. Tutti erano feriti, più o meno. All’appello mancavano ancora la figlia più giovane dei proprietari, due coppie di altri ospiti e i due schiavi di Azia.

Salendo sul cumulo di calcinacci, Gautighot guardò il resto della città, ma non vide che ruderi, rovine, macerie, dolore, sopravvissuti che scavavano. Non riconosceva la ridente cittadina ai piedi del Gran Sasso, in cui era giunto poco prima dell’ultimo tramonto.

«Com’è la situazione Gauti?», chiese roco il diplomatico, tenendosi il braccio rotto.

Gautighot attese a lungo prima di rispondere: «Amiternum non c’è più».

Quelle parole pesarono quanto e più delle pietre da cui erano emersi. In silenzio si rialzarono tutti e si disposero in due file. Accanto alla locanda c’era un’insula. E accanto una piccola domus. E tante altre case oltre, più giù per una strada che ora si poteva solo immaginare. E sotto quella devastazione c’erano ancora un sacco di persone. Molte sarebbero andate incontro a Caronte, ma nessuno dei sopravvissuti alla locanda, nonostante le ferite, si arrese.

Ripresero a scavare, in silenzio. Non vi erano parole abbastanza giuste per tutto questo.

LEGIO M ULTIMA – I DEMIURGHI

¹ Oggi Martinsicuro, in provincia di Teramo, Abruzzo
² Amiternum è una zona archeologica a circa 11 Km da L’Aquila, insediamento base che poi portò alla fondazione del capoluogo abruzzese nel 1200.

 

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