I Lupanari, le case d’appuntamento romane

Partiamo subito col dire che nell’antica Roma l’esercizio della prostituzione era autorizzato e legale. La prostituzione, infatti, era considerata un fatto del tutto normale. A differenza dei giorni nostri, quindi, la società romana non giudicava negativamente chi decideva di recarsi in un bordello; anche se è risaputo che qualche patrizio, per non farsi riconoscere, si camuffava con vari espedienti. Dunque, anche gli uomini romani di più alto status sociale erano liberi d’impegnarsi in incontri con persone che esercitavano la prostituzione, sia femmine che maschi, senza alcun pericolo d’incorrere nella disapprovazione morale. Era importante, però, mostrare moderazione e autocontrollo.

La prostituzione era quindi regolamentata, ma non tanto per ragioni morali, quanto per il profitto. Le prostitute dovevano registrare sull’ufficio dell’edile il proprio nome, l’età, il luogo di nascita e lo pseudonimo con il quale potevano esercitare. Se la ragazza era giovane ed apparentemente rispettabile, il funzionario aveva facoltà di cercare d’influenzarla per farle cambiare idea per non farle intraprendere questa strada; in mancanza di ciò le rilasciava la licenza (licentia stupri), accertare il prezzo con cui intendeva impegnarsi a vendere i suoi favori, e infine far entrare il suo nome nella lista delle professioniste.

Anche se la prostituzione veniva praticata da entrambi i sessi, le fonti antiche affermano che la prostituzione femminile fosse quella più diffusa. Se però da una parte chi frequentava i bordelli non veniva giudicato come immorale, dall’altra le prostitute cadevano nella vergogna sociale. La maggior parte di loro erano schiave o cittadine romane relegate alla condizione d’infamia, cioè persone private della maggior parte dei propri diritti civili.

Lupanari

Ma come veniva esercitata tale “professione”? Una prostituta, in alcuni casi, poteva mettersi in proprio e affittare una camera per il lavoro. In altri casi, invece, una prostituta poteva convivere con una ruffiana o lena (da cui deriva il termine lenocinio) o mettersi in affari sotto la gestione diretta di sua madre. Questi accordi suggeriscono che le prostitute spesso nascevano come donne libere, ma, a causa di gravi problemi economici, sceglievano la via del meretricio. Le prostitute potevano anche lavorare in bordelli o taverne per un ruffiano, il quale aveva il compito di procurare la clientela. Nonostante ciò, molte delle prostitute furono schiave o ex schiave. Essendo quindi donne schiavizzate o liberte, è difficile determinare se la scelta di questo mestiere fosse o meno scelto liberamente.

LupanariCome si poteva riconoscere da subito una prostituta? Le prostitute erano le uniche donne romane che indossavano la toga, un capo formale che era prerogativa dei cittadini maschi romani. Le cortigiane in privato, invece, indossavano abiti sgargianti e pregiati in seta trasparente. Le prostitute di bassa estrazione sociale, in base agli scritti di alcuni autori romani, tendevano a mostrarsi quasi del tutto nude di fronte al proprio cliente. Oltre che al piacere sessuale, la nudità nella società romana era associata anche allo stato di schiavitù, in quanto era intesa come lo spoglio della propria privacy.

LupanariPassiamo ora ad analizzare i “luoghi operativi”. I postriboli dell’epoca erano chiamati Lupanari (dal latino lupa = prostituta), veri e propri luoghi dedicati al piacere sessuale, quelli che oggi noi chiameremmo bordelli o “case chiuse”. La maggior parte dei lupanari erano composti da una singola camera situata nel retro di una locanda. Le stanze (cellae meretriciae) erano generalmente spoglie, infatti vi era situato sempre un letto (spesso in muratura) provvisto di materasso resistente. L’unico ornamento delle camere erano le pitture murali a sfondo erotico che decoravano l’ingresso. Sulla porta della camera vi era scritto il nome della prostituta al suo interno e il tariffario; inoltre, qualora la stanza fosse stata momentaneamente occupata, veniva posizionato un cartello sulla porta che invitava il cliente successivo ad attendere il proprio turno.

I lupanari erano frequentati maggiormente dalla plebe (ma sono accertate anche presenze di patrizi). L’ambiente era insalubre, infatti erano poco pulito e spesso affumicato dal fumo delle lanterne.

Per far sì che il lupanare fosse visibile ai visitatori, venivano poste insegne fuori dal locale molto esplicite e provocatorie. Ad esempio, veniva disegnato un fallo e scritto: “Hic habitat felicitas” ovvero “Qui abita la felicità”. Un’altra insegna invece era rappresentata da quattro falli e un bussolotto per il gioco dei dadi. Ulteriore stratagemma per attirare la clientela era quello di esporre qualche prostituta fuori il bordello, magari con vesti provocanti o direttamente seminude.

Le zone di Roma dove erano diffusi i lupanari erano la Suburra (un vasto e popoloso quartiere dell’antica Roma situato sulle pendici del Quirinale e del Viminale, fino alle propaggini dell’Esquilino) e intorno al Circo Massimo. Anche l’imperatore Caligola possedeva un suo bordello situato sul Palatino, frequentato dai romani più ricchi che volevano evitare i lupanari più popolari (e quindi più sporchi), dove esercitavano donne di classe e fanciulli liberi.

Lupanari

Il lupanare più famoso è con ogni probabilità quello di Pompei. Questi era un piccolo edificio che si trova all’incrocio di due strade secondarie; costituito da un piano terra e un primo piano a cui si accedeva mediante una scala stretta. La costruzione dell’edificio risale con ogni probabilità agli ultimi periodi della città: in una cella, infatti, l’intonaco fresco ha catturato l’impronta di una moneta risalente all’anno 72.

Il lupanare di Pompei aveva due ingressi, i quali conducevano in una sorta di saletta centrale, intorno alla quale si trovavano cinque stanze con letti di pietra coperti da un materasso, chiuse da porte di legno. Anche il piano superiore era provvisto di ulteriori cinque camere. Il piano terra era destinato alla frequentazione delle classi sociali modeste e degli schiavi, mentre il primo era riservato a una clientela più ricca. A destare interesse sono i dipinti a soggetto erotico sistemati sulle porte di accesso alle stanze. Infatti, gli affreschi alle pareti rappresentavano le diverse “prestazioni” che si potevano richiedere e ognuna di queste aveva un prezzo ben preciso. Il prezzo andava dai due agli otto assi, ma il ricavato di ogni prestazione andava al padrone o al tenutario del bordello, poiché le prostitute non possedevano alcuna personalità giuridica.

Oltre ai dipinti, sono conservati molti graffiti e incisioni sulle pareti delle celle (sia da parte degli avventori che delle prostitute). Nelle 120 iscrizioni a noi pervenute troviamo, oltre a diverse scritte scurrili, anche le lamentele dei clienti che avevano contratto malattie veneree e nomi di donne, in particolar modo orientali e greche. All’entrata dei lupanari, compreso quello di Pompei, si potevano acquistare dei preservativi. Costituiti con intestini essiccati di pecora, avevano soprattutto la funzione di evitare la trasmissione di malattie veneree. Facevano infatti parte della dotazione dei soldati romani impegnati nelle lontane e lunghe campagne militari, per evitare che questi contraessero malattie veneree capaci di decimare eserciti interi.

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