Costantino parte II: il Potere

Quando Costantino si affacciò sulla scena, all’inizio del 300 d.C. il potere romano era incredibilmente frazionato. Il declino di Diocleziano, infatti, aveva lasciato l’impero in mano alla tetrarchia, cioè in mano a quattro persone, due Augusti (Diocleziano e Massimiano) che a loro volta avevano scelto due Cesari (Galerio e Costanzo Cloro, padre di Costantino, il quale aveva scelto come sede imperiale Treviri, l’attuale Trier, in Germania).

La città di Roma era ormai diventata quasi irrilevante perché i giochi per il potere si svolgevano altrove. Nel 305 i due Augusti abdicarono in favore dei due Cesari. Costanzo Cloro divenne dunque, insieme a Galerio, imperatore e alla sua morte, Costantino, scelto dall’esercito avrebbe potuto diventare a sua volta Augusto, ma come abbiamo visto preferì il ruolo più basso di Cesare, anche per rispetto del padre. Questo fa capire la sagacia politica dell’uomo: di fronte ai molti che proclamavano o si arrogavano il titolo di Augusto (Galerio, con diritto, Massimino Daia in Oriente e Licinio nell’Illirico, oltre che Massenzio, figlio di Massimiano al quale non spettava), Costantino preferì restare nei ranghi, senza rinunciare minimamente alle proprie ambizioni. Quando Massenzio con un colpo di mano prese il potere a Roma, il 28 ottobre del 306, contando sul sostegno dei Pretoriani, Costantino capì che la sua affermazione partiva da Roma, dalla liberazione della antica e nobile capitale dall’usurpatore che ne aveva occupato arbitrariamente il potere.

Alla fine dell’estate del 312 d.C. dunque, Costantino si decise a muovere dal nord su Roma per stanare Massenzio e riprendere il controllo dell’Urbe. Dopo una campagna militare senza grandi resistenze, Costantino sconfisse Massenzio nella celebre battaglia di Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312 (la data non è casuale, visto che si trattava del 6° anniversario esatto della presa del potere da parte di Massenzio e alcuni storici sostengono che sia stata proprio la coincidenza simbolica con questa data a fargli commettere l’errore fatale di uscire dalle mura della città ed affrontare Costantino in campo aperto).

Sbaragliato l’avversario, perito nelle acque del fiume, nel corso di una battaglia di cui ancora oggi si discute a lungo, per i suoi innumerevoli risvolti e per l’importanza che ebbe negli eventi della storia occidentale, Costantino fece il suo ingresso trionfale in città ma si guardò bene dallo sbandierare il suo potere e tantomeno l’intervento della divinità alla quale egli si era rivolto, invisa ai pagani che abitavano Roma. Trascorse nella capitale poche settimane e tornò a fare ciò che sapeva fare meglio: combattere, e comandare.

C’era da affrontare il potente e severo Licinio che l’anno seguente aveva sconfitto e ucciso Massimino Daia. Costantino concordò con Licinio l’editto che fu promulgato nel 313 con cui veniva riconosciuta anche in Oriente la libertà di culto per tutte le religioni, ponendo fine alle persecuzioni contro i cristiani. I tentativi di una pace armata con Licinio (questi aveva sposato la sorella di Costantino, Costanza), fallirono prima nel 314 e poi definitivamente nel 323 d.C. quando Costantino sconfisse l’esercito avversario ad Adrianopoli e Crisopoli nel 324. Dopo l’uccisione di Licinio, Costantino rimase l’unico augusto al potere, che tornò nelle mani di una persona sola dopo molti anni.

Iniziò a questo punto un lungo periodo di pace, durato tredici anni, in cui Costantino regnò su un impero vastissimo, sterminato. Impegnato su drammatici fronti familiari (è nota la feroce esecuzione della moglie Fausta sospettata di trescare con il figliastro, il primogenito Crispo, figlio di Minervina, la prima moglie di Costantino) e nella gestione di un potere immenso, Costantino arrivò probabilmente al punto di immedesimarsi in un (tredicesimo?) apostolo, al servizio del Cristo: convocò il Concilio di Nicea, fondamentale per l’edificazione della Chiesa Cattolica, e lo presiedette pur non avendo cariche ecclesiastiche. Alla morte, che lo colse dodici anni più tardi, il 22 maggio del 337 d.C. nei pressi di Nicomedia, in Asia Minore, fu seppellito nel cenotafio a tredici posti che egli stesso aveva fatto costruire a Costantinopoli, la città da lui fondata sulle sponde del Bosforo.

In totale il regno di Costantino, prima in condivisione con altri, poi da solo, era durato venticinque anni. Senza contare quelli precedenti, in cui Costantino, già alla morte del padre era stato Cesare e comandante sul campo dei suoi uomini, che erano disposti a tutto pur di seguirne le gesta. Come sempre nella storia di Roma, la gloria era giunta dal gladio. Ma il gladio, come sapeva e come aveva imparato e messo in pratica Costantino, non bastava per mantenere il potere. Occorrevano due doti che lui possedeva in misura sconfinata: l’intelligenza e il carisma personale.

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Fabrizio Falconi


In hoc vinces è un saggio storico scritto da Bruno Carboniero e Fabrizio Falconi. Pubblicato da Edizioni Mediterranee, il libro intende offrire, sulla base di nuove acquisizioni scientifico-astronomiche, una nuova e più razionale chiave di lettura della leggendaria visione di Costantino Imperatore, risalente al 312 d.C., anno della battaglia, poi vinta, contro Massenzio a Ponte Milvio.

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