Il folle visionario Borromini e la leggenda della sua rivalità con Bernini


Se si pensa a qualche non romano che più di ogni altro abbia contribuito a creare l’immagine di Roma che oggi è conosciuta in tutto il mondo, uno dei primissimi nomi che vengono in mente è quello di Francesco Borromini, la cui vita è circondata da un alone di mistero e la cui morte per suicidio, fece parlare tutta Roma per lunghi anni.

Borromini era il genio che aveva concepito e realizzato opere immortali come la Chiesa di San Carlo (o san Carlino) alle Quattro Fontane, il meraviglioso e ardito tempio di Sant’Ivo alla Sapienza, i giochi prospettici di Palazzo Spada, la chiesa di Sant’Agnese in Agone, in Piazza Navona, il palazzo di Propaganda Fide, il gigantesco Baldacchino di San Pietro (di cui partecipò alla progettazione), la Basilica di Sant’Andrea delle Fratte e l’Oratorio dei Filippini: luoghi che ormai sono entrati di buon diritto nel circuito dei must di chi visita Roma.

Sicuramente sulla natura ombrosa e sull’estro del grande Francesco Borromini influirono il fatto di essere nato nelle fredde lande ticinesi (a Bissone, il 27 settembre 1599), di essere figlio di un umile capomastro, e di aver fatto il primo apprendistato tra le guglie gotiche di Milano, città in cui era giunto nel 1608.

Era stato però il suo arrivo a Roma, nel 1619 al seguito di un parente della madre, Leone Gravo, che lo ospitò nella casa al Vicolo dell’Agnello (l’odierno Vicolo Orbitelli), a cambiargli la vita: in pochi anni da semplice scalpellino divenne commerciante di marmi e pietre, poi capomastro, e infine eccelso architetto, al servizio di Papi, Cardinali, e delle più importanti e nobili casate Romane.

Spirito inquieto, nonostante il grande successo in vita – che lo portò a rivaleggiare con l’altro eroe del Barocco, cioè Bernini – Borromini non riuscì mai a sentirsi completamente felice o soddisfatto: l’irrequietezza del genio lo portò a fare i conti in vita, e in special modo in vecchiaia, con disturbi nervosi, gravi crisi di ansia, e depressione, che lo tennero lontano dai circoli mondani e lo spinsero a una vita solitaria, fino, appunto, a quel  suicidio a proposito del quale sono stati scritti fiumi di inchiostro.

Secondo le cronache dell’epoca sembra  che negli ultimi tempi il celebre architetto fosse perseguitato da nefaste visioni che gli rendevano la vita insostenibile. E dopo aver resistito a lungo alla tentazione del suicidio, spintovi dalle condizioni di salute sempre peggiori e da quello spietato orgoglio che egli stesso si attribuiva, alla fine decise di cedere, e nel più incredibile dei modi, pur essendo seguito, in quei giorni dell’estate del 1667, dai migliori medici di Roma che non riuscivano a trovare l’origine del morbo misterioso, né tantomeno sollievi capace di aiutare il derelitto. Finché  in un pomeriggio caldissimo, del 3 agosto 1677, a sessantotto anni, non riuscendo più a controllare il suo stato d’animo, e per porre fine a quella diabolica sofferenza, Borromini corse a prendere una spada, che qualcuno dei suoi servitori aveva lasciato imprudentemente sopra un tavolaccio di legno e infilzatone l’elsa in un angolo del pavimento, si lasciò cadere, quasi sprofondare sopra la punta, rivolta verso di lui, trafiggendosi da banda a banda allo ‘nsu verso la schiena, come riferirono gli scrittori dell’epoca.

Ma la triste fine di Borromini non ne ha cancellato od offuscato la memoria, tutt’altro: ha contribuito semmai ad alimentarne il mito. Insieme, come abbiamo detto, alla rivalità dell’altro gigante Bernini,  rivalità a proposito della quale a Roma si recitano numerosi aneddoti, il più famoso dei quali è quello relativo alla Fontana dei Fiumi realizzata in Piazza Navona dal Bernini.

Come andarono le cose veramente ?

Baldacchino di San PietroE’ piuttosto suggestivo immaginarlo: si racconta che Borromini, che seguiva con particolare interesse la costruzione della Fontana dei Fiumi, si trovò una sera del 1651 in una trattoria con amici, lasciandosi sfuggire, tra un bicchiere di vino e l’altro, un segreto che avrebbe fatto sfigurare il suo rivale: secondo un suo calcolo, infatti, l’acqua nella fontana non avrebbe mai avuto la pressione necessaria, e nel giorno della inaugurazione, ormai prossimo, non sarebbe riuscita a zampillare, provocando una imbarazzante figuraccia per il rivale.

Come sempre, e anche allora, le lingue pettegole non mancavano: così, qualche amico del Bernini, che aveva assistito alla conversazione o a cui questa era stata riferita, pensò bene di informare il Maestro il quale, ben conoscendo le doti del suo rivale, non sottovalutò l’allarme, ordinò di ripetere minuziosamente i calcoli idraulici, senza riuscire comunque a individuare l’errore fatale. Non fidandosi, Bernini decise comunque di far intervenire un suo discepolo al quale fu comandato di circuire la domestica del Borromini, allo scopo di penetrare nella casa per rintracciare i fogli con i calcoli precisi.

Sant’Agnese in AgoneLa missione riuscì, e il giorno dell’inaugurazione l’acqua zampillò abbondantemente dalla Fontana dei Fiumi, senza problemi. Fu forse questo episodio a generare l’altro aneddoto – ben più famoso – secondo il quale Bernini fece realizzare la statua raffigurante il Rio della Plata con il braccio alzato, rivolto verso la chiesa di Sant’Agnese, quasi a volersi proteggere da un possibile crollo della facciata.

In realtà questa circostanza è del tutto leggendaria, visto che la Fontana dei Fiumi era già compiuta quando il Borromini iniziò il suo lavoro in Sant’Agnese.

Fabrizio Falconi

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