Giuliano: apostata o inseguitore di un grande ideale?

A differenza dei precedenti articoli in cui l’intento era unicamente quello di tracciare un quadro storico-culturale sostenuto da fonti storiche adeguate, questa volta vorrei condividere, con coloro i quali che avranno la pazienza di leggere queste righe, una mia personale riflessione su un imperatore spesso considerato “marginale” e che non gode della fortuna di avere molti seguaci appassionati come i suoi predecessori Ottaviano Augusto, Traiano, Adriano, ecc…

Si tratta dell’imperatore Giuliano (361-363), figlio di Giulio Costanzo (fratellastro di Costantino il Grande) e di Basilina. Della sua giovinezza ci è stato tramandato che trascorse un periodo nella residenza di Macellum, località situata nella Cappadocia, insieme al fratellastro Gallo. Sappiamo, tramite le parole dello stesso Giuliano, che il fratellastro spesso aveva atteggiamenti violenti dovuti forse al disagio di vivere in quel luogo. Entrambi hanno avuto un’istruzione consona al loro rango e, soprattutto, sono stati educati secondo la morale cristiana. Un aneddoto che ci è stato trasmesso racconta che un giorno i due, ancora fanciulli, avevano costruito un tempio ciascuno e che quello di Giuliano crollò quasi subito.

Edward Armitage - Julian the Apostate presiding at a conference of sectarian - 1875Giuliano, una volta diventato adulto, quando Costantino ottenne il potere, precisò che quest’ultimo era figlio illegittimo di Costanzo Cloro e che non aveva diritto al trono imperiale quanto lui. Morto Costantino nel 337 e, successivamente Costante e Costantino II, fra Giuliano e la guida dell’impero vi era solo il cugino Costanzo II il quale stava per intraprendere contro di lui una guerra civile a seguito della sua acclamazione a imperatore. Lo scontro fu evitato poiché Costanzo II morì prima che i due eserciti rivali si incontrassero e così divenne unico imperatore proprio Giuliano che andò incontro alle classi meno agiate, permise alle curie di riscuotere le imposte, arginò il potere della burocrazia e, nodo cruciale della sua figura, ebbe il pieno appoggio della tradizionale aristocrazia romana poiché egli aderì ai culti pagani tradizionali. Fu proprio questo suo atto che gli costò l’appellativo di “apostata”, ovvero colui che rinnega la propria fede. Egli, infatti, è passato alla storia con questa etichetta pregna di un significato altamente negativo: per la popolazione dell’impero era un traditore. Aveva tradito la fede cristiana, aveva rinnegato i precetti tramite i quali era stato educato e aveva voltato le spalle alla maggior parte dei cittadini dell’impero che ormai, a differenza dei secoli precedenti, erano cristiani.

Ma Giuliano merita davvero questo appellativo dispregiativo che si ritrova addosso come una macchia indelebile sulla sua porpora? Merita davvero di essere considerato solo colui il quale mise fine alla dinastia dei Costantinidi?

Mi sia consentita una riflessione puramente personale sulla figura di questo imperatore che regnò solo per due anni: una piccola parentesi nella storia plurisecolare dell’impero romano.

Ritengo che, a prescindere dal fatto che si tratti di un imperatore, sia da apprezzare (e non da criticare) come, nonostante la sua inclinazione naturale, egli sia stato obbligato a seguire la morale cristiana e a pregare un dio che non considerava il suo. Una volta nominato imperatore, se egli si fosse professato cristiano davanti al popolo ma poi, in privato, avesse venerato i suoi dèi, sarebbe stato criticato per la sua incoerenza. E’ quindi da apprezzare la sua scelta coerente, dettata forse dal suo desiderio di libertà religiosa: perché avrebbe dovuto fingere di adorare un dio non suo? Proprio per tale motivo si potrebbe quindi non ritenere adatto l’appellativo di “apostata” poiché è vero che agli occhi del popolo egli aveva tradito la religione cristiana ma, a seguito di questa riflessione, possiamo affermare che egli aveva rinnegato la fede che gli era stata imposta e non quella in cui veramente credeva.

A dargli la nomea di “apostata” fu, probabilmente l’imperatore Costantino VII porfirogenito che, circa sei secoli dopo, scrisse:

«In questo portico, che si trova a settentrione,
giace un sarcofago dalla forma cilindrica
in cui riposa il maledetto ed esecrabile corpo
dell’apostata Giuliano, in un sacello dal colore della porpora… »

(De ceremoniis Libro II, cap. 42.)

Dal punto di vista della politica religiosa, infine, bisogna sottolineare che nonostante i numerosi provvedimenti a favore dei pagani, come per esempio il restauro o la riapertura dei templi, egli professò la libertà di culto anche se non mancarono atti di violenza nei confronti dei cristiani (come il linciaggio del vescovo di Alessandria). La sua politica era per lo più considerata ostile dai cristiani che lo vedevano come un imperatore radicale e inflessibile e forse fu proprio questo suo atteggiamento che gli diede il coraggio di rinnegare la fede cristiana in favore dei culti pagani tradizionali. Egli considerava questi ultimi uno dei pilastri fondanti dell’impero ma che ormai, essendo diventati senescenti e ipertrofici, ne stavano gradualmente causando il crollo.

In sostanza, Giuliano è o no meritevole di essere definito “apostata”? Come disse il Manzoni: «ai posteri l’ardua sentenza».

L’intento di queste righe non è stato quello di trovare una soluzione definitiva a questa domanda ma quello di cercare di guardare questo imperatore da un’altra prospettiva che non sia quella che lo pone all’ombra di suo zio Costantino il grande, passato alla storia come il primo imperatore cristiano.

Maria Stupia
Università di Catania

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