Crisi del III secolo

A partire dagli ultimi anni del II secolo e per tutto il III secolo l’impero attraversò un periodo di caos politico e di crisi: si arrestò la modalità di successione adottiva e ripresero le lotte per il potere imperiale; l’Italia subì un declino e nel 212 l’estensione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero sancì anche formalmente la sua equiparazione al resto dell’impero; le minacce esterne (Germani e Parti) si riacutizzarono, costringendo gli imperatori ad aumentare le tasse per pagare gli eserciti; con la svalutazione della moneta e la diminuzione degli scambi anche l’economia iniziò a declinare. La crisi sociale si accompagnava a quella dei valori e delle virtù civiche tradizionali, perché le carriere non dipendevano più dalla stima dei cittadini, ma soltanto dall’approvazione del principe. Il vuoto lasciato dalla crisi dei valori non poteva essere riempito dalla religione tradizionale, che aveva più che altro valore politico: molti cercavano risposte alle esigenze spirituali o nelle dottrine filosofiche di origine greca (soprattutto lo stoicismo) o in nuove religioni di salvezza, di origine greca e orientale (misteri di Dioniso, della Grande Madre, di Iside e Osiride, di Artemide, di Mitra).

Settimio Severo 193-211

SEPTIMUISSEVERUSCommodo si dimostrò un imperatore dispotico e sanguinario, ma la sua uccisione nel 192 d.C. per congiura, non restituì all’impero una guida valida, aprendo un periodo di crisi e di instabilità. Commodo non aveva eredi, pertanto il senato indicò come successore il generale Publio Elvio Pertinace, poi rapidamente eliminato dai pretoriani delusi per non aver ricevuto i premi in denaro promessi.
Nel frattempo gli eserciti in Siria, Britannia e sul Danubio acclamavano i rispettivi comandanti: al termine di un periodo di scontri prevalse Settimio Severo, generale al comando delle truppe sul Danubio e originario di Leptis Magna in Africa.
Settimio Severo era ben consapevole del fatto che il potere imperiale riposava sulla devozione dei soldati e intervenne in loro favore sia sul piano economico sia con concessioni di vario tipo. Molti provvedimenti, tuttavia, non servivano soltanto a soddisfare le richieste dei soldati, ma avevano anche lo scopo di riorganizzare gli eserciti per affrontare meglio le minacce ai confini. Per aumentare il legame dei soldati con il territorio che dovevano difendere e che si trovava lontano dalle loro zone d’origine Settimio Severo permise loro di sposarsi e di coltivare terre in tempo di pace, favorì l’arruolamento dei figli dei soldati, in modo da dare continuità alla loro presenza ai confini, e concesse la cittadinanza romana all’atto dell’arruolamento (invece che al congedo). Per la prima volta aprì ai soldati di tutte le province l’accesso ai gradi superiori, che fino ad allora erano stati riservati solo agli Italici, e per tenere sotto controllo la situazione a Roma inserì tra i pretoriani soldati illirici e traci a lui fedeli.

Aumentò inoltre il numero delle legioni, ma smembrò le province più grandi in modo che nessuna avesse più di due legioni, evitando che si creassero centri di potere autonomo e in grado quindi di influenzare la nomina degli imperatori. Infine integrò l’esercito con reparti di federati cioè truppe ausiliarie composte da Germani (in Occidente) e da Arabi e Parti (in Oriente). In alcuni casi questi gruppi conservavano i loro capi e una loro organizzazione interna e gli stipendi che ricevevano erano in pratica una forma di tributo che l’impero pagava loro per garantirsi la pace; in altri casi il loro arruolamento regolare e la conseguente concessione della cittadinanza aprivano anche a queste popolazioni l’accesso a posti chiave nell’esercito, nell’amministrazione, nella politica.
Con questi interventi di Settimio Severo e con quelli dei successori appartenenti alla sua dinastia, al potere per circa quarant’anni, si fece un altro passo verso la trasformazione dell’impero: infatti Roma e l’Italia persero il ruolo privilegiato che avevano avuto fino a quel momento e fu ulteriormente ridotta l’influenza dell’aristocrazia senatoria, definitivamente sostituita anche nei comandi militari più prestigiosi da esponenti dei cavalieri o da provinciali di umile estrazione sociale che tuttavia avevano fatto carriera dell’esercito.

Caracalla, 198-217

caracallaQuesta politica fu infatti proseguita e completata dal suo successore, il figlio Marco Aurelio Antonino Caracalla (211-217), che nel 212 promulgò la Constitutio Antoniniana (dal nome ufficiale dell’imperatore), chiamata anche editto di Caracalla, con cui concesse il diritto di cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero, riconoscendo pari dignità e diritti a tutti i popoli che ne facevano parte. Estendere la cittadinanza significava dichiarare superato l’antico modello della polis, che si era mantenuto per secoli sempre più artificiosamente. Ormai l’Urbs (la città) coincideva con l’orbis (il mondo conosciuto) e questa realtà veniva ora rispecchiata dalle istituzioni. Il decreto scatenò, come prevedibile, anche la reazione dell’aristocrazia italica che si vedeva declassata. Tuttavia il sovrano riuscì a imporlo e nonostante tensioni e difficoltà il potere rimase nella famiglia dei Severi fino al 235. Un ruolo importante nei successi dei Severi lo ebbero le principesse imperiali, cioè le loro mogli, madri e sorelle che assunsero un ruolo nuovo rispetto alle consuetudini e ai modelli ideali romani: esse infatti erano donne di grande cultura, appartenenti a una potente famiglia sacerdotale di Emesa in Siria, e agirono con decisione e abilità per superare le crisi più gravi e assicurare il trono a figli e nipoti, prendendo decisioni, intervenendo nella politica dello stato e aumentando il peso della componente orientale sia nella amministrazione, sia nella cultura e nella religione.

Eliogabalo 218-222

ritratto_di_elagabaloMorto Caracalla (217), furono soprattutto queste ultime a guidare di fatto lo stato, come dimostra la vicenda di Vario Avito, detto Eliogabalo (218-222) perché era sacerdote a Emesa del culto del dio Sole: egli infatti salì al trono grazie alla protezione di Giulia Mesa, ma una volta giunto a Roma e diventato imperatore tentò di imporre anche lì il culto del dio solare come entità divina superiore, cui tutte le altre dovevano essere subordinate, e accentuò il cerimoniale orientale a corte. Tuttavia incontrò forti resistenze sia a corte, sia tra i senatori e i soldati; la stessa Giulia Mesa intervenne quindi per farlo eliminare e impedire che il discredito ricadesse sull’intera dinastia e favorì poi l’ascesa al trono dell’altro nipote, Alessandro Severo (222-235). Questi in politica interna mostrò un’ampia tolleranza cercando di far convivere i culti romani con quelli orientali, tra i quali il cristianesimo che andava facendo sempre nuovi proseliti.

A. Severo 222-235

Alexander_SeverusIn politica estera, poi, dovette impegnarsi sia sulle frontiere orientali, per contenere le iniziative militari sempre più aggressive dello storico avversario di Roma, il regno dei Parti, sia su quelle occidentali, contro i Germani. Tuttavia mentre si trovava a combattere contro questi ultimi sul Reno fu eliminato dai soldati, poiché le truppe stanziate in occidente non sopportavano la sua tendenza a favorire i gruppi di origine orientale. Con la sua morte ebbe fine anche la dinastia dei Severi poiché al suo posto le truppe acclamarono imperatore Massimino, un generale originario della Tracia.

Il conflitto tra Romani e Persiani, come vanno ormai chiamati, scoppiò nel 231 e si trascinò con alterne vicende, con vittorie e sconfitte da entrambe le parti inutilmente esaltate dalla propaganda, ma mai decisive. L’imperatore Severo Alessandro nel 233 riuscì inizialmente a respingere gli attacchi persiani e venne persino esaltato come Persicus Maximus, massimo trionfatore dei Persiani, ma poi tra il 253 e il il 256 i Romani subirono una serie di rovesci. Infatti il re persiano Shapur (Sapore per i Romani) ottenne numerosi successi: uccise in battaglia (almeno stando alle fonti persiane) l’imperatore Gordiano III e arrivò a occupare la Siria e a conquistare e saccheggiare il capoluogo Antiochia. Nel successivo contrattacco i Romani riconquistarono le posizioni perse, ma nel 260 l’imperatore Valeriano cadde prigioniero con tutto il suo stato maggiore: egli si era associato al potere il figlio Gallieno, lasciandolo a governare Roma, ma quest’ultimo preferì ostentare indifferenza e far apparire quella sconfitta come un episodio militare di second’ordine e Valeriano morì in prigionia senza che l’esercito nemmeno tentasse di liberarlo. Le sconfitte dell’impero sul fronte orientale erano aggravate dalle crescenti difficoltà sul fronte occidentale, dove diventava sempre più difficile contenere la penetrazione dei Germani nei confini nord-orientali. Si trattava di popolazioni che quasi certamente discendevano da gruppi di Indoeuropei che si erano spinti nel nord Europa e in Scandinavia nel II millennio e che si erano fuse con le popolazioni autoctone di cacciatori e raccoglitori, introducendo l’agricoltura, l’allevamento, l’uso del ferro e della ceramica. È probabile che i Germani facessero frequenti puntate verso sud in cerca di bottino e insediamenti migliori, come quella compiuta dai Cimbri e dai Teutoni che nel II secolo a.C. si spinsero fino alla pianura Padana, dove vennero sconfitti da Mario nel 112 a.C.
Nei cinquant’anni che vanno dal 235 al 284, anno in cui salì al potere Diocleziano, sul trono imperiale si alternarono almeno una settantina di principi, alcuni legittimi, nel senso che la loro ascesa al potere ricevette il riconoscimento del senato, la maggior parte usurpatori, cioè mai riconosciuti ufficialmente. Ma la differenza tra le due categorie era in realtà labile, perché quasi tutti gli imperatori furono scelti e sostenuti dai loro soldati, che in quel cinquantennio divennero gli arbitri assoluti della vita politica romana: è l’epoca che va sotto il nome di anarchia militare.

Aureliano, 270-275

aureliano

Le ripetute invasioni dell’Italia furono uno shock per gli abitanti della penisola: e Aureliano, imperatore dal 270 al 275, ne trasse fino in fondo le conseguenze, facendo circondare Roma con una nuova cinta di mura, così solide e imponenti da essere sopravvissute in gran parte fino a oggi. Era dall’epoca dei re, quasi ottocento anni prima, che a Roma non si costruivano mura difensive: la semplice idea che la capitale dell’Impero potesse essere attaccata era stata fino ad allora impensabile. Sotto Aureliano e il suo successore Probo (276-282) le secessioni dei decenni precedenti furono riassorbite e il rischio di una disgregazione dell’Impero venne per il momento scongiurato. Tuttavia il senso delle mura di Roma restava chiaro: nessun luogo era più sicuro, nemmeno in Italia, e i nemici dell’impero erano ormai capaci di colpirlo al cuore.


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