La Tetrarchia e il IV secolo

Alla morte di Gallieno, nel 268, l’impero attraversò una fase di costante instabilità politica e amministrativa, periodo in cui fu governato dai cosiddetti Imperatori Illirici, (268-285) così chiamati per via delle loro origini balcaniche, nella zona dal Danubio all’Adriatico.
Nel 284 salì al potere il generale illirico Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, che portò una radicale riorganizzazione del potere imperiale istituendo il sistema della Tetrarchia, una suddivisione dell’impero in quattro parti, due affidate agli augusti (Massimiano e Diocleziano stesso) e due affidate ai cesari (Costanzo Cloro e Galerio), i successori designati. La nuova forma di governo tetrarchica non funzionò, e quando Diocleziano abdicò, ritirandosi a vita privata, iniziò un nuovo periodo di lotte per il potere imperiale.

Gaio Aurelio Valerio Diocleziano nacque nella regione illirica (Dalmazia) nel 247. Di umili origini, fu acclamato imperatore dalle truppe il 17 novembre del 284, e si rese immediatamente conto che un solo imperatore non poteva più governare l’immenso Impero Romano.
Decise, così, di affiancarsi Massimiano, elevato al rango di Augusto. Diocleziano si era riservato l’incarico di difendere l’Oriente, mentre a Massimiano era stato affidato l’Occidente: questa suddivisione permise di controllare a Oriente i Persiani, mentre a Occidente consentì la sconfitta di pericolosi ribelli. Diocleziano tentò di risolvere il problema della successione imperiale, che negli anni di crisi precedenti il suo impero aveva provocato aspre lotte, ideando un sistema piuttosto complicato che non ottenne buoni risultati. I due Augusti dovevano scegliersi ognuno un successore, designato con il titolo di Cesare; alla morte degli Augusti i Cesari sarebbero dovuti subentrare nel potere, scegliendosi a loro volta altri Cesari. Poiché in questo modo il potere imperiale si divideva tra quattro persone (i due Augusti e i due Cesari, appunto), questo sistema si chiamò tetrarchia (in greco “potere diviso in quattro”). Così, nel 293, Diocleziano come Cesare scelse Galerio, mentre Massimiano scelse Costanzo Cloro.
Nel 305 Diocleziano, ormai provato, decise di abdicare e di passare il comando al suo Cesare, costringendo Massimiano a fare altrettanto. I due nuovi Augusti si trovarono a scegliere a loro volta i due nuovi Cesari, secondo lo schema tetrarchico.
Il potere di Diocleziano si colloca in un’epoca di forte crisi, che influenzò la sua azione di governo, mirata a restituire all’impero il suo antico splendore, mediante provvedimenti molto conservatori.
La grande persecuzione che egli scatenò contro il cristianesimo e il manicheismo nel 303, era un tentativo di restaurazione del potere di Roma attraverso la tutela e il rispetto dei culti pagani sempre più in pericolo. Mirò a fortificare i confini dell’impero costantemente minacciati dai barbari e fronteggiò la crisi finanziaria con provvedimenti fiscali che ebbero un’importanza economica e sociale.
In seguito alle decisioni di Diocleziano e Massimiano del 305, seguì un altro lungo periodo di guerre civili, nel quale si presentò la situazione paradossale di addirittura sei imperatori contemporaneamente in campo. Da questa caotica situazione, emerse vittoriosa la figura del figlio di Costanzo Cloro, Costantino I il Grande.

costantinoFlavíus Valeríus Constantinus, detto il Grande (Naisso, Mesia, 280-Nicomedia 337), era figlio di Costanzo Cloro e di Elena. Dopo aver passato la giovinezza alla corte di Diocleziano, andò dal padre in Britannia. Dopo l’abdicazione dell’imperatore (305), il potere imperiale era conteso addirittura da sei rivali, Massimiano, Massenzio, Licinio, Galerio, Massimino e Flavio Costantino, il quale dominava sulle province occidentali.
Nel 310 fece assassinare Massimiano del quale aveva sposato la figlia Fausta. Alla morte di Galerio avvenuta nel 311, Costantino strinse una alleanza con Licinio contrapposti a Massenzio e Massimino. Nel 312 mosse verso l’Italia, occupò Torino, Verona, Aquileia, Modena, poi varcò l’Appennino. Il 27 ottobre del 312 avvenne la famosa Battaglia di Ponte Milvio, che annientò definitivamente le truppe di Massenzio, dopo uno scontro cominciato nei pressi di Saxa Rubra e terminato sul ponte dove Massenzio trovò la morte.

La leggenda secolare racconta che alla vigilia della battaglia, Costantino, ispirato da un sogno (instinctu divinitatis), avrebbe fatto incidere sugli scudi dei soldati il monogramma di Cristo. Nel 313, Costantino si recò a Milano al matrimonio tra la sua sorellastra Costanza e Licinio ove venne emanato il celebre editto di tolleranza a favore del cristianesimo, pratica religosa fuorilegge e severamente proibita, cominciò a diventare una delle più grandi religioni della storia. A seguito della morte di Massimino, Licinio rimase unico padrone in Oriente come Costantino lo era in Occidente. Ma le rivalità non si fecero attendere: nel 324 Costantino sconfisse Licinio ad Adrianopoli e a Crisopoli, poi lo fece assassinare, rimanendo il comandante assoluto dell’impero. Nel 326 si macchiò dell’uccisione del figlio Crispo e della moglie Fausta.

Nel 325 convocò il Concilio di Nicea, preoccupandosi grandemente delle eresie e degli scismi che incrinavano l’unità del cristianesimo, con l’intento di superare la controversia scatenata dall’arianesimo. Nel 330, creò un’altra capitale dell’impero a Bisanzio, ribattezzata dal suo nome Costantinopoli, scaturita forse da un movente di carattere religioso, erigere cioè una Roma cristiana in opposizione alla Roma tradizionalmente pagana. In realtà la nuova capitale rispondeva al proposito di un avvicinamento alle frontiere più impegnative dell’impero, quelle del Danubio e dell’Eufrate: sul Danubio Costantino vinse infatti i Goti nel 332, e a 300.000 Sarmati concesse di stabilirsi al di qua del fiume. Costantino intraprese una grande spedizione anche contro i Persiani, ma nel 337 la morte lo colse durante la marcia presso la città di Nicomedia.

Il suo dominato assunse la forma d’una monarchia di diritto divino, sotto la quale tutto è controllato. Antiche istituzioni imperiali risalenti all’età repubblicana sono soppresse: i comites si affiancano sempre più numerosi ai funzionari, e li sostituiscono nella amministrazione civile e in quella militare, col risultato che una nuova nobiltà di corte prende vita. Tutto ormai passa per le mani dell’imperatore, giudice e legislatore supremo. L’organizzazione fiscale è più rigida, con innovazioni nel sistema catastale. Una nuova moneta viene coniata, il solido d’oro, accentuando così i commerci di beni di lusso. L’esercito viene riorganizzato con la soppressione del corpo dei pretoriani, sostituito dai domestici addetti alle varie mansioni nella domus divina, e con la distinzione tra le forze di frontiera, limitanei, e quelle di riserva per le necessità improvvise, comitatenses. Con Costantino si hanno le ultime grandi opere architettoniche della Roma antica: L’arco di trionfo nei pressi del Colosseo, eretto nel 315 per celebrare la sua vittoria su Massenzio.

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Ricostruzione Basilica di Massenzio

L’arco presenta rilievi appartenenti a monumenti dedicati ad altri imperatori, reimpiegati come decorazioni; La basilica, iniziata dallo sconfitto Massenzio e terminata dal vincitore, nella quale si trovava il famoso acrolito di Costantino, di cui si conservano i resti ai Musei Capitolini; L’Arcus Divi Constantini, noto come Arco di Giano, eretto nel Foro Boario; le ultime Terme costruite a Roma.

L’editto del 313 diede ufficialmente inizio all’architettura cristiana non solo nella città di Roma, dove ricordiamo, tra le altre, le prime basiliche di S. Pietro e di S. Giovanni in Laterano, col bellissimo mausoleo di S. Costanza, ma in tutto il territorio imperiale, da Costantinopoli alla Palestina, dove l’architettura costantiniana fu uno stimolo per l’arte autoctona.

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Arcus Divi Constantini (Arco di Giano)

Alla morte di Costantino, avvenuta il 22 maggio del 337, il potere imperiale era spartito tra i membri della sua famiglia, figli e nipoti: Costanzo II, impegnato in Mesopotamia del nord a dirigere la costruzione delle fortificazioni, si affrettò a tornare a Costantinopoli, dove pianificò e presenziò ai funerali del padre: con questo gesto consolidò i suoi diritti come successore e ottenne il sostegno dei militari, fondamentali nella politica costantiniana.
Nell’estate del 337 ad opera dell’esercito, si tentò e in buona parte si verificò un eccidio dei membri maschili della dinastia costantiniana e di altri esponenti di particolare rilievo dello stato: solo i tre figli di Costantino e due suoi nipoti bambini (Gallo e Giuliano, figli del fratellastro Giulio Costanzo) furono risparmiati. Le motivazioni dietro questa azione non hanno una spiegazione certa: secondo Eutropio Costanzo non fu tra i suoi promotori ma non tentò certo di opporvisi e condonò gli assassini; Zosimo invece afferma che fu Costanzo l’ideatore dell’eccidio. Nel settembre dello stesso anno i tre cesari rimasti (Dalmazio era stato vittima della purga) si riunirono a Sirmio in Pannonia, dove il 9 settembre furono acclamati imperatori dall’esercito e si spartirono l’Impero: Costanzo si vide riconosciuta la sovranità sull’Oriente.

La divisione del potere tra i tre fratelli fu da subito difficile e non durò molto: Costantino II morì nel 340, mentre cercava di rovesciare Costante I; nel 350 Costante fu rovesciato dall’usurpatore Magnenzio, e poco dopo Costanzo II divenne unico imperatore (dal 353), riunificando ancora una volta l’Impero. Il periodo poi fu caratterizzato da un venticinquennio di guerre lungo il limes orientale contro le armate sasanidi, prima da parte di Costanzo II e poi del nipote Flavio Claudio Giuliano (tra il 337 ed il 363).
Nel 361 Augusto Giuliano, venne proclamato Cesare in Gallia. Sebbene il suo governo fu breve (tre anni), esso lasciò una traccia importante, sia per il tentativo di ristabilire un sistema religioso politeistico (per questo sarà chiamato l’Apostata), sia per la mobilitazione militare condotta contro i Sasanidi, nella quale l’Imperatore perse la vita nel corso di una battaglia, dopo alcuni successi iniziali, a cui seguì una difficoltosa ritirata. Venne eletto suo successore Gioviano, il quale per portare il suo esercito sano e salvo in territorio imperiale, firmò un trattato di pace molto poco conveniente con la Persia, alla quale vennero cedute le cinque province al di là del fiume Tigri conquistate da Diocleziano.

Nel 364 divenne imperatore Valentiniano I (Flavius Valentinianus, Cibalae, Pannonia, 321 – Brigezio 375). Quando salì al potere, si riservò la parte occidentale dell’Impero con l’Illirico e l’Italia, e mise nelle mani del fratello Valente le province orientali.
Nato in Pannonia da un certo Graziano, di oscura famiglia, come il padre, entrò nell’esercito e vi fece una rapida carriera; alla morte dell’imperatore Gioviano (364) fu scelto come suo successore dai dignitari civili e militari convenuti a Nicea, e quindi fu acclamato Augusto dall’esercito. Riservò per sé l’Occidente con l’Illirico e l’Italia, stabilendo la sua sede a Milano; affidò al fratello Valente il governo delle province orientali. Pur fervente seguace del credo niceno, lasciò larga libertà di coscienza, assumendo un atteggiamento di grande tolleranza anche di fronte ai pagani e ai giudei.

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Valentiniano

Cercò di migliorare l’economia del suo stato, represse gli abusi fiscali, tutelò le classi povere (compito affidato al defensor civitatis, che assunse perciò il nome di defensor plebis): ma la sua opera fu in gran parte senza effetto per le tristi condizioni del tesoro pubblico, e per gli abusi dei funzionari. L’attenzione di Valentiniano all’esterno fu assorbita dal grave compito della difesa dell’Impero contro i barbari che minacciavano i confini della Gallia (Alamanni) e stavano penetrando in Britannia (Pitti e Scoti), mentre in Africa la popolazione, istigata alla ribellione dai donatisti, si univa ai barbari per sottrarsi al malgoverno dei funzionari imperiali. Contro gli Alamanni mosse egli stesso (365), riportando una vittoria a Solicinium (Sulz) che non fu però decisiva. Contro i Pitti e gli Scoti in Britannia mandò Flavio Teodosio, padre del futuro imperatore Teodosio, che ristabilì l’ordine in quella regione; lo stesso Flavio Teodosio sedò la rivolta capeggiata da Firmo in Africa. Nel 374 irruppero sulla linea del Danubio, spezzandola, i Quadi, i Sarmati e gli Iazigi. L’imperatore accorse personalmente in Pannonia col piccolo figlio Valentiniano (il futuro Valentiniano II) e l’imperatrice Giustina, e morì proprio quando i Quadi erano sul punto di chiedere la pace.

Teodosio
Teodosio

Nel 382 l’imperatore Graziano abolirà definitivamente ogni residuo di paganesimo: il titolo di pontefice massimo, i finanziamenti pubblici ai sacerdoti pagani, la statua e l’ara della Vittoria ancora presenti nella curia. La morte di Graziano nel 383 ad opera dell’usurpatore Magno Massimo, che controllava la Gallia e la Spagna, segnò una nuova minaccia per l’Impero. La zelante tutela della religione cristiana di Magno Massimo, con la decapitazione dell’eretico Priscilliano, fu ritenuta una valida garanzia dell’affidabilità del generale iberico, tanto che il nuovo imperatore d’Occidente, Valentiniano II, lo accettò come collaboratore. Teodosio però sconfisse e fece giustiziare Magno Massimo (388), ripristinando la forma diarchica. Con la morte di Valentiniano II in circostanze misteriose nel 392 (forse fatto uccidere dal suo ministro Arbogaste), Teodosio tornò ad essere imperatore unico, anche se negli anni successivi dovette difendere il proprio trono da un usurpatore, Eugenio, che sconfisse nella battaglia del Frigido (394). Nelle campagne contro gli usurpatori Teodosio I ottenne l’appoggio dei foederati Goti stanziati nell’Illirico, 10.000 dei quali furono uccisi durante la battaglia del Frigido; Orosio, che detestava i Goti, sostenne che con quella battaglia Teodosio I ottenne due trionfi: uno sull’usurpatore e uno sui foederati Goti, che avevano subito pesanti perdite.

Teodosio I governò con saldo pugno, portando a compimento alcune iniziative in linea con il mutare dei tempi. Dopo aver patteggiato con i Visigoti represse duramente il dissenso: quando a Tessalonica finì ucciso un comandante goto nel corso di rivolte contro l’insediamento dei barbari in terre di privati cittadini, l’imperatore rispose ordinando il massacro di settemila tessalonicesi ignari, mentre assistevano ad una corsa di cavalli nell’ippodromo della città. Nonostante le scuse pubbliche dell’Imperatore imposte da Ambrogio di Milano, la notizia si diffuse per tutto l’Impero e fu un forte segnale di avvertimenti verso i sudditi. Inoltre Teodosio con l’editto di Tessalonica (e decreti successivi), proibì qualsiasi culto pagan e proclamò il cristianesimo religione di Stato, perseguitando in diverse forme il Paganesimo, trasformando in tal modo l’Impero in uno stato cristiano. Alla morte dell’Imperatore 395, fu in qualche modo ripristinato, per volontà stessa di Teodosio, il sistema di Diocleziano, nominando due augusti: suo figlio maggiore Arcadio per la pars orientis e il minore Onorio per la pars occidentis.


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