1 ottobre – Fidei in Campidoglio

Secondo quanto imposto da Numa, i Flamines Maiores (i sacerdoti dei culti di Giove, Marte e Quirino) arrivavano al santuario dedicato alla dea Fides su un carro coperto e tirato da due cavalli, chiamato carpentum. Lì celebravano un rituale sacro con la mano destra avvolta in un panno bianco.

La mano coperta era un simbolo della Fede, alla quale è appunto consacrata la mano destra. Del resto, con la stretta delle mani destre (dextrarum iunctio) si stringeva un accordo, compreso quello matrimoniale tra due sposi, perché in questo modo i contraenti “legano” la fides alla propria promessa.

Di fatto, nell’antica Roma i giuramenti e i patti erano posti sono una “triade”: Fides, Giove e Sanco Semone, tre divinità che ne regolavano la sacralità.

Sulla devozione alla Fides in qualità di divinità si basava il rispetto di quei patti stipulati senza testimoni. Fides era una divinità con un importante ruolo nei giuramenti tra i non eguali, (quello, ad esempio, tra un il dominus e i propri clientes), giacché rappresentava la fiducia che una persona in stato d’inferiorità poteva riporre in chi gli era superiore, poiché tra i due si stabiliva un legame beneficiario per entrambe le parti: il presupposto che permetteva di stringere un accordo.

Fides, raffigurata come una donna anziana, rappresentava l’importanza di “tenere fede” ai patti, di rispettare i contratti e la parola data, poiché questo è il fondamento di ogni comunità sociale e politica. La Fede era quindi il valore cardine della società romana, come qualità personale di un uomo, e come entità che lega il cittadino alla propria comunità di appartenenza.

In età tardo repubblicana, Fides venne legata in particolare alla sfera commerciale, alla lealtà negli affari quale garanzia del benessere dell’intera comunità. Per questo motivo la monetazione imperiale ha spesso utilizzato un’iconografia particolare di Fides: rappresentata per mezzo di due mani strette attorniate dal caduceo e dalle spighe di grano, rispettivamente i simboli di Mercurio (divinità dei commerci) e della prosperità.

Nello stesso periodo imperiale cominciò a svilupparsi il culto della Fides Exercitus o Fides Militum, rappresentata mediante una figura femminile, spesso adagiata su un trono, sempre circondata dalle insegne militari delle legioni. Questa iconografia mostra il legame tra i soldati e l’imperatore, che si esplicava nell’acclamazione del comandante militare (imperator), e stabilito tramite un giuramento col quale i soldati dimostravano di riporre tutta la loro fiducia nell’imperatore, impegnandosi a garantire il suo potere in cambio della stabilità di Roma.

Secondo la tradizione, un altare dedicato a Fides Publica o Fides Publica Populi Romani sarebbe stato eretto sul Campidoglio da Numa. Forse nello stesso posto in cui poi fu eretto il tempio dedicato alla dea da Appio Atilio Calatino alle Calende di Ottobre di un anno del III secolo a.C. Nel 115 a.C. il tempio venne restaurato e nuovamente consacrato, sempre nello stesso giorno, da Marco Emilio Scauro. Tuttavia, gli studi più recenti tendono a indicare nell’area archeologica di Sant’Omobono la posizione del tempio di Fides.

Secondo le fonti, il tempio era un ulteriore luogo di riunione del Senato, e conservava le tavole bronzee con le iscrizioni dei trattati internazionali (foedus) e i diplomata consegnati ai soldati congedati con onore. Plinio il Vecchio tramanda che l’interno della cella era abbellito da un quadro di Apelle che raffigurava un anziano maestro di lira e il suo giovane allievo.

Aureo di Eliogabalo raffigurante la Fides, III secolo d.C. (di АНО «Международный нумизматический клуб» – CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68080522)

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Lucio Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, XLV, 17, 3;
  • Dionigi di Alicarnasso, Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία  (Antichità Romane) II, 75;
  • Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, vol. XI, 251; XXV, 100;
  • Plutarco, Βίοι Παράλληλοι (Vite parallele), Numa, XVI, 1.
  • Servio Mario Onorato, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, I, 292;
  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, libro I, 21;
  • Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, III, 17.
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