23 febbraio – Terminalia

Terminalia

Coi Terminalia in onore di Terminus finiva quel periodo caotico, costituito dai mesi di Gennaio e Febbraio, che fungeva da preludio all’instaurazione del nuovo ordine cosmico ben definito ed eterno imposto da Giove, che iniziava a Marzo.

Terminus agiva in qualità di forza creativa e artefice dell’ordine, che  si manifestava nella agrimensura (la “etrusca disciplina”, quella materia che si occupa della misurazione dei terreni) attraverso la pratica della suddivisione della terra in appezzamenti ben delimitati da segni di confine. Questi segni, citati nei testi degli agrimensori romani, potevano essere strade, fossati, alberi, pietre sia grezze che lavorate, cippi spesso di forma cilindrica con iscrizioni particolari. Chi veniva colto mentre commetteva un sacrilegio come quello di spostare un segno di confine (un termine) avrebbe potuto essere ucciso seduta stante.

Terminus era infatti il dio, di origine sabina, che tutelava l’inviolabilità e l’inamovibilità sacra dei confini dello Stato Romano, dei limiti dei campi coltivati e di ogni proprietà privata. Il dio era spesso rappresentato da pietre o da tronchi d’albero, oggetti che venivano posti a delimitare le proprietà, soprattutto in campagna.

La festa dei Terminalia sarebbe stata istituita da Numa Pompilio, secondo re di Roma, e nel caso ci fosse stato di bisogno, era dopo questa festa che potevano essere tolti i cinque giorni del mese intercalare nel calendario lunisolare di età monarchica, o aggiunto il giorno bisestile nel successivo calendario giuliano.

Secondo la tradizione romana, Romolo aveva espanso i territori della neonata Roma conquistando con le armi quelli dei vicini. Numa Pompilio suddivise i territori di Roma con netti confini e lì affidò ai cittadini romani, e con l’istituzione del culto del dio Terminus rese sacri e perciò inviolabili quei confini. Nella visione di Numa, questo avrebbe trasformato i cittadini romani in giusti lavoratori della terra, preparati a difendere la propria proprietà, da quei guerrieri pronti a depredare le terre altrui che erano stati.

Secondo alcuni autori antichi, alle origini del culto di Terminus non erano previsti sacrifici di sangue, poiché il dio custodiva la pace e la serenità e respingeva gli spargimenti di sangue. Col passare del tempo però, il culto è stato modificato, e in età imperiale a Terminus venivano offerti sacrifici violenti, sia nei rituali di fondazione di un terminus, che durante i riti pubblici e privati dei Terminalia.

Secondo quanto scritto da Dionigi di Alicarnasso, a Terminus si offrivano dei dolcetti fatti con farina e i primi frutti della terra; mentre, come Ovidio, anche Orazio ha citato un agnello immolato sull’altare; Prudenzio ha invece riferito del sacrificio di una gallina.

Ovidio ha riportato che i Terminalia prevedevano un rito privato e uno pubblico. Nelle campagne, quello privato prevedeva che una donna portasse all’altare del dio (termini sacrificales) un coccio della brace del focolare della propria casa: dentro il fuoco veniva gettata un’offerta di grano, lanciata per tre volte dando le spalle all’altare, e un favo di miele. Dopodiché si celebrava il rituale pubblico: la comunità si riuniva, vestita di bianco, portando libagioni e vino per partecipare alla festa, mentre lungo i confini dei campi si spargeva sangue di agnello.

Il sacrificio di un altro agnello veniva compiuto dai sacerdoti al sesto miglio della via Laurentina (che collegava Roma a Laurento, sulla costa tirrenica a sud di Roma), che fino all’età repubblicana contrassegnava il confine dell’ager romanus (il territorio di Roma).

Tutti questi riti sacrificali si svolgevano nei pressi dei sopracitati termini sacrificales: dei piccoli altari edificati solitamente tra gli alberi, ma vicino i segni di confine delle proprietà o delle strade.

Forse, in origine Terminus era una manifestazione di Giove: lo Juppiter Terminalis citato da Dionigi di Alicarnasso,  su una moneta del 49 a.C. e su un’epigrafe di età imperiale (CIL XI, 351), dal quale venne diviso per diventare una divinità propria e autonoma.  I culti di Giove e Terminus erano infatti legati dalla presenza di un sacello di Terminus nel tempio di Giove sul Campidoglio.

Quando si dovette costruire il tempio, gli auspici dissero che Terminus non voleva lasciare il luogo nel quale sorgeva un suo altare, interpretando questo segno come una profezia sulla sempiterna tenuta dei confini romani. In questo ambiente Terminus era rappresentato da una pietra infissa nel terreno, posta sotto un foro praticato sul soffitto, affinché potesse essere in diretto contatto col cielo. Tant’è che a Terminus si sacrificava sempre all’aperto, in modo che dal cielo fosse visibile.

Secondo quanto ipotizzato da Lattanzio, quella pietra sarebbe stata la stessa che Rea/Ops avrebbe dato a Crono/Saturno al posto del figlio Zeus/Giove, permettendogli di salvarsi dalle fauci del padre.

“Un sacrificio” disegno in acquaforte di Lèon Davent e Francesco Primaticcio, Metropolitan Museum of Art, New York

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Dionigi di Alicarnasso, Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία (Antichità Romane) II, 74; III, 69, 3-6
  • F. Fabiani, L’ urbanistica: città e paesaggi. Archeologia classica, Carocci, Roma 2014;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio, Divinarum institutionum Libri VII, libro I, 20;
  • Ambrodio Teodosio Macrobio, Saturnalia, I, 13, 15;
  • Quinto Orazio Flacco, Epodi, II, 59;
  • P. Ovidio Nasone, Fasti, libri II, 630-684;
  • Plutarco, Βίοι Παράλληλοι (Vite parallele), Numa, XVI;
  • Plutarco, Moralia, Quaestiones Romanae, 15;
  • Aurelio Prudenzio Clemente, Libri contra Symmachum, II, 1008-1009;
  • Servio Mario Onorato, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, IX, 446;
  • Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, 368;
  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, libro I, 55;
  • Marco Terenzio VarroneDe lingua Latina, libro VI, 3.
Share