5 luglio – Poplifugia

Il 5 Luglio, il giorno del Poplifugia, era sacro a Giove. Plutarco ci tramanda che, in questo giorno, i romani uscivano dalla città gridando nomi come Gaius, Marcus e Lucius, e in processione si dirigevano alla Palude della Capra nel Campo Marzio, dove si svolgevano dei sacrifici.

Tuttavia, la festa è molto antica e gli autori latini non erano concordi né sulla data esatta né sul luogo preciso in cui i rituali si svolgevano, e neppure sull’origine della festività. Certamente il rituale ricalca un momento di grave crisi della città di Roma, che comportò una “fuga” della popolazione.

Se alcuni autori le nominavano come Nonae Caprotinae, anticipandole di due giorni, Varrone indica due feste distinte e separate, e sui Poplifugia ricorda che il nome deriva dalla confusione determinata dalla fuga del popolo romano dopo che alcuni popoli latini dichiararono guerra a Roma, poco dopo l’incendio che i Galli avevano appiccato alla città (387 a.C.). Anche Plutarco, che però identifica i Poplifugia e le Nonae Caprotinae, racconta che la festa commemorava l’assedio posto da alcuni popoli latini su Roma, dopo la sconfitta dei Galli. Infine, Macrobio scrisse che il rituale doveva ricordare la fuga dell’esercito romano avvenuta durante la guerra contro gli Etruschi.

Un’altra tradizione invece, racconta che i Poplifugia fossero la commemorazione della fuga dei Romani spaventati dall’improvvisa scomparsa di Romolo, avvenuta proprio in questo giorno. La tradizione racconta che il re stesse tenendo un discorso o passando in rassegna l’esercito alla Palude della Capra, fino a quando non si scatenò una tempesta che oscurò il cielo. Quando tornò la luce, i Romani si accorsero che Romolo non c’era più e venne sparsa la voce che era salito al cielo, divinizzato col nome di Quirino. Questo nome potrebbe derivare dai cittadini Romani, chiamati anche Quiriti, ma anche dalla quiris (“lancia”) che avrebbe dato al divinizzato Romolo l’aspetto di dio marziale, armato di lancia.

La pratica di gridare i nomi di persona, durante la processione, deriverebbe dal ricordo della concitazione della folla spaventata che abbandonava il luogo della scomparsa di Romolo, oppure dall’uso militare di chiamarsi fra soldati nel riordinarsi tra i ranghi e quindi avere un richiamo alle battaglie di Roma.

Una versione della leggenda della morte di Romolo racconta che il sovrano sia stato vittima di un omicidio, il suo corpo fatto a pezzi che furono poi sepolti dai suoi uccisori nelle curiae. Gli assassini erano o i nuovi cittadini, giunti in città in seguito alle conquiste militari del re, o i senatori; l’omicidio sarebbe avvenuto vicino il Volcanal nell’area del Foro Romano, oppure nei pressi del tempio di Vulcano al Circo Flaminio nel Campo Marzio. Ad avvalorare la tesi della divinizzazione del primo re, un certo Giulio Proculo raccontò che Romolo gli era apparso come Quirino, chiedendogli di narrare al popolo la sua apoteosi.

Un’altra versione della morte di Romolo racconta che sia stato ucciso da un fulmine e poi divinizzato, a fare quasi da contraltare alla morte del terzo re di Roma, Tullio Ostilio, morto folgorato a causa dell’empietà con la quale osò sfidare Giove.

La discordia nell’indicazione del luogo della scomparsa di Romolo, presso il Volcanal e il Comitium (dov’è il Lapis Niger, indicato come tomba di Romolo) o nella Palude delle Capre al Campo Marzio, potrebbe spiegarsi col fatto che entrambi i posti erano luoghi di riunione del popolo Romano, poiché in momenti differenti si trovavano fuori dalle mura della città. Durante la prima età monarchica, nel Comitium si riunivano i comitia curiata per votare; dopo la costruzione delle mura serviane che arrivarono a inglobare l’area del futuro Foro Romano, il popolo cominciò a riunirsi nel Campo Marzio, fuori il pomerium. La presenza di due luoghi rituali spiegherebbe anche il termine “Poplifugia”, un plurale nato dall’incertezza degli autori antichi su dove e quando avvenne la scomparsa di Romolo.

Tuttavia, è possibile che il termine plurale dei Poplifugia indicasse una sorta di “doppie nonae”, il 5° e il 7° giorno del mese, dovute a una specie di aggiornamento del calendario che i pontefici dovevano compiere per riallineare il calendario al ciclo lunare, dato che i Romani suddividevano l’anno in mesi composti da 29 e 31 giorni.

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Aurelio Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, III,15;
  • Lucio Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, XLVII, 18;
  • Dionigi di Alicarnasso, Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία (Antichità Romane) II, 56;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, libro I, 16;
  • Ambrodio Teodosio Macrobio, Saturnalia, III, 2, 14;
  • Plutarco, Βίοι Παράλληλοι (Vite parallele), Romolo, XXIX, 2; XXVII, 5-8; Numa, II, 1-3; Camillo, XXXIII;
  • Marco Terenzio Varrone, De lingua Latina, libro VI, 18.
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