I racconti dei Demiurghi: C’ho da fà

«E c’ho da fà, c’ho, non rompe er cazzo».

Un ghigno divertito piega le labbra della nobile donna alla risposta dell’anziano servitore disteso sul letto di una camera degli ospiti.

«E che c’avrai mai da fà, Fabiè?».

«E c’ho da morì».

La domina sghignazzò tra le lacrime, mentre teneva una mano rugosa dell’altro. «Eh, Fabiè, ma sei sicuro sicuro che nun pòi rimannà ‘sta stronzata?».

Il vecchio sorrise cieco. Tossì via l’aria che raspava nel petto scavandosi vie d’accesso sempre più difficili da trovare nell’acqua.

«Signorinè, se me ripijo te lavo ‘a bocca cor sapone».

Un singhiozzo sfuggì alla donna, che si asciugò la lacrima ribelle che aveva preso a colare per la guancia. «Fabiè, me piacerebbe tanto che ce provassi».

L’altro ridacchiò di nuovo, tossendo e sputando aria marcia e sconquassi di vita. Non disse più niente, il respiro che gorgogliava tra l’acqua che lo soffocava.

Fece un gesto alla donna e lei si avvicinò per ascoltare l’ultimo flebile bisbiglio. Si mise la mano del vecchio sul volto, infischiandosene se lo trovava umido di emozioni impossibili da arginare e annuì vigorosamente. Poco dopo la mano forte tremò visibilmente al riflesso del proprio volto sfatto sulla lama e nascose alla vista la sua testimonianza tingendosi del rosso cremisi del sangue.

Il vecchio si rilassò e sorrise, ascoltando finalmente in pace l’ultimo battito del proprio cuore spaccato con le orecchie e il dolce rispetto e amore di quella domina con la mano sulla sua guancia.

Qualche istante dopo, mentre la lama cadeva risuonando un canto di morte sul pavimento mosaicato della stanza, la mano segnata dal tempo e dalle faccende pesanti scivolò via dal viso tanto amato con un’ultima, irripetibile, carezza.

La donna si chinò sul volto del servo e con le labbra ne raccolse l’anima con dolcezza, mentre gli occhi slavati e ciechi si chiusero da soli, sollevandola anche da quell’ingrato compito. Da un angolo della stanza una voce femminile, una delle sue tante ancelle, cominciò la cantilena della conclamatio.

La domina singhiozzò forte per il tempo di due, forse tre respiri, quindi si rialzò e senza vergogna si asciugò le lacrime mentre rimetteva a fuoco gli altri schiavi presenti nella stanza.

«Ripulite tutto. Componete la salma e predisponete i suoi funerali. Non dimenticate le preficae, non sarà un funerale pubblico, ma Fabius se le merita almeno davanti casa. E preparate la suffitio, servirà un flamen».

«Domina…».

«E non dimenticate i rami di cipresso e tasso alla porta e alle finestre, la morte ha toccato questa casa».

«Sì, certo, ma…».

«Ho già provveduto a comprare uno spazio lungo la via consolare a nord. Lo seppelliremo lì».

«Come desideri, domina, ma…».

Lei scosse i morbidi riccioli biondi e fissò il segretario della domus. Suo marito non c’era, tanto per cambiare. Sorrise mesta. «Sappi solo questo: egli apparteneva ai Fabii da prima che io nascessi e laddove colui che chiamo padre è mancato, Fabius c’era. Era uno schiavo, ma è stato mio padre. E io intendo onorarlo come tale, almeno fin dove è possibile».

L’altro deglutì. Quando si fosse saputa la cosa, il padre della domina sarebbe andato su tutte le furie. E lui sperò vivamente di non essere presente.

Lei uscì solenne dal cubicolo riservato agli ospiti che aveva invece riservato l’ultimo sonno del suo fidato schiavo. Era venuto da lei cinque anni prima, vecchio, curvo e stanco, con la disperazione per casa e la vergogna per compagna. Era un uomo libero, ma a più di cinquant’anni nessuno gli avrebbe dato niente e soldi non ne aveva. Sapeva anche di non avere possibilità di vendersi ancora come schiavo o anche solo di sopravvivere al prossimo inverno, sempre che ci fosse arrivato. Così era andato come un postulante da lei, una ragazzina che si era fatta donna sotto i suoi occhi per andare in sposa a un nobile e perderla di vista per oltre vent’anni.

Quando lei lo aveva visto aveva spalancato gli occhi sorpresa. L’aveva osservata frugarlo con lo sguardo alla ricerca della targa e, non trovandola, aveva accolto l’abbraccio della donna con gioia e speranza. Lei aveva visto tutto questo nel suo sguardo, ma aveva rispettato il suo orgoglio di uomo. Così tanto da impedirgli di raccontare qualsiasi cosa e partendo all’attacco offrendogli un impiego stabile.

Fabius era entrato in quella domus, cinque anni prima, ed era morto quel giorno da uomo libero, il pugnale conficcato tra spalla e gola, come ai soldati. Fabius era stato per lei più padre di quello vero e non lo avrebbe rinnegato. L’unico, in quella domus, capace di farla ridere apertamente infrangendo il rigido autocontrollo che teneva sempre. Chi la conosceva sapeva bene che raramente mostrava i suoi stati d’animo a chicchessia, tanto meno che istigasse volontariamente risposte piccate come quella, eppure con Fabius non riusciva a frenare l’impulso che le attorcigliava lo stomaco di far proprio questo.

In fin dei conti, si erano sempre divertiti tutti e due e lo avevano sempre saputo entrambi.

Quel botta e risposta, nel corso degli ultimi cinque anni era diventato un loro gioco. Aldilà dell’età, e forse proprio in virtù di essa, Fabius non gliele aveva mai mandate a dire. Diretto e conciso, era sempre andato dritto al punto, anche all’insulto. Nessuno più contava con aria rassegnata ed espressione colma di rimprovero e pena in attesa dell’ordine fatidico della domina quando la mandava bellamente a farsi fottere con tutto il cavallo e, talvolta, con tutta la scuderia.

Le sarebbe mancato, ne era certa. Ma non era più tanto giovincella nemmeno lei, non avrebbe dovuto attendere troppo prima di rincontrarlo, salutarlo e sentirsi rispondere: «C’ho da fà, c’ho, non rompe er cazzo».

LEGIO M ULTIMA – I DEMIURGHI


Note:
Conclamatio: la fase immediatamente successiva alla morte del familiare, durante la quale lo si chiamava per nome, fino al funerale.
Flamen: sacerdote
Preficae: durante le esequie erano le donne pagate per piangere il caro estinto emettendo durante il funerale le lamentazioni assieme alle donne della famiglia
Suffitio: rituale di purificazione della casa (la si addobbava con rami di cipresso e tasso appositamente) fatto subito dopo la morte del familiare perché si considerava la casa infettata dalla morte.

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