Hinge è l’app di incontri “progettata per essere cancellata”, quella che dovrebbe aiutarti a trovare qualcuno e poi sparire dalla tua vita. Eppure, proprio ora che il successo è sotto gli occhi di tutti, il suo fondatore Justin McLeod non è mai stato così preoccupato. Il problema, oggi, non sono più le app rivali né la difficoltà di convincere le persone a conoscersi online. La vera minaccia è molto più silenziosa e, in un certo senso, seducente: l’idea di una compagnia perfetta, costruita dall’intelligenza artificiale.
Il fascino pericoloso delle relazioni senza attrito
Mentre il mondo tecnologico corre verso chatbot sempre più “umani”, empatici e rassicuranti, McLeod si pone una domanda che suona semplice ma fa un po’ paura: che succede se queste intelligenze diventano così brave da farci dimenticare perché vale la pena stare con una persona reale? In fondo, una relazione vera è fatta di imbarazzi, silenzi strani, fraintendimenti, compromessi. A volte anche di rifiuti. Un chatbot, invece, non giudica, non si stanca, non ti contraddice. Ti risponde sempre nel modo giusto, ti capisce al volo, ti dà attenzione continua. E allora perché affrontare la complessità di un altro essere umano quando puoi rifugiarti in qualcosa di così comodo? Secondo McLeod, il rischio è proprio questo: scegliere una connessione “pulita”, senza scossoni, al posto di un legame autentico ma imperfetto. Un amore senza attriti, sì, ma anche senza crescita.
È qui che Hinge prova a fare una scelta controcorrente. Con un nuovo CEO alla guida e McLeod concentrato sulla visione futura, l’app non vuole usare l’intelligenza artificiale per creare nuove forme di compagnia virtuale. Al contrario, vuole usarla come una sorta di facilitatore. Un aiuto per rompere il ghiaccio, per evitare il ghosting, per spingere le persone a parlarsi davvero e, soprattutto, a incontrarsi dal vivo il prima possibile. In un settore dove molte piattaforme puntano a tenerti incollato allo schermo, Hinge fa l’opposto: cerca di farti uscire dall’app. Meno swipe infiniti, più connessioni che abbiano un senso.
Meno tempo perso a chattare, più possibilità di capire se davanti a te c’è qualcuno con cui vale la pena costruire qualcosa. Alla base di tutto c’è un’idea molto umana: l’amore nasce dall’imprevedibilità. Da quel momento in cui non sai cosa dire, da una risposta che non ti aspettavi, da una fragilità condivisa. Tutte cose che un algoritmo, per quanto sofisticato, non può davvero replicare.
Hinge si è sempre posizionata come l’app per chi “odia le app di incontri”, basando il suo marketing sulla sincerità. La nuova sfida sarà educare gli utenti a non rifugiarsi nel comfort digitale. In un mondo dove l’AI può simulare la connessione perfetta, Hinge scommette sul fatto che, alla fine, l’essere umano cercherà sempre quella scintilla imperfetta che solo un altro individuo in carne e ossa può offrire.
Hinge è un’app di incontri che punta ad aiutare le persone a trovare una relazione reale e duratura, incoraggiandole a uscire dall’app il prima possibile invece di restare a chattare all’infinito.
McLeod teme che l’ascesa delle relazioni virtuali basate sull’intelligenza artificiale renda meno attraenti i rapporti umani reali, più complessi ma anche più autentici.
I chatbot possono offrire compagnia senza conflitti, rifiuti o imbarazzi, spingendo alcune persone a preferire connessioni “perfette” ma artificiali rispetto a legami umani imperfetti.
Hinge usa l’AI come supporto: per rompere il ghiaccio, migliorare le conversazioni e ridurre il ghosting, senza sostituire il contatto umano o simulare un partner ideale.
Perché crede che l’amore nasca dall’imprevedibilità, dal confronto reale e dalle imperfezioni, elementi che nessun algoritmo può replicare davvero.

Da anni sono copywriter e redattore di blog di tematiche tech e internet. Tra le mie passioni il mondo tech e digital. Per il blog capitolivm.it mi occupo della realizzazioni di guide su sicurezza informatica, web e digital.






