La decisione del tribunale di Parigi di imporre alle VPN il blocco dei siti che diffondono contenuti pirata non è una semplice notizia giudiziaria. È un passaggio che ridefinisce, in modo profondo, il ruolo stesso di questi servizi nell’ecosistema digitale europeo. Per la seconda volta, la giustizia francese torna a indicare le Virtual Private Network come intermediari tecnici, chiamati a intervenire attivamente contro la diffusione illegale di eventi sportivi protetti da diritto d’autore. Un concetto che sposta l’attenzione: non più solo chi ospita o trasmette contenuti illegali, ma anche chi facilita l’accesso.
Al centro dell’ordinanza ci sono alcuni dei nomi più noti del settore: NordVPN, CyberGhost, ExpressVPN, ProtonVPN e Surfshark. Servizi spesso percepiti come strumenti neutri di protezione della privacy, ora coinvolti direttamente in una strategia di contrasto alla pirateria che guarda soprattutto allo streaming sportivo. È qui che la vicenda diventa sistemica e non più episodica.
Quando le VPN diventano “intermediari”: il cambio di paradigma giuridico
Il punto centrale dell’ordinanza parigina è la qualificazione delle VPN come intermediari tecnici, una categoria finora associata soprattutto agli Internet Service Provider. Questo passaggio non è formale: comporta obblighi concreti. Le VPN vengono equiparate agli ISP nella responsabilità di impedire l’accesso a risorse ritenute illegali, ribaltando una convinzione diffusa secondo cui questi servizi sarebbero semplici “tunnel” privi di potere decisionale.
La rilevanza di questa scelta emerge nel contesto attuale, in cui lo streaming non autorizzato rappresenta una delle principali perdite economiche per i detentori dei diritti sportivi. L’errore più comune è pensare che la giustizia stia colpendo la privacy degli utenti: in realtà, il focus non è l’identità di chi naviga, ma il controllo dell’accesso a determinati domini. È una distinzione sottile ma decisiva, che consente ai giudici di sostenere che il blocco dei siti non implica automaticamente la sorveglianza degli utenti.
Questa interpretazione apre un collegamento diretto con ciò che sta accadendo anche ad altri livelli dell’infrastruttura di rete, come i DNS resolver. Il quadro che ne emerge è quello di una filiera tecnica sempre più coinvolta nella tutela del copyright, preparando il terreno a un’estensione del principio anche oltre i confini francesi.
Streaming sportivo nel mirino: perché il calcio e i motori sono centrali
L’ordinanza del tribunale di Parigi si fonda sul French Sports Code e ha un obiettivo molto preciso: impedire la visione non autorizzata degli eventi sportivi in diretta. Non si parla genericamente di pirateria, ma di competizioni ad alto valore economico e mediatico, come la Ligue 1, la Formula 1 e la MotoGP. È qui che il danno per i detentori dei diritti diventa immediatamente misurabile.
A sostenere l’azione legale c’è la Ligue de Football Professionnel, l’organismo che gestisce i principali campionati calcistici francesi. La loro posizione chiarisce un aspetto spesso sottovalutato: il problema non è solo l’esistenza dei siti pirata, ma la rapidità con cui gli utenti riescono ad aggirare i blocchi tradizionali attraverso VPN e mirror. L’idea di colpire anche questi “snodi” tecnici nasce proprio dalla necessità di ridurre l’efficacia delle alternative illegali in tempo reale.
Molti utenti credono che il fenomeno sia marginale o inevitabile. In realtà, è proprio la diretta sportiva a rendere la pirateria particolarmente sensibile, perché ogni minuto di visione illegale sottrae valore immediato ai diritti acquistati. Da qui la scelta di una misura dinamica, che non si limita a un elenco statico di siti ma guarda al problema in evoluzione.
Un’ordinanza “dinamica”: blocchi aggiornabili e siti mirror
Uno degli elementi più significativi del provvedimento francese è la sua natura dinamica. In una prima fase, l’ordinanza riguarda 13 domini specifici, ma concede ai titolari dei diritti la possibilità di aggiungerne altri nel tempo. Questo meccanismo serve a colpire non solo i siti principali, ma anche le copie alternative e i mirror che emergono subito dopo ogni blocco.
La rilevanza pratica di questo approccio sta nella sua somiglianza con strumenti già sperimentati altrove. In Italia, ad esempio, il risultato finale ricorda quello perseguito con Piracy Shield, pur muovendosi in un contesto normativo diverso. L’errore più diffuso è pensare che questi sistemi siano inefficaci perché “i siti tornano sempre”: in realtà, l’obiettivo non è l’eliminazione totale, ma l’aumento progressivo delle barriere di accesso.
Questo tipo di ordinanza cambia anche il ruolo delle VPN, che non possono più limitarsi a dichiarare neutralità tecnica. Il collegamento logico porta direttamente alla questione più delicata: la compatibilità di questi obblighi con la tanto sbandierata politica no-log.
La politica no-log non ferma i blocchi: una linea tracciata dalla corte
Molti dei provider coinvolti hanno cercato di opporsi all’ordinanza richiamando l’impegno verso gli utenti a non registrare dati di navigazione. La cosiddetta politica no-log è spesso percepita come uno scudo assoluto contro qualsiasi forma di intervento. La corte francese, però, ha chiarito che questo principio non costituisce un ostacolo al blocco dei siti incriminati.
Il punto chiave è che impedire l’accesso a un dominio non richiede la conservazione di informazioni personali sugli utenti. È una distinzione che corregge una convinzione errata molto diffusa: bloccare non significa sorvegliare. In questo senso, la decisione separa nettamente il tema della privacy da quello della responsabilità tecnica.
Questa interpretazione è rilevante oggi perché ridefinisce i confini del dibattito pubblico sulle VPN. Non si tratta più solo di strumenti di anonimato, ma di infrastrutture che possono essere chiamate a collaborare con le autorità senza violare, almeno formalmente, i principi dichiarati ai propri clienti. È un passaggio che prepara il terreno alla riflessione finale: ciò che accade in Francia potrebbe non restare confinato entro i suoi confini.
Un possibile precedente europeo: perché la Francia guarda oltre se stessa
Il ruolo delle VPN nella lotta alla pirateria è da tempo oggetto di discussione anche in altri paesi, Italia compresa. L’ordinanza di Parigi, però, ha una portata che va oltre il singolo caso nazionale. Potrebbe diventare un precedente giuridico su cui i detentori dei diritti faranno leva per avanzare richieste analoghe altrove.
L’errore sarebbe considerare questa decisione come un’eccezione isolata. In realtà, si inserisce in una tendenza più ampia che mira a coinvolgere ogni anello della catena tecnica nella tutela del copyright. Se questo approccio prenderà piede, le VPN potrebbero trovarsi sempre più spesso al centro di contenziosi simili, chiamate a scegliere tra resistenza legale e adattamento normativo.
La prospettiva che si apre non è una semplice stretta repressiva, ma una ridefinizione dei confini tra libertà di accesso, responsabilità tecnica e tutela dei diritti. Un equilibrio ancora instabile, che continuerà a evolversi man mano che la tecnologia e le strategie legali si inseguiranno a vicenda.

Marco Rossi è un appassionato di tecnologia con oltre 20 anni di esperienza nel settore digitale. Laureato in Ingegneria Informatica, ha lavorato come consulente IT e content creator per diverse realtà online. Sul suo blog condivide guide pratiche, recensioni e approfondimenti su tutto ciò che riguarda il mondo della tecnologia e di Internet: dai dispositivi smart alle piattaforme di streaming, dalle novità sul web ai consigli per migliorare la sicurezza online. La sua missione è rendere comprensibili anche i temi più tecnici, aiutando lettori di ogni livello a orientarsi nel mondo digitale in continua evoluzione.






