Per anni Apple ha insistito su una linea molto chiara: tutto in casa, tutto sotto controllo. Siri compresa. Poi, a un certo punto, è diventato evidente che qualcosa non stava funzionando come sperato. L’assistente vocale era rimasto indietro, soprattutto nel confronto con i nuovi sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Ed è qui che arriva la svolta, forse la più delicata degli ultimi anni: Apple ha scelto di collaborare apertamente con Google. Una scelta che sa un po’ di resa strategica, ma anche di grande pragmatismo.
La differenza, rispetto al passato, è sostanziale. Questa volta Google non entra in scena come semplice “supporto esterno”. La tecnologia Gemini diventa il cuore della nuova generazione di Siri, il motore che permetterà all’assistente di fare finalmente quel salto di qualità che gli utenti aspettano da tempo. Apple resta al comando dell’esperienza, ma sotto il cofano c’è una potenza che prima mancava. Il primo assaggio concreto arriverà con iOS 26.4, previsto per marzo 2026. Sarà l’aggiornamento che ci farà capire se Siri 2.0 è davvero qualcosa di nuovo o solo un restyling ben raccontato. Una delle novità più evidenti è che Siri inizierà a “capire” cosa stiamo guardando sullo schermo. Non più comandi rigidi, ma richieste naturali: stai leggendo un documento, vedi un’immagine, hai aperta una mail, e puoi semplicemente dire cosa farne.
La nuova strategia di Apple: pagare Google per difendere l’iPhone (e la nostra privacy)
Un altro passo importante riguarda la memoria e il contesto personale. Siri potrà collegare informazioni sparse tra messaggi, email, appunti e calendario, per rispondere a domande che oggi sembrano banali ma che prima mandavano in crisi l’assistente. Il tutto senza dover spiegare ogni volta la situazione da capo. Anche l’interazione con le app diventerà più fluida: meno passaggi manuali, più azioni complete fatte con una sola richiesta. Ma questo è solo l’inizio. Il vero cambio di passo è previsto con iOS 27, in arrivo nell’autunno 2026. Qui Apple punta molto più in alto. Si parla di una ricerca sul web completamente ripensata, basata sull’intelligenza artificiale, capace di rispondere in modo diretto senza rimandare a una lista infinita di link. Un’idea che suona quasi ironica, visto che sfida Google usando, in parte, proprio la sua tecnologia.
C’è poi il fronte salute, con un assistente dedicato che potrebbe aiutare a interpretare dati e abitudini quotidiane, e una Siri finalmente proattiva, capace di suggerire azioni utili prima ancora che le chiediamo. Niente magia, solo osservazione intelligente delle nostre routine. Resta il tema più delicato: la privacy. Apple ha messo dei paletti molto chiari. I dati non finiscono nei server di Google e le operazioni più sensibili restano sotto il controllo diretto di Apple o del dispositivo stesso. In più, l’accordo non è esclusivo: se domani servirà un altro partner, Apple si è lasciata la porta aperta. La verità è semplice: Apple ha scelto Google perché ne aveva bisogno. I suoi modelli interni non reggevano più il confronto, soprattutto sulle richieste complesse. Pagare caro per colmare subito il divario è sembrata la mossa più intelligente. Non una sconfitta, ma un cambio di strategia. E, forse, l’inizio della Siri che avremmo sempre voluto.

Marco Rossi è un appassionato di tecnologia con oltre 20 anni di esperienza nel settore digitale. Laureato in Ingegneria Informatica, ha lavorato come consulente IT e content creator per diverse realtà online. Sul suo blog condivide guide pratiche, recensioni e approfondimenti su tutto ciò che riguarda il mondo della tecnologia e di Internet: dai dispositivi smart alle piattaforme di streaming, dalle novità sul web ai consigli per migliorare la sicurezza online. La sua missione è rendere comprensibili anche i temi più tecnici, aiutando lettori di ogni livello a orientarsi nel mondo digitale in continua evoluzione.






