Il declino della Repubblica e il primo triumvirato

Dopo la morte di Silla nel 78 a. C., la crisi della Repubblica si accentuò. Le riforme del dittatore furono osteggiate e da più parti venne richiesta la loro abolizione. Anche altri episodi turbarono la pace di Roma. Quinto Sertorio, uno dei capi democratici perseguitati da Silla, fece scoppiare la rivolta in Spagna e le popolazioni spagnole, da sempre contrarie al dominio romano, trovarono nella sua figura la risposta alla loro esigenza d’indipendenza. Anche in Oriente si respirava aria di ribellione, con Mitridate e il suo alleato Tigrane che cominciarono ad alimentare il malcontento della popolazione.

La situazione non era migliore nella penisola italica. Le confische dei beni e le condanne a morte ordinati da Silla lasciarono un solco profondo nella popolazione. Molti persero i propri beni e cercarono quindi di riottenere la dignità e le ricchezze perdute. Se i cavalieri erano insofferenti per non poter recuperare i loro diritti politici (in particolare il controllo dei tribunali), soprattutto la plebe e gli schiavi avevano motivo di essere scontenti. Molti di quest’ultimi prestarono servizio nell’esercito di Silla e, dopo il ritiro del dittatore, tornarono alla condizione di vita precedente.

Mentre a Roma la classe politica conservatrice era impegnata ad arrestare i tentativi di promulgazione di riforme di matrice democratica (riforme promosse anche dal console Marco Emilio Lepido) e a combattere la rivolta in Spagna di Sertorio, da Capua fuggirono alcune decine di gladiatori. Comandati da Spartaco (un ex soldato trace che ha militato nell’esercito romano, in seguito ridotto in schiavitù), questi gladiatori vennero evidentemente sottovalutati dai Romani. Il manipolo di rivoltosi accrebbe presto i propri ranghi. Spartaco si ritrovò in breve tempo a guidare un esercito di 70.000 uomini, composto per la maggior parte da briganti, ladri, schiavi fuggiaschi, ex soldati e piccoli proprietari in grave difficoltà economica. L’esercito di riottosi, dopo aver occupato l’Italia meridionale, preoccupò e non poco Roma.

L’ex alleato di Silla Marco Licinio Crasso, un ricchissimo affarista, venne inviato per fermare l’avanzata di Spartaco e dei suoi uomini. Insieme ai suoi uomini, Spartaco nel 72 a. C. risalì la penisola per tentare di oltrepassare le Alpi, ma molti ex schiavi di origine germanica lo abbandonarono. In fretta e furia, Spartaco con i superstiti scese di nuovo nella penisola, ma i pirati, che avrebbero dovuto traghettare i fuggiaschi fino in Grecia, disertarono l’appuntamento. A quel punto, dopo una serie di sconfitte, presso le sorgenti del Sele (tra Puglia e Lucania), l’esercito di Spartaco venne annientato da quello di Crasso. I 5000 superstiti che fuggirono verso nord vennero intercettati e massacrati da Gneo Pompeo, il generale che sconfisse poco prima Sertorio in Spagna.

Gneo Pompeo era figlio di Pompeo Strabone, militare e potente uomo politico italico che, non senza qualche episodio controverso, ebbe un ruolo di spicco durante la guerra civile dell’83-82 a. C.. Dopo la sua morte, il figliò ereditò le sue legioni. Quando Silla sbarcò a Brindisi, il giovane Pompeo gli offrì il suo esercito personale. Sebbene ci fosse collaborazione tra i due, quando Silla lasciò il potere, Pompeo si dissociò prontamente dall’ormai ex dittatore: era ormai consapevole che una sua vicinanza a Silla non gli avrebbe garantito alcun vantaggio politico. Diventò quindi un “moderato” e intraprese una fortunata carriera militare.

Dopo aver sconfitto i seguaci superstiti di Spartaco si prese (ingiustamente) i meriti del successo finale, a scapito di Crasso. Nonostante questo, i due uomini strinsero presto un’alleanza. Nel 70 a. C. divennero entrambi consoli: è il chiaro segnale che ormai a Roma potevano comandare coloro che possedevano un esercito e importanti risorse economiche.

Marco Licinio Crasso era un ricchissimo banchiere (secondo la rivista di economia Forbes fu in assoluto la persona più ricca della storia romana, con un patrimonio che ammonterebbe a circa 170 milioni di sesterzi, pari a circa 1 miliardo di euro). Costituì, per questo motivo, un alleato ideale per un generale vittorioso come Pompeo, poiché lo stesso Crasso era amico dei cavalieri. Pompeo e Crasso promulgarono subito una serie di norme che restaurarono l’alleanza tra cavalieri e plebe. La plebe ebbe quindi nuovamente i suoi tribuni, mentre i cavalieri i loro tribunali. Le riforme di Silla vennero così cominciate ad essere rovesciate.

Dopo il consolato ottenuto, Pompeo accrebbe notevolmente il suo potere negli anni successivi, soprattutto grazie alle campagne militari vincenti in Oriente. Dopo aver sconfitto Mitridate e gli ultimi discendenti della dinastia di Seleuco, Pompeo poteva addirittura creare nuove province e risistemare i confini del dominio romano in Oriente.

Il ritorno in Italia di Pompeo era atteso con timore: ricordava infatti lo sbarco di Silla, avvenuto poco meno di vent’anni prima. Ma inaspettatamente Pompeo non marciò verso Roma e congedò il suo esercito a Brindisi, chiedendo al Senato di approvare il suo operato in Oriente, accettandone la sistemazione. Il Senato però, nel 62 a. C., rifiutò, poiché spaventato dall’enorme potere acquisito da Pompeo.

Il contrasto tra Pompeo e il Senato venne sfruttato da un nuovo personaggio emergente, Gaio Giulio Cesare. Discendente della nobile gens Iulia e all’epoca pontefice massimo, Giulio Cesare venne in precedenza proscritto da Silla. Dopo aver ottenuto il suo perdono, fu riammesso nella vita politica.

La fortuna di Giulio Cesare fu quella di avere come amico il ricchissimo Crasso, il quale estinse i suoi debiti e ne finanziò la carriera politica.

Nel 60 a. C. si candidò per la carica di console. Quest’anno fu però importante soprattutto per un altro avvenimento. Grazie all’amico Crasso, Cesare poté entrare in stretto contatto con Pompeo.

L’incontro dei tre ne scaturì un’alleanza che di fatto consegnò il governo politico di Roma nelle loro mani. L’accordo privato fu successivamente chiamato dagli storici «primo triumvirato»: Pompeo si sarebbe impegnato a sostenere la candidatura al consolato di Cesare (portando molti voti); Crasso l’avrebbe finanziata e si sarebbe fatto portavoce degli interessi dei gruppi finanziari in Oriente (questione cara a Pompeo); mentre Cesare avrebbe fatto in modo che i veterani di Pompeo ottenessero delle terre, che il Senato ratificasse i provvedimenti presi da Pompeo in Oriente e avrebbe aiutato Crasso e i cavalieri, riducendo di un terzo il canone d’appalto delle imposte della provincia d’Asia. Per rinsaldare ulteriormente il triumvirato, Pompeo sposò la figlia di Cesare, la giovanissima Giulia.

La figura di Cesare fu fondamentale per trovare l’intesa, poiché riuscì a riavvicinare Pompeo e Crasso. Quest’ultimo serbava ancora un certo rancore per la vicenda della guerra in Spagna. Cesare venne quindi eletto console nel 59 a. C.. L’alleanza aveva permesso ai triumviri di dominare completamente la politica romana.

Una volta divenuto console, Cesare fece approvare tutti i provvedimenti stabiliti dal patto segreto: i veterani di Pompeo vennero sistemati sull’agro pubblico, la sistemazione dei confini asiatici venne attuata e il canone degli appalti dell’Asia fu effettivamente ridotto di un terzo. Il Senato e il collega di Cesare, Marco Calpurnio Bibulo, tentarono di opporsi, ma fu tutto inutile.

Inoltre, Cesare fece promulgare una legge che gli consentì di governare la Gallia cisalpina e quella transalpina. Ottenne inoltre l’Illirico e il comando di quattro legioni, per cinque anni.

Nel 58 a. C. Cesare terminò il suo anno di consolato e, prima di partire per le Gallie, nominò Publio Clodio Pulcro suo successore. Questi, divenuto tribuno della plebe, sotto consiglio di Cesare fece esiliare Cicerone poiché partecipò alla congiura ordita da Catilina. Cicerone dovette quindi abbandonare Roma e la vita politica. Il piano di Cesare era quello di liberarsi di un senatore potente, così da avere più libertà per l’attuazione dei suoi piani.

Pompeo però cominciò lentamente a prendere le distanze dall’operato di Clodio e ad avvicinarsi al Senato. L’alleanza tra i tre triumviri iniziò a vacillare.

A Lucca, nel 56 a. C., avvenne un nuovo incontro tra Cesare, Crasso e Pompeo per rinsaldare gli accordi. In base a questo nuovo patto, Crasso e Pompeo sarebbero diventati consoli l’anno dopo (nel 55 a. C.) e il mandato di Cesare nelle Gallie sarebbe stato prolungato di altri cinque anni. Una volta terminato il consolato, Crasso avrebbe ottenuto il proconsolato in Siria, mentre Pompeo quello in Spagna.

L’accordo venne rispettato. Dopo esser diventato proconsole, Crasso partì per la Siria, mentre Cesare continuava la sua vittoriosa spedizione militare nelle due Gallie. Solo Pompeo rimase a Roma: nonostante avesse ottenuto la carica di proconsole in Spagna, inviò nella penisola iberica i suoi legati. Cominciò quindi ad avvicinarsi nuovamente al Senato, con lo scopo di diventare princeps, ovvero il primo dei senatori. Come prima mossa, Pompeo decise di far tornare Cicerone a Roma. La frattura di Pompeo con Cesare e Crasso era ormai divenuta insanabile. Dopo la morte prematura della moglie Giulia (54 a. C.), inoltre, Pompeo sposò la figlia di Quinto Cecilio Metello, uno dei boni, la fazione più conservatrice del Senato e nemica di Cesare.

Nel frattempo a Roma scoppiò il caos. La plebe, schiacciata dai pesanti debiti, era diventata ingestibile ed erano ormai frequenti le guerriglie urbane. Anche Clodio contribuì a questo stato d’agitazione, indicendo comizi e arringando la folla. Lo stesso Pompeo cercò di ingraziarsi il popolo organizzando spettacoli nel teatro di sua proprietà e distribuendo denaro.

La fine del triumvirato venne sancita ufficialmente nel 53 a. C., con l’improvvisa morte di Crasso. Nella battaglia di Carre contro i Parti, nell’odierna Turchia, l’esercito romano venne travolto e sconfitto dalla cavalleria nemica (dai catafratti e dagli arcieri a cavallo). Crasso e suo figlio, a comando dell’esercito, vennero barbaramente uccisi insieme ad altri 20.000 soldati romani.

Un anno dopo morì anche un altro avversario di Pompeo, Clodio, ucciso dagli uomini di Tito Annio Milone, candidato al consolato per il medesimo anno e suo nemico politico. Con la lontananza di Cesare da Roma e la morte di Crasso, ormai Pompeo era libero di spadroneggiare a Roma. Nel 52 a. C. il Senato lo elesse console «senza collega». Cesare, però, non era disposto a cedere le armi al suo ex alleato. La guerra di potere a Roma non era affatto conclusa.

©CapitolivmSj

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