L’età regia di Roma

Con la definizione di “età regia” di Roma ci riferiamo al periodo storico che va dal 753 a. C., la fondazione di Roma, fino al 509 a. C., anno in cui venne deposto il re Tarquinio il Superbo e instaurata la Repubblica. Secondo la tradizione e la convenzione storica attuale, Roma sarebbe stata governata quindi da un sistema monarchico nei suoi primi due secoli e mezzo di vita, nello specifico da sette re.

L’età regia fu caratterizzata da quattro re (i primi 4) di origine latina e sabina e tre (gli ultimi 3) di origini etrusche. Gli storici affermano che i primi quattro re di Roma siano stati eletti con un processo che prevedeva il coinvolgimento dell’interrex, del Senato e dei Comizi Curiati, ma anche dei sacerdoti che dovevano determinare la volontà degli dei tramite l’interpretazione degli auspici (per i tre successivi sembra che vi fosse stato stabilito un principio di discendenza matrilineare). Secondo la tradizione, comunque, il popolo romano aveva una parte molto importante nell’elezione dei re, ma in realtà il Senato (che era rappresentante delle famiglie nobili dell’epoca) era il vero controllore del processo di elezione.

Per gli studiosi, in assenza di fonti certe, è stato difficile definire i poteri dei sovrani di età regia. Alcuni ritengono infatti che avessero poteri analoghi a quelli dei consoli nell’età repubblicana, altri che il potere effettivo appartenesse al popolo e che i re fossero solamente degli esecutori della volontà popolare, mentre altri ancora che i sovrani avessero potere assoluto.

Secondo la tradizione, il re di Roma sarebbe stato capo di Stato, comandante dell’esercito, pontefice massimo, legislatore e giudice supremo: avrebbe avuto quindi poteri assoluti.

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Romolo (753 – 716 a.C.)

La tradizione afferma che il fondatore e primo re di Roma fu Romolo, il figlio di Marte e Rea Silvia che diede all’Urbe le sue primitive normative politiche.

Di origini latine, figlio del dio Marte e di Rea Silvia, figlia di Numitore, re di Alba Longa, secondo la tradizione fondò Roma tracciandone il confine sacro, il pomerio, il 21 aprile 753 a.C.. In tale occasione uccise il fratello gemello Remo, reo di aver varcato in armi il sacro confine. Una volta costruita la città sul colle Palatino, egli invitò criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti a unirsi a lui con la promessa del diritto d’asilo. Così facendo Romolo popolò cinque dei sette colli di Roma, rapendo poi le donne ai vicini Sabini della città di Cures, così da dare delle mogli ai suoi uomini. Ciò provocò una guerra tra i due popoli, che alla fine si risolse con una pace con i Sabini che poterono insediarsi sul vicino colle del Quirinale con il loro re, Tito Tazio, che condivise con Romolo il potere per cinque anni.

Dopo aver ucciso suo fratello-rivale Remo e costruito la città sul colle Palatino, Romolo invitò criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti a unirsi a lui con la promessa del diritto d’asilo. La leggenda narra inoltre che Romolo cercò di stringere alleanze con i popoli vicini e ottenere delle donne per popolare la città. Al rifiuto di questi, Romolo decise di rapire le donne dei vicini Sabini (si tratta del celebre episodio del ratto delle Sabine). Ciò provocò una guerra tra questi due popoli, che si concluse con un’alleanza, tanto che i Sabini si insediarono sul colle Quirinale con il loro re, Tito Tazio, il quale condivise con lo stesso Romolo il potere.

Creatore del Senato (in origine formato da soli cento membri che rappresentavano gli interessi dell’aristocrazia cittadina), Romolo istituì l’ordinamento curiato, ovvero la divisione della popolazione in tre tribù chiamate Tities, Ramnes e Luceres, ognuna delle quali divise in dieci curie, le quali dovevano in caso di pericolo fornire all’esercito romano un contingente militare costituito da cento fanti e dieci cavalieri, per un totale complessivo di 3.000 fanti e 300 cavalieri. Istituì inoltre i Comizi curiati, ai quali spettava il compito di ratificare le leggi.

Dopo aver regnato per ben 40 anni, la leggenda narra che Romolo scomparve nel nulla durante un’eclissi di Sole accompagnata da un temporale, confermando perciò la discendenza del re dal dio Marte. In base alle sue volontà, dopo la sua morte Romolo venne divinizzato nella figura di Quirino, divinità sabina venerata sul Quirinale.

Numa Pompilio (715 – 673 a.C.)

Numa Pompilio, secondo re di Roma, prestò molta più attenzione agli aspetti religiosi rispetto al suo predecessore. Figlio del sabino Pompone e marito di Tazia, figlia di Tito Tazio, Numa viene infatti ricordato per essere il creatore dei diversi rituali religiosi e collegi sacerdotali, come quello dei Flamini, dei Pontefici, dei Salii e delle vergini Vestali.

Egli, di origine sabina, per la tradizione e la mitologia romana, tramandataci grazie soprattutto a Tito Livio e a Plutarco, che ne scrisse anche una biografia, era noto per la sua pietà religiosa e regnò dal 715 a.C. fino alla sua morte nel 673 a.C. (ottantenne, dopo quarantatré anni di regno) succedendo, come re di Roma, a Romolo. La leggenda afferma che il progetto di riforma politica e religiosa di Roma attuato da Numa fu a lui dettato dalla ninfa Egeria con la quale, ormai vedovo, soleva passeggiare nei boschi e che si innamorò di lui al punto da renderlo suo sposo. Plutarco racconta che Numa stabilì di unificare ed armonizzare tutti i culti e le tradizioni dei Romani e dei Sabini residenti a Roma per eliminare le divisioni e le tensioni fra questi due popoli, riducendo l’importanza delle tribù e creando nuove associazioni basate sui mestieri.

Appena divenuto re nominò, a fianco del sacerdote dedito al culto di Giove ed a quello dedicato al culto di Marte, un terzo sacerdote dedicato al culto del dio Quirino. Riunì poi questi tre sacerdoti in un unico collegio sacerdotale che fu detto dei flamini a cui diede precise regole ed istruzioni. Proibì ai Romani di venerare immagini divine a forma umana e animale perché riteneva sacrilego paragonare un dio con tali immagini e, durante il suo regno non furono costruite statue raffiguranti gli dei. Istituì il collegio sacerdotale dei Pontefici, presieduti dal Pontefice Massimo, carica che Numa ricoprì per primo e che aveva il compito di vigilare sulle vestali (vedi sotto) e sulla moralità pubblica e privata e sull’applicazione di tutte le prescrizioni di carattere sacro.

Nel Foro, fece costruire il tempio di Vesta, e dietro di questo fece costruire la Regia e lungo la Via Sacra fece edificare il Tempio di Giano, le cui porte potevano essere chiuse solo in tempo di pace (e rimasero chiuse per tutti i quarantatré anni del suo regno). Secondo Dionigi di Alicarnasso Numa poi incluse nella città il Quirinale, anche se questo a quell’epoca non era ancora cinto da mura.

A lui viene ascritta anche una riforma del calendario, basato sui cicli lunari, che passò da 10 a 12 mesi di 355 giorni.

Dopo 43 anni di regno pacifico e prospero, Numa Pompilio morì alla veneranda età di 80 anni per cause naturali (secondo Livio, di malattia). Secondo la tradizione, durante il suo regno cadde dal cielo lo scudo di Giove con sopra scritto il destino di Roma.

Tullo Ostilio (673 – 641 a.C.)

Il terzo re di Roma fu Tullo Ostilio. A differenza di Numa, Ostilio si interessò prevalentemente degli aspetti militari della città, in quanto soldato e appartenente a una famiglia con una lunga storia militare alle spalle, la gens Hostilia. La leggenda narra infatti che suo nonno, Osto Ostilio, abbia combattuto a fianco di Romolo contro i Sabini.

Soprannominato “re guerriero”, Ostilio mosse guerra contro Fidene, Veio e Alba Longa. Riguardo quest’ultima, la tradizione narra che i Romani, dopo averla conquistata e distrutta, accolsero la popolazione sul Celio e le famiglie nobili nel patriziato romano. Inoltre, combatté e vinse i Sabini.

Fu durante il suo regno che avvenne il combattimento fra Orazi e Curiazi, i rappresentanti di Roma e di Albalonga. Si dice che morì colpito da un fulmine come punizione per il suo orgoglio. Secondo la versione riportata da Tito Livio, Roma ed Albalonga entrarono in guerra, affrontandosi con gli eserciti schierati lungo le Fossae Cluiliae (sull’attuale via Appia Antica), al confine fra i loro territori. Ma le due città condividevano attraverso il mito di Romolo una sacra discendenza che rendeva empia questa guerra, perciò i rispettivi sovrani decisero di affidare a due gruppi di rappresentanti le sorti del conflitto fra le due città, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Furono scelti per Roma gli Orazi, tre fratelli figli di Publio Orazio, e per Albalonga i tre gemelli Curiazi, che si sarebbero affrontati a duello alla spada. Livio afferma che gli storici non erano concordi nello stabilire quale delle due triadi fosse quella romana; propende per gli Orazi perché la maggior parte degli studiosi sceglie quella versione. Iniziato il combattimento, quasi subito due Orazi furono uccisi, mentre due dei Curiazi riportarono solo lievi ferite; il terzo Orazio, che non avrebbe potuto affrontare da solo tre nemici, trovandosi in difficoltà pensò di ricorrere all’astuzia e finse di scappare verso Roma. Come aveva previsto, i tre Curiazi lo inseguirono, ma nel correre si distanziarono fra loro, perché feriti in modo differente inseguivano a velocità differenti. Per primo fu raggiunto dal Curiazio che non era stato ferito e, voltandosi a sorpresa, lo trafisse. Riprese a correre e fu poi raggiunto da ciascuno degli altri due Curiazi, che però, essendo feriti, si stancarono notevolmente e gli fu facile, uno alla volta, ucciderli. La vittoria dell’Orazio fu la vittoria di Roma, cui Albalonga si sottomise.

Il suo regno terminò dopo 32 anni. La leggenda afferma che Ostilio fosse così intento a muovere guerra che trascurò i suoi doveri verso gli dei. Una grave pestilenza si abbatté su Roma e anche Ostilio ne fu colpito. Il re chiese a quel punto aiuto a Giove Elicio compiendo un sacrificio, ma il dio, adirato dal comportamento del re, lo punì facendo cadere dal cielo un fulmine che si schiantò sulla sua casa uccidendolo.

Esiste un’altra versione sulla morte di Tullo Ostilio. Dionigi d’Alicarnasso racconta che a uccidere Tullo fu Anco Marzio, bramoso di diventare re, e che fosse stato lui a inventare l’episodio del fulmine.

Anco Marzio (641 – 616 a.C.)

Il quarto re di Roma fu Anco Marzio, nipote di Numa Pompilio, che prestò particolare attenzione agli aspetti politici della sua carica. Viene infatti ricordato principalmente come il fondatore della colonia di Ostia.

Nonostante fosse di indole pacifica e rispettoso dei riti sacri, Anco Marzio riprese l’espansione verso sud a danno dei Latini, guerra già avviata dal suo predecessore, conquistando Politorium, i cui cittadini furono deportati a Roma sull’Aventino, creando quindi la prima plebe romana.  Quindi dopo quattro anni di combattimenti, conquistò nuovamente Medullia, dopo che questa colonia romana aveva nuovamente defezionato passando ai Latini. La stessa sorte toccò agli abitati di Tellenae e Ficana, garantendo così a Roma il controllo dei territori che si estendevano dalla costa all’Urbe.

Tra le sue opere più importanti, Marzio fece costruire il ponte Sublicio (il primo sul Tevere), la prima prigione di Roma sul Campidoglio e promosse i primi commerci (ne derivò il soprannome di “re mercante”).  Ristabilì inoltre le cerimonie istituite da Numa e istituì il collegio sacerdotale dei Feziali. Durante il suo regno sono realizzate numerose opere architettoniche tra cui la fortificazione del Gianicolo la fondazione della prima colonia romana ad Ostia alla foce del Tevere (a 16 miglia da Roma), la costruzione della via Ostiense, dove per primo organizzò le saline e costruì una prigione, la costruzione dello scalo portuale sul Tevere chiamato Porto Tiberino e la costruzione del primo ponte di legno sul Tevere, il Ponte Sublicio.

Morì per cause naturali dopo 25 anni di regno. Fu l’ultimo re di sangue latino, infatti tutti i suoi successori furono non originari di Roma.

Tarquinio Prisco (616 – 579 a.C.)

Tarquinio Prisco in origine era un mercante. Nato a Tarquinia (Etruria), ma di origine greche, Tarquinio si trasferì a Roma cambiando il suo nome: dall’etrusco Lucumone passò al più latino Lucio Tarquinio, detto poi Prisco. Una volta stabilitosi a Roma, Tarquinio riuscì in breve tempo ad arricchirsi e in seguito a scalare la gerarchia politica romana, facendosi adottare da Anco Marzio e addirittura riuscendo a farsi eleggere dal popolo come quinto re di Roma.

Tarquinio Prisco nei suoi 37 anni di regno promosse la costruzione di molte opere pubbliche, come il Circo Massimo, le mura e la Cloaca Massima e permettendo lo sviluppo della zona del Foro. A lui si deve anche l’inizio dei lavori per la costruzione del tempio di Giove Capitolino, situato sul colle del Campidoglio. Attuò una riforma che riguardò la classe dei cavalieri, aumentandone gli effettivi. Egli decise di raddoppiare il numero delle centurie o comunque aumentarne i loro effettivi (fino ad allora in numero di tre), e di aggiungerne altre a cui diede un nome differente. Queste ultime furono chiamate posteriores o sex suffragia, portando così il totale dei cavalieri a 600. Tarquinio riformò anche lo stato, aumentando il numero dei membri dell’assemblea centuriata a 1.800 componenti (contro il parere di un certo Attio Nevio) e raddoppiando (o comunque aumentando) il numero di senatori, dai 100 membri romulei ai 200, aggiungendone comunque altri 100.

Secondo alcuni studiosi, Prisco fu l’inventore del voto di scambio: poiché non appartenente a una famiglia aristocratica romana, per conquistare i voti del popolo che poi lo avrebbe eletto re, promise proprio la creazione di molte opere pubbliche.

Per quanto riguarda le azioni militari, Prisco combatté contro i Sabini, i Latini e gli Etruschi, potenziando inoltre la cavalleria dell’esercito aumentandone le centurie. Introdusse gli usi tipicamente etruschi delle insegne regali e i giochi romani (i ludi) in occasione della conquista della città latina di Apiolae. Grazie alle fortunate guerre intraprese contro le vicine popolazioni, riuscì a rimpinguare le casse statali con i ricchi bottini depredati alle città sconfitte. E sembra che decise di dotare la città di Roma di nuove mura.

Il quinto re di Roma venne ucciso in un complotto dai figli di Anco Marzio nel 579 a.C.

Servio Tullio (578 – 535 a.C.)

Il successore di Tarquinio Prisco e sesto re di Roma fu Servio Tullio. La madre era di nobili origini, ma venne poi resa schiava (da qui il nome Servio).

Nei suoi 43 anni di regno prestò molta attenzione agli aspetti militari di Roma. Fu infatti promotore della più importante modifica dell’esercito dell’epoca pre-repubblicana, dividendo la popolazione in classi. Per dare a Roma un esercito ancora più ampio ed efficiente, vennero incluse nel reclutamento anche le classi sociali inferiori, fino ad allora escluse dal servizio militare.

Servio Tullio modificò anche la tradizionale ripartizione in tribù del popolo romano: non si tenne più conto dell’origine delle genti, ma si considerava come criterio di appartenenza il luogo di residenza. Vennero quindi create quattro nuove tribù urbane: Suburbana, Esquilina, Palatina e Collina e diciassette tribù rustiche (extra-urbane), dando così vita ai Comizi tributi. Grazie a questa ripartizione si poteva valutare il patrimonio dei singoli cittadini (quindi fissare le tasse che dovevano versare allo Stato) e venne introdotto il censimento. Servio Tullio fu infatti il primo re che varò il censimento generale, contando 80.000-83.000 cittadini romani, insieme a quelli delle campagne circostanti.

Con Servio Tullio Roma continuò la sua politica di espansione territoriale (in particolare verso nord), scontrandosi con i Sabini e gli Etruschi di Veio, Cere e Tarquinia.

Per ciò che concerne l’urbanistica, il sesto re di Roma apportò diverse modifiche rilevanti. Fece infatti ampliare il pomerium (il confine sacro e inviolabile di Roma) ed annesse alla città di Roma i colli Quirinale, Viminale ed Esquilino. Fece costruire poi il tempio di Diana sull’Aventino e  i templi di Mater Matuta e della Dea Fortuna, entrambi al Foro Boario. Scavò inoltre un ampio fossato intorno alle cosiddette “mura serviane” (che sembra siano state iniziate dal predecessore, Tarquinio Prisco), che cingevano tutti i sette colli.

Anche Servio Tullio, come il predecessore, venne ucciso. Gli assassini furono sua figlia Tullia e il marito di questa, Lucio Tarquinio, soprannominato “il Superbo” dal popolo una volta salito al trono. Si tramanda infatti che Tarquinio, dopo aver provocato il re, gettasse questo giù dalle scale della Curia; il sovrano, ferito ma non ancora morto, fu quindi finito dalla figlia che gli passò sopra con un carro trainato da cavalli, mentre cercava di scappare dal foro.

Tarquinio il Superbo (535 – 509 a.C.)

Tarquinio il Superbo fu il settimo e ultimo re di Roma. Figlio di Prisco, è ricordato principalmente come un tiranno dalla storiografia repubblicana. Tarquinio acquisì il soprannome di “Superbo” dopo aver negato gli onori e la sepoltura al re Servio Tullio, suo predecessore. Il suo regno di 25 anni fu caratterizzato da violenze e terrore. Distrusse anche diversi santuari e altari sabini, e annullò anche molte riforme costituzionali promulgate dai suoi predecessori.

Sebbene Tarquinio fosse criticato per il regime instaurato a Roma, gli vennero comunque riconosciute grandi capacità militari. Si scontrò infatti con le vicine città di Suessa Pometia, Ardea, Ocricoli e Gabii, conquistandole tutte. A Tarquinio si fa discendere lo stratagemma con cui i romani conquistarono la città di Gabii, dove mandò il proprio figlio Sesto Tarquinio che si fece accogliere in città dicendo di voler sfuggire alla tirannia del padre. In verità il genitore ed il figlio agivano di comune accordo, dovendo il figlio recare discordia nella città nemica, tanto che questa per i contrasti sorti al suo interno si diede a Roma senza che fosse combattuta battaglia alcuna.

Durante l’assedio della città latina di Ardea, il popolo romano si ribellò a Tarquinio il Superbo. Fu proprio uno dei Tarquini a incitare i Romani alla rivolta: Lucio Giunio Bruto. In base alla tradizione la causa scatenante fu la violenza perpetrata ai danni di una nobildonna, Lucrezia, da parte del figlio del re, Tarquinio Sestio. Sposata col generale Tarquinio Collatino, Lucrezia non superò il dolore e si suicidò. L’ira del popolo nei confronti di Tarquinio e di suo figlio accrebbe a dismisura, grazie anche al discorso di Lucio Bruno, che arringò la folla nei pressi del Foro. Stanchi dei soprusi dei Tarquini, i cittadini romani proclamarono il bando dalla città del re, destituendolo. Costretto a fuggire con la moglie ed i figli a Cere, dopo ventiquattro anni di regno, il vecchio sovrano non si diede per vinto, e tentò di restaurare il proprio regno con l’aiuto di Porsenna, re di Clusium, a cui si alleò, e delle città latine avversarie di Roma. Nonostante i successi ottenuti dal lucumone etrusco, Tarquinio non riuscì a rientrare nell’Urbe. Egli allora, con i propri familiari, pose la propria base a Tuscolo, governata da suo genero Mamilio Ottavio. Questo cavalcò il malcontento delle città Latine, adoperandosi in funzione anti-romana. Intanto Tarquinio riuscì ad ottenere il sostegno degli Etruschi di Tarquinia e Veio, ponendosi al comando di un esercito, che si scontrò con quello romano, condotto dai consoli Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio Publicola, nella sanguinosa battaglia della Selva Arsia, in territorio romano. La battaglia, a lungo incerta, vide la vittoria dei romani. Lo scontro inizialmente temuto si concretizzo nel 499 a.C., quanto gli eserciti romani e latini si scontrarono nella battaglia del Lago Regillo. L’esercito romano fu affidato Aulo Postumio Albo Regillense, nominato dittatore per fronteggiare la crisi, ed a Tito Ebuzio Helva, suo magister equitum, mentre quello latino era guidato da Mamilio e dallo stesso Tarquinio.

La monarchia cadde ufficialmente nel 509 a. C.. I primi consoli eletti furono proprio Lucio Bruto e Tarquinio Collatino. Tarquinio il Superbo morì nel 495 a.C., mentre si trovava in esilio a Cuma, in Campania. Alla notizia della morte del sovrano, a Roma andarono in scena manifestazioni di giubilo.

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