La vita del soldato romano

Se dopo millenni si parla ancora dell’imponenza e della vastità dell’Impero Romano, buona parte del merito va ai suoi legionari, che affrontarono e sconfissero innumerevoli eserciti stranieri nel corso dei secoli. In questo articolo verrà trattata la vita del legionario dell’antica Roma, partendo dal reclutamento al congedo, analizzando proprio il suo modus vivendi.

Innanzitutto, bisogna fare una premessa. La vita del soldato romano cambiò radicalmente di secolo in secolo, infatti, in epoca monarchica e repubblicana, questi era in realtà un civile inserito nei ranghi dell’esercito. Successivamente, nel periodo imperiale, il legionario diventò un soldato di professione vero e proprio, stipendiato direttamente dallo Stato e rifornito dell’equipaggiamento da questo per difendere i confini dell’Impero o per estendere il territorio di conquista di Roma.

Con la riforma augustea dell’esercito romano, l’accesso alla carriera militare non era aperto a tutti, infatti era necessario rispondere a precisi requisiti fisici. Ad esempio, la statura media del legionario era pari a 1,60 m e per la prima coorte si sceglievano uomini alti almeno 1,65 m. L’altezza minima dei cavalieri doveva essere di 1,72 m.

Inoltre, il futuro legionario doveva essere cittadino romano, saper leggere e scrivere, avere una costituzione robusta e avere buona vista ed udito. Si indagava anche sulla moralità delle reclute, sostanzialmente per evitare le “mele marce” che volessero arruolarsi per sottrarsi a qualche grave condanna.

I soldati che venivano arruolati per la prima volta avevano un’età compresa tra i 17 e i 23 anni, mentre la coscrizione (dilectus) poteva riguardare la popolazione maschile compresa tra i 17 e i 46 anni.

Il soldato, dopo aver superato l’esame della probatio (una serie di prove fisiche della durata di 4 mesi, in base alle quali si sceglieva se destinarlo all’unità d’èlite o di semplice supporto), veniva inserito nei ranghi dell’esercito e doveva eseguire il sacramentum, ovvero prestare solenne giuramento. Nell’età regia e repubblicana il giuramento (rinnovato ogni 1° gennaio) veniva fatto all’indirizzo del comandante, in età imperiale in onore dell’imperatore. Dopo il sacramentum seguiva un periodo di addestramento e il marchio militare, una sorta di tatuaggio su un braccio, utile anche per individuare possibili disertori. Alla fine, si arrivava a percepire lo stipendium. Prendiamo in esame questi ultimi due aspetti: l’addestramento e la paga percepita dai legionari.

Riguardo l’addestramento, già in tenera età i bambini romani sentivano parlare delle gesta dei loro padri e antenati in battaglia. I giochi preferenziali tra bambini non potevano non essere quindi i finti combattimenti, finché iniziavano ad andare in palestra all’età di 12 anni, tassativa per tutti. Nelle palestre i bambini facevano ginnastica correndo e maneggiando armi di legno. Al contrario dei Greci, che vedevano nell’esercizio fisico il prendersi cura del proprio corpo per trarne bellezza e armonia, i Romani vi vedevano esclusivamente la preparazione alla guerra. Era necessario quindi allenarsi per sopportare il peso dell’armatura e delle armi, per correre velocemente e rinforzare le varie parti del corpo. Spesso era il padre a portare il figlio in palestra, ma erano gli schiavi a seguirne l’esercizio. Intorno ai 17-18 anni il giovane romano si iscriveva all’esercito, cominciando la vita degli accampamenti e dell’addestramento militare.

L’addestramento iniziava con una serie di marce estenuanti: il legionario romano doveva infatti percorrere 30 km in 5 ore a “passo di soldato” e 36 km a passo più svelto, portando con sé 20 kg di equipaggiamento (viveri, indumenti, utensili) e altri 15 kg tra corazza e armi. Non appena il giovane legionario raggiungeva una forma fisica ottimale, iniziava l’addestramento con le armi. Le reclute cominciavano ad armeggiare dei gladi di legno colpendo dei pali di legno conficcati nel terreno. Per l’allenamento della difesa usavano invece uno scudo di vimini, pesante il doppio dell’originale. Alle reclute veniva insegnato a colpire l’addome, le parti basse e le gambe del nemico, ma soprattutto a non colpire di taglio con larghi fendenti (come facevano i barbari) per non scoprire troppo il fianco. Oltre al saper maneggiare gladio e scudo, il legionario doveva saper nuotare, andare a cavallo, combattere a mani nude, usare la fionda e tirare con l’arco. Fondamentale era anche l’uso del giavellotto: anche in questo caso i cadetti ne usavano uno di legno pesante il doppio rispetto a quello d’ordinanza.

E per quanto riguarda lo stipendium? Con la già citata riforma militare di Augusto (che riordinò anche il sistema d’arruolamento, trasformato ora in servizio attivo permanente, non più solo in occasione delle solite campagne militari annuali) vennero differenziate le paghe (quadrimestrali) in base al rango e al ruolo che veniva occupato in battaglia. Ad esempio, la paga di un cavaliere di Ala (l’Ala rappresenta i fianchi dello schieramento prima della battaglia) si aggirava intorno ai 250 denari; mentre quella di un cavaliere di coorte equitata (corpo di unità ausiliare dell’esercito romano, composto da fanti e cavalieri) attorno ai 150/200 denari. I meno retribuiti erano i fanti di una coorte peditata.

Dal diritto internazionale romano era previsto il diritto di saccheggio, che aveva il suo fondamento nella concezione che i beni e le persone dei vinti diventassero proprietà dei vincitori. Il bottino di guerra era però proprietà dello Stato, e i soldati, in base al giuramento, erano obbligati a consegnare tutto ciò che saccheggiavano. C’era però un’elargizione straordinaria, il donativo, concessa ai legionari dopo una campagna militare vittoriosa. Vi erano anche altre ricompense, che potevano consistere nella doppia razione di cibo o nel doppio stipendio, ma anche onorificenze, come ad esempio l’elogio pubblico. L’onorificenza era tenuta in grandissima considerazione dalla società romana e, quelle materiali, venivano esposte negli atrii delle proprie case e messe ben in vista.

L’entità della decorazione era proporzionata all’atto di valore e di coraggio compiuto. Citiamo qualche esempio: a chi uccideva un barbaro in battaglia andava in premio una lancia senza cuspide (hasta pura), mentre a chi aveva dato per primo la scalata alle mura di una fortezza nemica veniva donata una particolare corona (dal II secolo a. C. in oro). Molto apprezzate erano anche le decorazioni che potevano essere messe facilmente in mostra, come un braccialetto d’oro o d’argento (armilla), una collana bronzea (torquis) e due piccoli corni di metallo applicabili all’elmo.

Importanti erano anche le ricompense come l’esonero del buon legionario dai compiti più gravosi, come la costruzione dell’accampamento o la partecipazione ai turni di guardia.

Abbiamo parlato dell’arruolamento, dell’addestramento e della paga dei legionari romani, ma quanto durava la carriera da soldato? Nel periodo tardo repubblicano la ferma militare poteva durare fino ad un massimo di 16 anni. Augusto, invece, stabilì nel 13 a. C. gli anni di ferma militare per i cittadini e l’ammontare di un premio alla conclusione della leva come indennizzo della terra che da sempre continuavano a chiedere, in modo tale che i soldati non prendessero questi problemi come pretesto per fomentare una rivolta. Il numero degli anni dei pretoriani fu fissato a 12, per gli altri soldati (legionari-cittadini) era fissato a 16, e probabilmente a 20 per gli ausiliari.

Qualche anno più tardi, nel 5 d. C., poiché nessuno voleva rimanere oltre il limite della ferma stabilita, Augusto dispose che ai pretoriani venissero dati come indennizzo di fine ferma 20.000 sesterzi al raggiungimento di 16 anni di servizio; mentre ai legionari furono dati 12.000 sesterzi dopo ben 20 anni di servizio. Verso la fine dell’Impero divenne sempre più difficile reperire i fondi per pagare le truppe e le retribuzioni divennero sempre più irregolari. I legionari potevano ritirarsi dopo 20 anni di servizio, ma con 24 anni avrebbero potuto ricevere maggiori privilegi.

E per fare carriera? Per passare da soldato semplice a centurione primipilo, occorrevano circa 14 anni di servizio. Divenendo centurione primipilo, si ottenevano anche una serie di privilegi, come ad esempio un cospicuo aumento dello stipendio (anche di 60-70 volte maggiore rispetto a quello di cadetto). Carriere più rapide si potevano però percorrere anche con importanti atti di valore.

Una volta giunti alla fine della carriera da legionario si arrivava all’honesta missio, il congedo con tutti gli onori del caso. Durante l’età imperiale, da Augusto in poi, veniva consegnato ai militari (sia legionari che ausiliari) un vero e proprio diploma che sanciva la fine del servizio. Inoltre, veniva consegnata un’indennità in denaro (nummaria missio) o in beni (come un appezzamento di terra, agraria missio). Agli ausiliari in congedo poteva essere invece concessa la cittadinanza romana con possibilità di contrarre matrimonio legittimo (ius connubii). Beneficiavano di questi premi anche i legionari congedati anzitempo per ferite o malattie (causaria missio) o i congedati per volere del comandante (gratiosa missio). La perdita dei benefici, invece, avveniva con il congedo disonorevole (ignominiosa missio). I militari ormai in congedo erano chiamati veterani ed in caso di necessità, se richiamati in servizio attivo, erano nominati evocati.

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