Un maestro è sempre un maestro: Basilio Di Cesarea e Gregorio Nazianzeno

La Cappadocia della seconda metà del IV secolo d.C è stata teatro non solo di vivaci scontri politici e querelle religiose – dovute, fra le tante cose, alla diffusione dell’Arianesimo in quanto credo dell’imperatore Valente – ma anche delle vicende vissute da Basilio di Cesarea e da Gregorio Nazianzeno che sono considerati i “Padri cappadoci” insieme a Gregorio di Nissa.

Basilio e il Nazianzeno, nati entrambi nel 330 d.C, sembrano fin dal principio legati indissolubilmente dal destino. I due, appartenenti a una famiglia facoltosa, poterono permettersi di studiare nelle grandi metropoli del tempo e imparare dai migliori maestri. Dopo aver ricevuto una buona istruzione prima a Cesarea di Cappadocia, poi a Cesarea in Palestina e ad Alessandria d’Egitto, fu ad Atene, miglior centro di studi dell’epoca, che si incontrarono Basilio e Gregorio. Il prof. Claudio Moreschini, ordinario di letteratura latina presso l’università di Pisa, scrive: «Fu decisiva per la formazione di Gregorio l’amicizia con un uomo eccezionale, Basilio di Cesarea, che egli aveva frequentato già in gioventù e che imparò a conoscere ancor più a fondo ad Atene. Basilio vi arrivò intorno al 350, ed essi condussero una vita in comune. Basilio e Gregorio cercarono negli ambienti cristiani le risposte per dei problemi suscitati dalle circostanze della vita pagana o secolare; essi provarono insoddisfazione per la vita ad Atene» (Introduzione a Gregorio Nazianzeno, Morcellana, Brescia, 2006, p.9). Importanti per l’influenza esercitata su di essi furono il pagano Imerio e Gregorio il Taumaturgo che, secondo la tradizione, avrebbe evangelizzato la regione della Cappadocia.

Un primo allontanamento fra Basilio e il Nazianzeno si ebbe nel 355 cioè quando il primo decise di abbandonare Atene per fare esperienze ascetiche e ricoprire incarichi di varia natura. Basilio, infatti, si era molto affermato in poco tempo e la sua luce fu tale da conquistare la stima e l’ammirazione di Gregorio.

Sia dall’orazione 14 di Gregorio sia dall’epistola 19 indirizzata a Basilio sappiamo che quest’ultimo fu coinvolto nel 368 in una polemica sollevata da Eusebio, vescovo di Cesarea, nella quale il Nazianzeno cercò di fare da mediatore fra le parti essendo in buoni rapporti con entrambi. L’anno dopo, il 369 d.C, mise a dura prova il legame tra le figure prese in esame: l’evento fu la morte di Cesario, fratello di Gregorio, che fu medico di corte di Costanzo II e che mantenne l’incarico presso Giuliano, l’imperatore che regnò dal 361 al 363 che venne soprannominato “L’Apostata”. Il motivo fu, ovviamente, quello di servire colui che voleva restaurare il culto pagano in tutto l’impero e poco importa se Ammiano Marcellino o Libanio lo avevano definito un  imperatore filosofo che amava lo Stato e i suoi sudditi.

Il motivo determinante per la rottura fra Basilio di Cesarea e il Nazianzeno si ebbe nel 371 quando, a séguito della divisione della Cappadocia voluta da Valente, il Magno nominò Gregorio vescovo della piccola e povera città di Sasima. Quest’ultimo non riuscì mai a perdonare questo gesto al suo amico e Maestro poiché sia lui che la sua famiglia lo avevano sostenuto senza tregua nella sua elezione a vescovo di Cesarea. Come afferma il prof. Moreschini, Gregorio, a partire da questo momento, si sentirà « di essere soltanto uno strumento della volontà altrui» e, in segno di rottura verso il suo Maestro, decise di non insediarsi mai nella cattedra che gli era stata assegnata.

Nel 379, dopo una lunga malattia, morì Basilio e Gregorio non si recò a visitarne le spoglie poiché, trovandosi a Seleucia, aveva ricevuto dalla cugina Teodosia l’invito di recarsi a Costantinopoli dato che vi erano buone probabilità che riuscisse a farlo insediare come vescovo.

Nonstante tutto, però, nel 382 Gregorio Nazianzeno scrisse una delle sue più belle Orazioni (la numero 43) nella quale da un lato continua a rinfacciare a Basilio di averlo sottratto a una vita di studio e di contemplazione – accusandolo, inoltre, di avergli dato un incarico a lui non congeniale – dall’altro lato, però, lo ritrae come una figura magnifica, come il simbolo della vita filosofica «Lui è il migliore insegnante fra noi e ha la conoscenza più profonda» e come un exemplum da seguire poiché, nonostante tutto, Gregorio Nazianzeno era consapevole di dare al suo Maestro la “colpa” di mettere la volontà di Dio davanti a ogni cosa, anche alla sua più cara amicizia con il suo allievo.

Maria Stupia

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