Orazio Coclite: eroe o mito?

La figura quasi mitologica di Orazio Coclite, colui che da solo fermò l’avanzata degli Etruschi guidati da Porsenna e dal deluso Tarquinio il Superbo, l’ultimo re di Roma cacciato per esser stato un tiranno, si inserisce in una serie di storie e leggende, narrate da vari storici romani di varie epoche, che sicuramente servivano a dare un carattere quasi mitologico alle vere origini dell’Urbe. Non solo, poiché un uomo come Orazio Coclite può essere considerato un ottimo exemplum di virtù, di amor di patria, di coraggio e patriottismo, tutte doti necessarie in un buon romano. Sintomatico è anche il fatto che le numerose versioni della leggenda, o vicenda, inerente Orazio Coclite raccontino una fine diversa della storia, così come diverse possono essere le interpretazioni su quell’Orazio Coclite che, in un modo o nell’altro, divenne certamente sinonimo di virtù, forza e prontezza al sacrificio per la patria.

IL CONTESTO STORICO
Orazio Coclite si inserisce nel turbolento passaggio tra la monarchia e la repubblica a Roma, che convenzionalmente avvenne nel 509 a.C. con l’elezione dei primi due consoli e la cacciata di Tarquinio il Superbo, un re che dalla storiografia ufficiale è sempre stato dipinto come un tiranno ed un despota, un uomo le cui caratteristiche violente sarebbero confluite poi nei figli i quali, con le loro azioni immorali (soprattutto nei confronti di Lucrezia, figlia di Collatino, uno dei primi due consoli della repubblica romana con Bruto), avrebbero dato il via alla rivolta dei cittadini contro il monarca. Nonostante tutto, però, non dimentichiamoci mai come Tarquinio il Superbo, al pari dei suoi due predecessori, fosse un uomo di stirpe etrusca, una triade di monarchi che, ancora oggi, fanno molto discutere sulle modalità, vere e reali, con cui riuscirono a prendere il potere nella giovane Urbe dell’epoca. Fu una conquista militare a portare al potere gli etruschi Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo (il cui appellativo ovviamente è postumo e sancito dal Senato di Roma)? O fu un passaggio quasi evolutivo in quanto la civiltà etrusca, nel VII – VI secolo a.C., pareva essere certamente più matura di quella del villaggio sorto sull’altura del Palatino? Fatto sta che, comunque sia, veniamo a sapere come Tarquinio il Superbo fosse stato allontanato dalla città, in un modo che ovviamente lui non accettò per nulla.

Fu infatti il monarca a chiedere aiuto a Porsenna, lucumone di Chiusi (all’epoca centro urbano molto potente in Etruria), per poter rientrare con la forza a Roma. Tarquinio il Superbo voleva dunque a tutti i costi riprendere quel potere che gli era stato sottratto, sconfiggendo i nemici (soprattutto membri della classe senatoria ed aristocratica) nell’Urbe. Qui entra in gioco Orazio Coclite, il soldato romano che, da solo, riuscì a fermare l’avanzata etrusca. Prima di narrare meglio la vicenda che riguarda il nostro Orazio, è giusto terminare questo piccolo preambolo narrando delle versioni della storia che riguardano il periodo successivo alla battaglia campale in cui Orazio Coclite morì (almeno secondo alcuni autori). Infatti per gli storiografi di età imperiale come Tacito o Livio, Porsenna, pieno d’ammirazione per i sacrifici gloriosi di uomini come Orazio Coclite, desistette dal suo proposito di conquistare Roma lasciando da solo Tarquinio il Superbo. Si tratta, in questo caso, di una storiografia imperiale che voleva, ovviamente, rendere l’Urbe una città praticamente invitta ed incapace di subire sconfitte, soprattutto nel periodo di transizione tra monarchia e repubblica. Peccato che secondo altri autori, come Plutarco ad esempio, non solo Porsenna vinse la battaglia e la guerra ma dominò lungamente Roma, spingendosi inoltre sempre più a sud ampliando i terreni e le popolazioni a lui assoggettate. Ma mettiamo un attimo da parte le considerazioni su Porsenna per concentrarci su Orazio Coclite, un uomo che indubbiamente divenne un simbolo per Roma, personificazione di quell’amore per la patria capace di travalicare l’istinto stesso di sopravvivenza, un amore ed un grande senso dell’onore che gli costarono la vita.

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LA BATTAGLIA SUL PONTE SUBLICIO
Gli Etruschi di Porsenna e Tarquinio il Superbo stavano asserragliando Roma, stringendola in un assedio che poteva avere solo una conclusione: la conquista dell’Urbe. L’avanzata sembrava effettivamente non poter avere alcun freno, sebbene il problema fondamentale, prima di entrare a tutti gli effetti nei domini romani, era solo uno: attraversare il Ponte Sublicio. Esso infatti era l’unico punto d’accesso al centro cittadino, l’unico ponte esistente all’epoca che congiungesse le due rive del Tevere, che in quel momento fungeva da vero e proprio confine invalicabile. Fu dunque necessario, nonché naturale, che le difese di Roma si concentrassero tutte lì, in quell’unico punto. Ricordo, per dovere di cronaca, che il Ponte Sublicio (il cui nome deriva dal volsco sublica, cioè tavole di legno), fu il primo ponte costruito nell’Urbe, probabilmente per opere di Anco Marzio, quarto re della città. Il primo ponte fisico ed anche metaforico, la prima vera apertura di Roma verso il mondo esterno, oltre quel fiume Tevere che rappresentava un confine anche sacro, quello tra urbs e rus, tra città e campagna

Di conseguenza era altrettanto naturale che l’esercito etrusco si accalcasse attorno al ponte, l’unico che conduceva nel centro cittadino. Ebbene è qui che incomincia la storia di Orazio Coclite, che secondo la leggenda faceva parte della celeberrima famiglia degli Orazi, una gens che già di suo aveva dato prova di tenere tantissimo alle sorti della città (pensate alla famosa vicenda degli Orazi e dei Curiazi). Fu forse ricordando lo spirito dei suoi antenati, il loro senso del dovere e del sacrificio, che Orazio Coclite balzò praticamente da solo sul Ponte Sublicio, piantando bene i piedi al centro della struttura lignea e fermando, da solo, l’intero esercito etrusco. Leggiamo direttamente le parole di Tito Livio riguardo le gesta che resero immortale la figura di Orazio Coclite: “Trattenuti dal senso dell’onore due restarono con lui: si trattava di Spurio Larcio e Tito Erminio, entrambi nobili per la nascita e per le imprese compiute. Fu con loro che egli sostenne per qualche tempo la prima pericolosissima ondata di Etruschi e le fasi più accese dello scontro. Poi, quando rimase in piedi solo un pezzo di ponte e quelli che lo stavano demolendo gli urlavano di ripiegare, costrinse anche loro a mettersi in salvo”. Orazio avrebbe dunque intimato a due suoi compagni, inizialmente con lui a combattere fianco a fianco, ad andarsene prima che gli altri soldati romani terminassero la loro opera: distruggere completamente il ponte. E così avvenne, poiché il Ponte Sublicio venne completamente raso al suolo impedendo, di fatto, agli Etruschi di Porsenna di penetrare in città portando a termine i loro propositi. Va da sé che il gesto di Orazio Coclite fu quasi mitizzato, rendendo l’uomo un vero e proprio salvatore della patria. Ma è qui, a prescindere, che è giusto fare alcune considerazione sugli atti di Orazio, nonché sul suo destino.

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COSA ACCADDE DAVVERO?
Anche sulle sorti del nostro Orazio vi sono versioni opposte, come spesso capita per figure in bilico tra verità e leggenda. Secondo Polibio, infatti, quando crollò il Ponte Sublicio l’eroe romano non ebbe il tempo di fare nulla, neanche di togliersi quell’armatura che lo condannò all’affogamento ed alla conseguente morte. Ma secondo Tito Livio, che nei suoi scritti aveva comunque tutto l’interesse di rendere immortale la figura di un uomo che combatté con valore per il bene di Roma, Orazio Coclite riuscì a gettare l’armatura ed a salvarsi, sebbene con profonde ferite. Si pensi che il termine coclite deriva da cocles, un termine latino che significa “con un occhio solo”. Questa sarebbe la menomazione permanente subita da Orazio, oltre che problemi gravi alle gambe, malformazioni fisiche che divennero le eterne memorie e testimoni delle grandiose gesta dell’uomo. La storia però non finisce qui, perché andando oltre va da sé che, con la sua sopravvivenza, Orazio Coclite divenne successivamente oggetto quasi di devozione da parte di tutto il popolo romano, nonché del neonato Senato repubblicano. Una conferma del fatto che l’Urbe stessa ricompensò profumatamente Orazio Coclite viene data dai cosiddetti Annales Maximi, una raccolta di 80 libri ad opera del pontefice massimo Mucio Scevola che raccolse, anno per anno, i fatti più salienti della storia romani. In questi annali si legge che Roma omaggiò Orazio Coclite di una scultura con le sue fattezze che venne “in comitio posita”, dunque in quel Comizio che, in età repubblicana soprattutto, era il vero punto focale della politica romana all’interno del Foro Romano. Qui però il tutto diventa ancora più interessante, poiché continuando a leggere si evince come la statua rappresentante Orazio Coclite fu poi spostata nel vicino Volcanale, l’ara sacra dedicato a Vulcano e posta sempre nei pressi del Comizio. Si sa che Vulcano (Efesto per i Greci), per sue vicissitudini era cieco e storpio, guarda caso esattamente come appariva Orazio Coclite dopo la sua avventura sugli assi lignei di Ponte Sublicio. Dopotutto si può anche trovare un corrispettivo tra il latino cocles ed il greco cyclops, dunque ciclope, proprio come poteva apparire fisicamente Orazio. Proseguendo oltre, dopo aver trovato questa presunta correlazione tra l’eroe romano ed una divinità, si potrebbe cominciare a disquisire su quale fosse il vero collegamento tra i due. Possibile che la statua di culto inserita nel complesso cultuale del Volcanal, presente proprio nel cuore vero del Foro Romano (a contatto con il Comizio e con l’originaria Curia), sia stata poi “umanizzata” in quella di un eroe che diede tutto per Roma?

Chissà, fatto sta che comunque questa scultura sopravvisse a lungo, tanto che anche Plinio il Vecchio (e siamo nel I secolo d.C.) testimoniò l’esistenza della statua, posta sempre lì nella sua collocazione originaria. Così anche Aulo Gellio, un erudito del II secolo d.C. che citò un suo “collega” del I secolo d.C. il quale parlò espressamente della statua di Orazio Coclite in un episodio inerente degli aruspici etruschi. Insomma, in un modo o nell’altro, dobbiamo convincerci del fatto che una scultura di una certa rilevanza, dedicata ad un uomo che avrebbe salvato Roma, esisteva davvero. Poi, su chi fosse davvero Orazio Coclite, non possiamo che affidarci alle fonti scritte, alla leggenda e ad una faticosa ricerca della realtà.

Gianluca Pica

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