Publio Elio Adriano: l’uomo e l’imperatore

Parlare dell’imperatore Adriano (il cui nome per esteso era Publio Elio Traiano Adriano), significa tentare di comprendere come un uomo, di mentalità apparentemente diversa da quella dei suoi contemporanei, sudditi inclusi, sia riuscito a rimanere in sella, seduto sul trono imperiale, per ben 21 anni: dall’11 Agosto del 117 d.C. al 10 Luglio del 138 d.C. Un regno sicuramente lungo il suo e in virtù di questo capace di lasciare un segno indelebile nella storia dell’Urbe, nel suo profilo architettonico ed urbanistico, ma soprattutto di imporre un nuovo orientamento del pensiero che si tradurrà in un cambiamento radicale nella cultura romana. Iniziamo dunque dal principio, da come il giovane Adriano sia riuscito, in un modo o nell’altro, ad entrare nelle grazie del suo predecessore, l’optimus princeps Traiano.

GIOVINEZZA E VITA PRECEDENTE LA SUA ASCESA AL TRONO

Le fonti sono abbastanza discordanti per quanto riguarda il luogo di nascita del piccolo Publio Elio Adriano, sebbene sia ormai praticamente accertato che avesse origini ispaniche. Sarebbe, infatti, nato ad Italica, cittadina distante pochi chilometri da Siviglia. Una località certamente nota ai Romani, in quanto prima vera colonia in tutta l’antica Iberia, fondata proprio dal celebre Scipione l’Africano dopo la sua clamorosa vittoria a Zama contro il temibile Annibale. Sicuramente Adriano ebbe la fortuna di nascere in una famiglia ben inserita nel circuito politico romano in quanto il padre, Publio Elio Adriano Afro, era (cugino di Traiano) il fratello della sorella del padre di Traiano. Una circostanza che costituì la fortuna del piccolo Adriano.

La prematura scomparsa dei suoi genitori, nel 85 d. C, quando Adriano aveva solo 9 anni, coadiuvò la sua carriera politica perché la sorte volle che Traiano, futuro imperatore, divenne il suo tutore. Dopotutto anche lui, come il suo predecessore Nerva, non aveva ancora dei figli, e mai li avrebbe avuti. Molte fonti concordano sul fatto che a determinare l’ascesa politica di Adriano, e il suo rimanere costantemente vicino al potere ed alla figura stessa dell’Imperatore, derivassero anche dagli ottimi rapporti che aveva intessuto con la moglie Plotina. Ad esempio nella Historia Augusta leggiamo di come “[Adriano] usò il favore anche di Plotina, con l’amore della quale fu anche designato come legato anche nel tempo della spedizione partica”. Non è infatti da escludere, come approfondiremo più avanti, che l’influente matrona avesse giocato un ruolo decisivo nell’ascesa al soglio imperiale del giovane Adriano che beneficiò anche del supporto di sua suocera Matidia, con la quale stabilì un forte legame. Adriano ne aveva sposato la figlia Vibia Sabina nel 100 d.C. la quale era anche nipote di Traiano. Questo matrimonio, che durerà per quasi 40 anni, garantì ad Adriano un’alleanza ancora più solida con Traiano che, diventato Imperatore nel 98 d.C. per via adottiva come espressamente indicato dal predecessore Nerva, non mancò mai di sostenerlo. Ma è qui che cominciarono a sorgere le prime difficoltà.

Publio Elio Adriano: l'uomo e l'imperatore

Adriano ebbe sicuramente un cursus honorum notevole e veloce, tanto che ebbe accesso a diversi incarichi militari e civili di notevole importanza: ricoprì la carica di questore, tribuno della plebe, console, membro del collegio dei septemviri epulones nonché, infine, Legatus Augusti pro praetore in Siria ovvero divenne governatore imperiale della provincia siriana, con un potere decisionale pressocché illimitato. Nonostante questo, però, nel corso della sua carriera militare e non solo, Adriano maturò dentro di sé un concetto diverso, rispetto a quello di Traiano, dell’esercizio del potere imperiale, dell’uso dell’esercito e della visione stessa del futuro dell’Urbe. Dopo aver visto Traiano sul campo di battaglia, e avendo partecipato alla vittoriosa e difficoltosa spedizione in Dacia e alla complessa campagna militare partica, sviluppò una visione del tutto personale. Traiano era un militare nel cuore e nell’anima, sempre pronto con i suoi commilitoni a far sentire tutto il peso militare del grandioso esercito romano, mentre Andriano è ricordato delle fonti, come un uomo meditativo e riflessivo, pronto a trovare un compromesso prima di lanciarsi in guerre o assalti. Probabilmente questa sua indole può essere messa in relazione alla sua grande passione e vicinanza al mondo greco e in particolare per le sue espressioni artistiche e culturali. È indicativo che nel corso della sua carriera politica, nell’anno 112 d.C., Adriano fu eletto arconte eponimo di Atene ovvero una delle cariche più prestigiose per la storica città greca sin dagli albori della vita cittadina e politica di Atene, di cui divenne a tutti gli effetti cittadino.

A questo dobbiamo unire i suoi studi e interessi per le arti, e in particolare la scrittura o il teatro.  Questa sua smodata passione per il mondo greco, mal visto dalla cultura romana perché considerato poco virile, poco pragmatico e inutile, valse ad Adriano il soprannome di “grechino” in senso dispregiativo che contribuirà a scavare quel solco, forse incolmabile, tra lui e la sua percezione da parte di popolo ed il Senato. Sebbene, infatti, Adriano sia sempre stato considerato un ottimo imperatore, la storiografia afferma anche che non fu mai davvero amato in quanto considerato più affine al pensiero greco che a quello romano, elemento inaccettabile per la mentalità dell’epoca.

Nonostante questo e malgrado le differenze caratteriali e nei modi di concepire e amministrare il potere, però, Adriano riuscì sempre a rimanere indissolubilmente legato a Traiano. Forse Adriano fu sorpreso o forse no, sta di fatto che alla morte di Traiano, nel 117 d.C., scoprì di essere diventato il nuovo imperatore di Roma

ELEZIONE DI ADRIANO AD IMPERATORE

In realtà Traiano, un po’ come fece Alessandro Magno prima di lui e al quale, probabilmente, si ispirava, non aveva mai sciolto completamente il nodo più importante per tutti i regnanti di tutte le epoche: la successione. Anche Traiano, e Nerva prima di lui (o come Galba, che però non ebbe molto seguito), non aveva avuto figli e di conseguenza non vi era una vera e proprio discendenza di sangue. Non è un caso, dunque, che Adriano non fu mai, ufficialmente, presentato al Senato come successore di Traiano e in assenza di questa ratifica, non vi fu la possibilità da parte dei patres di inquadrare quale potesse essere la futura guida dell’impero.

Per tale ragione furono molte le voci o malelingue che girarono a Roma, riportate dalle fonti storiche, riguardo all’adozione tardiva di Adriano. Nella Historia Augusta leggiamo di come “una grande opinione affermò che lui avesse corrotto i liberti di Traiano, avesse curato i giovani e che spesso li avesse circuiti in quei tempi nei quali fu più familiare nell’aula (la corte ndr)”. Nel caso fosse stato vero non vi sarebbe nulla di strano, poiché ognuno giocava le proprie carte per tentare di predisporre le basi di una successione. Adriano aveva inoltre sempre potuto contare su Plotina, sua grande alleata che lo avrebbe favorito in tutti modi. Nel frattempo, nel 116 d.C.  all’età di 63 anni, Traiano si ammalò gravemente. La salute dell’imperatore si era molto logorata in seguito alle sue abitudini: cavalcava con i legionari, passando da una campagna bellica all’altra e fu proprio durante una di queste, durante un’ennesima spedizione contro i Parti, andò ad che inizi ad indebolirsi e peggiorare sino ad arrivare alla morte a Selinunte, nella moderna Turchia… Come fece Adriano a divenire il successore di un uomo che, ufficialmente, non lo aveva ancora adottato? In molti suggeriscono che ad avere un ruolo determinante nell’ascesa al trono del giovane Adriano ci fu appunto Plotina. Secondo alcuni la donna ordì questo inganno: Alla sua morte, Traiano non aveva ancora dato indicazioni sulla successione, e per questo la vedova ingaggiò un uomo per impersonificarlo in punto di morte, in modo da guadagnare tempo. Il tempo necessario a Plotina per scrivere delle lettere dirette al Senato in cui, espressamente, lasciò scritto che le ultime volontà del marito avevano indicato. Adriano come successore. Comunque sia, se anche il Senato avesse voluto opporre resistenza, poco avrebbe potuto fare di fronte all’evidenza che l’esercito, così tanto devoto a Traiano, aveva apertamente acclamato Adriano. Un modo per chiudere qualunque questione o diatriba e un modo decisivo, per Adriano, di diventare ufficialmente princeps dell’Urbe.

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IL PRINCIPATO DI ADRIANO

Come scritto precedentemente, Adriano avrebbe regnato per ben 21 anni, fino al 138 d.C.. Un tempo così lungo è sempre una condizione ottimale per poter gestire il proprio impero come meglio si crede, plasmandolo ad immagine e somiglianza delle proprie intenzioni, modo d’essere e idee. Ovviamente non tutti furono contenti della nomina, tanto che Adriano sarà vittima, nel corso di questo ventennio di regno, di più di una congiura. Qualcosa di assolutamente comune in tutto il periodo della Roma imperiale. In questo caso non passò nemmeno un anno quando, nel 118 d.C., emerse quella che sarà ricordata come la Congiura dei Consolari ordita da un gruppo nutrito di uomini, di rango senatoriale o militare, che ai tempi di Traiano avevano avuto ruoli di spicco nell’organigramma statale. Arrivato Adriano, come prassi dopotutto, molte figure del precedente regno furono detronizzate, decentralizzate o deresponsabilizzate ed è comprensibile come ciò potesse creare attriti ed inimicizie politiche, ed ecco che uomini come Nigrino o Frontoniano furono accusati (probabilmente a ragione) di tramare contro la vita del nuovo imperatore. La dura reazione di Adriano non si fece attendere e condannò a morte tutti gli accusati. Per trovare il sostegno dei patres, Adriano, dopo aver tentato di giustificare queste morti, avrebbe giurato che “un vecchio senatore non sarebbe stato punito se non dalla sentenza del Senato” (Historia Augusta). Successivamente pagò il giusto tributo all’esercito, pagando i giustissimi onori a Traiano e ricompensando i soldati con il doppio del salario.

Sebbene Adriano sia passato alla storia come una persona mite, incline quasi alla non violenza, alla ricerca della pax piuttosto che della guerra, di certo non era un uomo fuori dal suo tempo. Per alcuni, la sua pacatezza, il suo arrivare, in alcuni casi, a perdonare chi gli aveva fatto un torto, era solamente un comportamento di facciata, un modo per non dare l’immagine di un tiranno come era stato Domiziano. Spesso era molto più veloce, sensato e diretto eliminare fisicamente un possibile nemico, sebbene interno, piuttosto che lasciarlo in vita (quest’ultima, quella di salvare i propri nemici, fu un atteggiamento condiviso anche da Cesare, che a posteriori non sembrerebbe esser stato oculato). Un altro esempio di come Adriano fosse avvezzo anche alle maniere forti lo abbiamo in quella che passò alla storia come la Terza Guerra Giudaica. La terra di Giudea costituì sempre un problema per Roma dal punto di vista della gestione dell’ordine pubblico e per la continua presenza di ribellioni. Il clima tra Adriano e quella striscia di terra così importante per gli Ebrei fu sempre teso. Molte delle aspettative dei Giudei, che vedevano nell’avvicendamento tra Traiano e Adriano un evento in loro favore, furono deluse. Adriano, innanzitutto, parve voler plasmare Gerusalemme come una vera città romana, senza assecondare il tentativo, da parte degli Ebrei, di preservare il carattere sacro della loro terra. L’episodio che inasprì i rapporti fu, certamente, la volontà da parte di Adriano di ribattezzare Gerusalemme Elia Capitolina: un modo per associare sé stesso (Elia da Elio) a Roma ed a Giove in persona. Gli animi si esacerbarono ancor di più quando Adriano decise di proibire la pratica della circoncisione. Un affronto per gli Ebrei, che prontamente reagirono. La guerra alla fine fu vinta da Roma, come era facile immaginare, ma a fronte di numeri davvero impressionanti e crudi: prendendo in esame le varie fonti possiamo stimare che morirono centinaia di migliaia di Ebrei, così come migliaia di Romani, ma si arrivò anche a radere al suolo centinaia di villaggi o città, deportando a Roma migliaia, se non milioni, di Ebrei.

Adriano passò alla storia come uno degli imperatori che più di tutti osteggiò la cultura ebraica, qualcosa che per un uomo come lui non aveva senso. I suoi studi classici, la sua formazione “alla greca” lo portò a considerare, ad esempio, la circoncisione come una mera mutilazione, qualcosa di insensato e doloroso non giustificabile in una questione di fede. Una fede, quella ebraica in particolare, che Adriano dimostrerà quasi di voler estirpare, se è vero che ribattezzò la provincia giudaica in Syria Palaestina, o se è vero che fece bruciare molti dei testi sacri, anche tra i più importanti, della cultura e tradizione ebraica. Nonostante questo, però, sembra che Adriano volesse cercare, in tutti i modi, di perpetrare una politica di tolleranza e di pax, per quanto possibile, applicata a tutti gli strati sociali della Roma antica. Ad esempio abbiamo un famoso carteggio, chiamato “Rescritto di Adriano a Gaio Minucio Fundano” (quest’ultimo proconsole d’Asia), in cui Adriano risponde al suo sottoposto a merito ai rapporti con le comunità cristiane locali e anche un altro famoso carteggio, in cui in precedenza Traiano risponde a Plinio il Giovane in una situazione analoga, nei quali anche Adriano mostra di avere un carattere tollerante nei confronti di tutte le nuove fedi che, a poco a poco, stavano permeando il panorama religioso romano. L’imperatore arrivò addirittura a prevedere delle punizioni e sanzioni per tutti coloro che avessero commesso violenze ingiustificate contro i cristiani. Una tolleranza, quella adrianea, che toccò anche gli storici, e conflittuali, rapporti tra patrizi o plebei, o meglio ancora tra i ricchi aristocratici aventi patrimoni enormi, e uomini e donne del popolino. Adriano, come molti prima di lui (anche Nerone, all’inizio del suo regno, fece lo stesso), tentò di redigere alcune leggi che potessero un minimo appianare le distanze sociali ed economiche tra le due classi, tentando di garantire un livello di dignità e stile di vita accettabile anche per i più disagiati. In molti casi, però, quando le proteste e gli attacchi, soprattutto da parte dei patres, si facevano troppo forti, Adriano non disdegnava assolutamente l’uso della forza per soffocare, anche nel sangue, tali forti rimostranze. Nonostante questo, memorabile fu la frase apparentemente pronunciata da Adriano, in cui sottolinea come il principe appartenesse allo Stato e non viceversa. Un manifesto politico vero e proprio, che sicuramente caratterizzerà il suo regno, come quando, in una sua riforma, dispose la creazione di un Consilium Principis, un organo indipendente che avrebbe dovuto scegliere i giuristi dell’imperatore. Ma il punto più alto della sua politica pacificatrice e tollerante, nonostante alcuni esempi discordanti, lo abbiamo nei suoi 11 anni, dal 121 d.C. al 132 d.C., in cui Adriano lasciò Roma per viaggiare, in lungo e in largo, lungo i confini del suo vasto Impero.

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I VIAGGI DI ADRIANO

Adriano, diversamente dal predecessore Traiano, non era così avvezzo alla guerra, allo stare con i commilitoni, ad essere un uomo che usava più il braccio che la testa. Adriano capì che un imperatore non poteva rimarsene fermo nei suoi palazzi, delegando alla sua amministrazione pubblica il controllo (sociale, amministrativo, economico), di un impero che arrivava ovunque. Per questo Adriano compì un lungo viaggio, toccando numerose terre in cui, in alcuni casi, nessun imperatore aveva ancora messo piede. Terre diverse tra loro: dalle aride regioni del Nord Africa alla sua amatissima Grecia, dalla selvaggia Britannia alle inospitali terre orientali. Tutte le fonti concordano nel dire che Adriano non fece solo un viaggio passerella, un espediente per farsi vedere e riconoscere (e già questo non è poco, considerando che i cittadini di certe zone dell’impero poterono vedere, per la prima volta, il profilo di un imperatore non solo a rilievo su una moneta). Adriano si occupò in prima persona delle questioni che incontrava, da quelle amministrative a quelle giuridiche, senza mai dimenticare di verificare la solidità delle difese lungo i confini imperiali. Quei limes che spesso portarono guai a Roma, perché mal governati e gestiti, che per Adriano erano il punto di partenza della sua intera politica: non ci sarebbe mai stata vera pace senza una difesa granitica e convincente. Il famoso Vallo di Adriano è forse l’esempio più lampante di quella politica pacifica a cui puntava Adriano, diversamente da Traiano. Per il primo ciò che contava era la crescita culturale e mentale dell’Impero Romano, non tanto quella militare. Non è un caso che il Vallo di Adriano fu costruito dopo la visita dell’imperatore in quelle zone così remote dell’impero, nella famosa Britannia dal cui nord, erano frequenti le incursioni di tribù come quelle dei Pitti scendevano portando con esse violenza e distruzione. Il Vallo di Adriano, con i suoi 117 chilometri circa di lunghezza, è insieme muro e apertura: un muro per difendersi, ma un’apertura ad un’idea diversa nel governare un grande impero.

Un’apertura che Adriano perpetrerà anche in altri modi, come l’esempio inerente la sua famosa barba. Nel corso dei suoi viaggi Adriano avrà sicuramente visto genti di tutti i tipi: alti e biondi, bassi e neri. Non gli sarà certamente sfuggito anche una grande distinzione estetica tra i Romani puri e coloro che furono annessi successivamente nel grande impero romano: i primi erano sempre lisci e glabri, mentre i secondi spesso si presentavano con una pronunciata peluria ed una barba vistosa. Questo non è solo un dettaglio, bensì un vero e proprio modo di concepire il mondo e se stessi. Un vero Romano non si sarebbe mai fatto crescere una barba che sapeva di selvaggio, incivile, zotico e, soprattutto, barbaro. Ma Adriano fece una scelta diversa: Il suo intento non era quello di rifarsi ai costumi i barbari, quando di affermare, una volta di più, il suo essere filo ellenico. In memoria di una tradizione, soprattutto in Grecia, che vedeva nella barba un simbolo di sapienza, anche Adriano decise di caratterizzarsi con una barba. Ciò diventò sicuramente una moda, grazie a lui che la introdusse, ma ciò che conta è come questo gesto ci confermi, una volta di più, quanto la visione del mondo da parte di Adriano fosse controcorrente. In un certo qual senso la barba di Adriano è un segno di rispetto verso una cultura diversa da quella romana, una sorta di ulteriore apertura ad un qualcosa che è oltre i confini italici. Ed i suoi stessi viaggi, che Adriano impiegherà 11 anni a completare, confermano una volta di più una qualità dell’imperatore, per quanto possibile: una certa dose di apertura mentale.

IL RAPPORTO CON ANTINOO

Come scritto in precedenza, il rapporto tra Adriano e Roma (intesa come realtà e cittadinanza), è sempre stato conflittuale. Il filo ellenismo dell’imperatore, il suo amore per il teatro, la musica, la poesia e la cultura greca in generale, non gli valse sempre l’affetto del popolo. Così come le sue politiche e riforme, a volte troppo a favore del popolino, non gli valsero l’affetto dei patres. Ma c’è qualcosa che, in un certo qual senso, divide ancora oggi l’opinione pubblica: la relazione, a vari livelli, tra Adriano ed Antinoo.

Il secondo era un giovane della Bitinia (regno dell’Asia Minore posto nell’odierna zona nord della Turchia, affacciata sul Mar Nero), e nacque attorno al 110 d.C. Nel corso dei suoi viaggi, e soprattutto nel biennio 123 – 124 d.C., Adriano fece la conoscenza di questo ragazzo. Il primo incontro tra i due passò quasi alla storia come una sorta di amore a prima vista. Quando Adriano si fermò in quella provincia imperiale, come era solito fare in quegli 11 anni di viaggio, ebbe sicuramente modo di fare la conoscenza di questo adolescente che, secondo le cronache, pareva aver avuto una sana disciplina e conoscenza della cultura e dell’arte. Sembra che Adriano passasse le ore a parlare con Antinoo, discorrendo di questioni filosofiche, commentando opere, scrivendo o leggendo. Da qui, poi, sarebbe sorta una vera e propria relazione amorosa tra i due, nonostante la differenza d’età (ricordiamo che nel 123 d.C. Adriano aveva già 47 anni, mentre Antinoo appena 13 circa). Sconvolgente? Forse ai nostri occhi moderni sì, ma non era così strano che, tra un uomo adulto ed un giovane adolescente, potesse nascere una relazione definita pederastica. Nel mondo greco, in particolare, la pederastia non era mal giudicata e, anzi, poteva anche essere incoraggiata. Nonostante questo, però, come definire il rapporto personale tra Adriano ed Antinoo? Probabilmente non lo sapremo mai, come altrettanto probabilmente la loro relazione si svolgeva su diversi livelli passando da uno stato puramente fisico al semplice piacere di passare del tempo assieme, tra due menti affini e curiose, intenti a discorrere di filosofia, di poesia o di arte.

Ciò che, però, rese celebre questo rapporto fu, purtroppo, la tragica scomparsa di Antinoo. Siamo nell’Ottobre del 130 e Antinoo, ormai parte integrante della corte di Adriano, era insieme al suo mentore e imperatore su una nave che solcava le sacre onde del Nilo. La terra d’Egitto doveva essere una tappa obbligatoria per un uomo come Adriano, sempre affascinato dalla cultura e religione egiziana. Sta di fatto che, nel bel mezzo della navigazione, Antinoo cadde in acqua. Subito fu attaccato dai coccodrilli, e la sua vita terrena ebbe termine.Tuttavia Adriano fece una cosa che lascerà un segno indelebile nell’intera storia dell’arte antica divinizzando Antinoo e facendolo entrare di diritto nel pantheon romano. Un fatto senza precedenti se pensiamo che il giovane, ufficialmente, non era nessuno: non era un imperatore e non faceva parte della famiglia imperiale in alcun modo. Questa decisione di Adriano, che tutte le fonti ci raccontano come completamente distrutto dalla scomparsa del suo giovane amato, inonderà l’impero di statue, rilievi, medaglioni, pitture con la sua effige. Il nuovo culto fu diffuso ovunque, nuove città gli vennero dedicate, così come templi e sacelli sacri. Ai Romani divenne assolutamente comune il ritratto di un giovane dalla bellezza delicata e perfetta, quasi etera, che verrà resa eterna da Adriano. Purtroppo per l’imperatore, però, pare che i Romani non videro mai di buon occhio questa scelta, ed il culto non fu mai davvero sentito e fatto proprio dai suoi sudditi. Dopotutto anche le cronache dell’epoca, a volte con un po’ di malignità, ci raccontano che alla dipartita di Antinoo “[Adriano] lo pianse effeminatamente” (Historia Augusta). A parte ciò, sempre per rimarcare come la figura di Adriano fosse ambiguamente recepita dai Romani (non troppo amato né troppo odiato), è vero che la figura di Antinoo divenne riconosciuta e riconoscibile. E ancora oggi, passeggiando nei musei archeologici di tutto il mondo, è facile incappare nel volto tenero di Antinoo, in una statua raffigurante lui in nudità eroica o divina, o in altre forme. Montesquieu, nel raccontare dei suoi viaggi in Italia, arriverà a scrivere che “A Roma, quando vedono qualcuno dall’aria seria e priva di barba è un console, quando ha una lunga barba è un filosofo, quando è un giovane è Antinoo”. Nonostante tutto lo sforzo fatto da Adriano, purtroppo per noi uomini moderni, ben poco ci è rimasto della sepoltura che l’imperatore diede al suo preferito. Antinoo fu sepolto forse a Roma, forse a Tivoli o anche in Egitto. Abbiamo delle tracce archeologiche che, però, sono contraddittorie. Nell’obelisco che oggi svetta nei pressi del Pincio, portato dall’Egitto a Roma da Adriano in persona come uno degli elementi decorati della sepoltura di Antinoo, tra i vari geroglifici (che assimilano Antinoo a Osiride, che narrano della costruzione della tomba e che ricordano in generale Antinoo), leggiamo che “Antinoo riposa in questa tomba situata all’interno del giardino del Principe di Roma”. Quale giardino e quale dimora? Non lo sappiamo. È certo, infine, che ancora oggi la morte di Antinoo fa molto discutere. È stato un incidente? Un omicidio? O addirittura un sacrificio rituale, perpetrato in un Egitto considerato magico? Forse Adriano avrebbe voluto Antinoo come successore al trono (e questo poteva dare fastidio a molti, anche all’interno della famiglia stessa), forse è stato davvero un incidente. Ciò che sicuramente sappiamo è che la fine di questo giovane, che divenne ideale e modello di bellezza, fu davvero tragica.

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LA FINE DI ADRIANO ED IL SUO LASCITO

Di Adriano possiamo sicuramente dire che impostò il suo regno sulla tolleranza, sulla ricerca della pace e della difesa dei confini e su una rinnovata rinascita dell’arte e della cultura. Sicuramente fu un uomo raffinato, colto e pronto ad andare contro tradizioni che riteneva superate, ma anche qualcuno che usava quella che noi oggi consideriamo pura crudeltà per rimanere al potere, distruggendo i suoi nemici o coloro che considerava tali (come gli Ebrei). Adriano oggi è ricordato anche attraverso alcune fonti, a volte critiche a volte meno (da Cassio Dione alla Historia Augusta), ma fu anche immortalato da un’opera letteraria senza precedenti come il celebre “Memorie di Adriano” della Yourcenar, un testo che vale la pena leggere e rileggere per poter tentare, una volta di più, di immaginare cosa ci fosse nella sua mente. Ma di Adriano, oggi, abbiamo anche il lascito architettonico, quei grandi monumenti che, come da uso all’epoca, dovevano essere lo specchio dello stato di salute dell’Impero e della capacità, da parte dell’imperatore, di rendere l’Urbe e tutto il regno un luogo magnifico in cui vivere, grande e potente.

Proprio sotto il regno adrianeo, avvenne la ricostruzione del celeberrimo Pantheon. La forma circolare, così ben conosciuta oggi, ha una derivazione orientale più che romana. Una pianta architettonica basata sulla perfezione e sulla sezione aurea, tanto che il Pantheon è alto circa 44 metri avente un diametro identico: 44 metri. La perfezione architettonica, quella perfezione che forse ricercava sempre Adriano, soprattutto in sé stesso. Tra l’altro il Pantheon moderno, così isolato rispetto agli edifici circostanti, è situato in un diverso contesto urbanistico. All’epoca di Adriano il Pantheon era nascosto alla vista da una serie di porticati, tanto che per vedere finalmente la mole dell’edificio vi si doveva stare proprio davanti. Doveva essere un colpo d’occhio magnifico e struggente. Ma di Adriano ricordiamo anche la costruzione del tempio più grande di tutta Roma, quello dedicata alle divinità Venere e Roma. Oggi i resti, riutilizzati nel corso dei secoli, li vediamo ancora nella loro imponenza proprio davanti al Colosseo, guardando verso il Foro Romano. Lì sulla Velia (una piccola altura posta a ridosso del Foro Romano), Adriano scelse di costruire un tempio incredibile, arrivando anche a spostare, per mezzo di elefanti, il Colosso di Nerone che lì era situato. La realizzazione dell’edificio fu anche oggetto di un aspro scontro tra Adriano e Apollodoro di Damasco, il famoso architetto protagonista di molte opere commissionate del predecessore Traiano (in primis il suo foro). Pare che fu Adriano stesso a stilare il progetto del tempio, attraverso le sue conoscenze in ambito architettonico e matematico ma, secondo Apollodoro, sbagliando le proporzioni tanto che, secondo la tradizione, l’architetto espresse il paradosso che se le statue delle divinità avessero potuto alzarsi in piedi dai loro troni avrebbero sbattuto la testa. Una critica che gli costò cara, in quanto da quel momento Apollodoro, già non particolarmente amato dall’imperatore, finì per uscire definitivamente dalle sue grazie. Come non ricordare anche la bellissima Villa Adriana, nell’odierna Tivoli, che non è altro che un manifesto architettonico dell’anima stessa di Adriano: un uomo pragmatico ma allo stesso tempo sognatore, che amava circondarsi di agi e servizi, ma anche di spazi intimi in cui avrebbe potuto arricchire la sua anima artistica. Il Teatro Marittimo di Villa Adriana, circondato da un bellissimo canale circolare e raggiungibile solo attraverso dei ponticelli, è un esempio su tutti. Ma nella villa Adriano raccolse, in qualche modo, tutti i suoi affetti: forse vi era il monumento funebre ad Antinoo, così come un’area dedicata completamente all’Egitto (come il Canopo ed il vicino Serapeo). Una serie di spazi in cui, in qualche modo e nonostante il passare del tempo, possiamo leggere meglio i gusti ed il modo di vedere la vita da parte di Adriano Ma infine è giusto ricordare anche il meraviglioso Mausoleo, quello che oggi è conosciuto come Castel Sant’Angelo. E’ indubbio che il monumento funerario dovesse essere degno di una divinità, copiando quello, non troppo lontano, voluto da Augusto, il pater patriae, dal quale si discostava per il dettaglio sulla sommità del Mausoleo di Adriano, decorato con magnifiche statue ma anche prati ed alberi, ovvero un’enorme quadriga bronzea, guidata da Adriano in veste di Elio (Dio del Sole e, ovviamente, riferimento al nome stesso di Adriano). In riferimento alla mole di tale quadriga, per avere un’idea della grandiosità dell’intero progetto, Cassio Dione scrive: “Era così grande che un uomo di alta statura avrebbe potuto camminare in un occhio dei cavalli ma, a causa dell’altezza esagerata del basamento, i passanti avevano l’impressione che i cavalli e Adriano fossero molto piccoli”. Basta questo per comprendere quanto Adriano amasse, una volta di più, quella Grecia che tanto aveva dato ai Romani in termini culturali ed artistici, o quanto l’imperatore volesse essere ricordato in eterno come qualcuno che aveva reso l’Urbe migliore. Un imperatore, Adriano, che soffrì tantissimo alla fine della sua vita, tanto che arrivò ad ordinare “che fosse trafitto da un servo con la spada” (Historia Augusta). Non si andò in fondo al proposito, tanto che Adriano chiese anche di essere avvelenato. Ma nonostante tutto l’imperatore sembra esser riuscito a lasciare un buon ricordo di sé in qualcuno, se è vero che “[Adriano] chiede al medico il veleno che lo stesso, per non darglielo, s’uccide”. Alla fine Adriano morì a Baia il 10 Luglio del 138 d.C., a 62 anni, colpito da febbri (probabilmente causate da edema polmonare). Il ricordo di lui rimane indelebile, se è vero che il numero delle statue, dei rilievi o dei busti raffiguranti Adriano sono numerosissimi. Un Adriano riconoscibile, con la sua barba ed il suo cipiglio serio ma mai crudele, sicuramente profondo. Un uomo che scrisse di suo pugno una sorta di epitaffio, parlando alla sua anima come si parlerebbe ad un’amica, augurandole un buon viaggio nell’eternità:

Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…

(“Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti…”)


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