Muzio Scevola e il coraggio dei Romani

La figura storica, mitica, di Muzio Scevola segue il solco tracciato da altri personaggi simili a lui per coraggio, valore, senso civico e amor di patria (come Orazio Coclite). Muzio fu un uomo capace di dare sé stesso, in tutti i sensi, pur di non tradire i suoi concittadini e, soprattutto, pur di soggiogare il nemico alle porte di Roma, il nemico che avrebbe potuto porre fine all’esistenza dell’Urbe. Seguire, dunque, la vicenda di Muzio Scevola, così come ci vengono narrate dalle fonti storiche, significa tuffarsi in un passato quasi mitico per ripercorrere i passi che portarono Roma a diventare sempre più potente ed invitta.

IL CONTESTO STORICO
Muzio Scevola era un giovane e nobile romano che visse in prima persona i drammatici momenti della conversione di Roma dalla monarchia alla repubblica. Siamo agli inizi del VI secolo a.C., precisamente nel 508 a.C., e l’Urbe dovette subire quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato il primo assedio della sua storia, quello ad opera di Porsenna e dei suoi etruschi. Costui era il lucumone della città di Chiusi ed era molto potente in armi ed influenza, tanto che, dopo l’esilio forzato subito solo un anno prima, l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, andò proprio da lui per chiedere aiuto. Cosa chiese l’ex monarca? Semplicemente di ritornare sul trono, riprendersi ciò che pensava fosse suo di diritto, anche a costo di mettere a ferro e fuoco la stessa città che lui avrebbe voluto dominare. Ovviamente per Tarquinio il Superbo i veri nemici erano i senatori ed i membri di quell’aristocrazia che, trascendendo dalle parole di Tito Livio e dalle vicende legate a Bruto e Lucrezia, avrebbero più di altri rovesciato il suo trono essendo i veri mandanti della ribellione contro di lui. Qui entra in gioco Porsenna, il potente etrusco a capo di un esercito assediò Roma.

Muzio Scevola
Matthias Stomer – Mucius Scaevola in the presence of Lars Porsenna, early 1640s

Questo è anche il momento storico in cui sarebbe avvenuta la tragica, oltre che eroica, scelta di Orazio Coclite di salvare Roma ed i suoi concittadini combattendo, da solo, sul ligneo Ponte Sublicio per fermare l’avanzata etrusca. Ponte che, grazie ai suoi atti eroici ed al suo ardore, fu distrutto bloccando, così, le forze nemiche. Il problema, però, fu che dopo tale episodio Porsenna non desistette minimamente dal retrocedere e, anzi, proprio come fecero i Romani molteplici volte in seguito, perseguì la tattica dell’absidio, un assedio lungo e sfiancante, soprattutto per gli assediati. E qui entra in gioco Muzio Scevola. Era giovane e dunque pieno di coraggio e ardimento, un uomo già fatto che voleva prendere le armi per difendere la sua amata patria. Era anche un nobile, dunque un membro di quale classe sociale che, più di altre, voleva a tutti costi tagliare i ponti con il passato e lasciarsi definitivamente alle spalle il periodo del tiranno Tarquinio il Superbo. Prese dunque una decisione senza precedenti all’epoca, una decisione dettata dall’impossibilità, per i suoi occhi, di vedere i Romani ridotti alla fame a causa dell’assedio: penetrare nel campo nemico ed uccidere, da solo, Porsenna.

L’EPISODIO STORICO E MITOLOGICO
Per comprendere meglio come Muzio Scevola tentò di portare a compimento i suoi progetti dobbiamo seguire le parole scritte dall’onnipresente Tito Livio, storico di età imperiale che aveva sempre tutto l’interesse nel tratteggiare la storia arcaica di Roma come una fase piena di atti eroici, atti che solo i veri Romani avrebbero potuto fare consentendo, così, all’Urbe di sopravvivere ed all’impero, in seguito, di nascere. Vediamo cosa scrisse Tito Livio riguardo le idee che Muzio Scevola aveva in mente nel vedere degenerare la situazione a Roma a causa dell’assedio: “Perduravano nondimeno l’assedio e la mancanza di frumento con grande carestia, e Porsenna sperava di poter prendere la città rimanendo fermo, quando Gaio Mucio, giovane nobile, a cui sembrava cosa vergognosa che il popolo romano finché era schiavo, sotto il dominio dei re, non avesse mai subìto assedi in nessuna guerra da parte di nessun nemico, e che una volta libero lo stesso popolo fosse assediato da quei medesimi Etruschi, i cui eserciti più volte aveva disfatti, ritenendo dunque di dover riscattare questa vergogna con una qualche azione grande e audace, decise dapprima di penetrare nel campo dei nemici di propria iniziativa”. In queste poche righe si percepisce tutta la virtus di cui un cittadino libero romano, non un suddito, dovrebbe essere sempre fornito. I Quiriti combattevano sempre e non potevano mai essere sottomessi, né sul campo di battaglia né entro i confini della propria amata patria. Questo, dopotutto, si insegnava già in età repubblicana, quando l’esercito romano cominciò ad essere davvero organizzato e disciplinato: spirito di sacrificio. Ed ecco che, dunque, questa stessa tendenza a sacrificarsi per Roma è ravvisabile nell’intenzioni di Muzio Scevola. Proseguendo con le parole di Tito Livio leggiamo però dei dubbi che assalgono Muzio Scevola, dubbi, però, quasi di natura istituzionale: “poi, temendo di venire sorpreso dalle sentinelle romane e di essere ricondotto indietro come un disertore, se fosse andato senza autorizzazione dei consoli e all’insaputa di tutti (e la condizione della città in quel momento avrebbe resa attendibile l’accusa), si presentò in senato e disse: «O senatori, io voglio passare il Tevere ed entrare, se mi riesce, nel campo nemico, non a scopo di preda né per vendicare i saccheggi: ho in animo una più grande azione, se gli dèi mi assistono”. Muzio Scevola non vuole di certo passare per un disertore, un qualcosa di spregevole e particolarmente disonorevole ma, soprattutto, vuole ottenere il permesso da quei consoli che, più di altri, rappresentano le nuove istituzioni libere della Repubblica. I consoli sostituivano, in alcune funzioni, quel monarca che, soprattutto con Tarquinio il Superbo, divenne sinonimo di regime dittatoriale e schiavista. Attenzione alla res publica ed ai suoi valori, dunque, qualcosa che Tito Livio volle mettere bene in chiaro.

Muzio Scevola
Charles Le Brun, Mucius Scaevola devant Porsenna, huile sur toile, 1643 – 1645, 95 x 133 cm, Mâcon, musée des Ursulines.

“I senatori dànno l’approvazione, e nascosto un pugnale sotto la veste Mucio parte. Giunto nel campo etrusco, si mescolò alla folla che si stipava presso la tribuna regale. Qui si stava distribuendo la paga ai soldati, e poiché il segretario che sedeva vicino al re, vestito all’incirca nella stessa foggia, era molto affaccendato, e a lui si rivolgevano generalmente i soldati, Mucio, temendo di domandare chi dei due fosse Porsenna, perché si sarebbe tradito ignorando chi era il re, si affidò alla sorte, e uccise il segretario in luogo del re”Entrando nel vivo della vicenda vediamo come a Muzio Scevola non andò per niente bene. L’approvazione gli venne data e subito si diresse verso il nemico, senza paura, pur di portare a termine la missione. Peccato che essa non andò a buon fine, poiché Muzio Scevola sbagliò bersaglio e venne subito fatto prigioniero. Portato dinanzi a Porsenna, il quale ormai aveva potere di vita e di morte sul giovane romano, Muzio Scevola si rivelò per quello che davvero era: un degno figlio di Roma. “Sono cittadino romano, mi chiamano Gaio Mucio. Nemico ho voluto uccidere un nemico, e avrò non minor coraggio a morire di quanto ne ho avuto a uccidere: è virtù romana agire e sopportare da forti. E non io solo ho tale animo verso di te: dietro di me vi è una lunga schiera di uomini che ambiscono allo stesso onore. Preparati dunque a questo cimento, se così ti piace, a combattere ad ogni momento per la salvezza della tua vita, e a tenere nel vestibolo della reggia un ferro nemico: questa è la guerra che ti dichiara la gioventù romana. Non un esercito, non una battaglia hai da temere: la lotta sarà contro te solo da parte di singoli uomini”Queste furono, secondo ciò che ci viene tramandato da Tito Livio, le fiere parole che Muzio Scevola rivolse a Porsenna. Non vacillò mai dinanzi al pericolo della morte, non pensò mai di tradire la sua patria distribuendo informazioni, non tradì mai alcuna paura né timore. Il suo unico scopo fu quello di minacciare Porsenna, dunque il nemico, anche al centro del suo accampamento. Interessante notare il riferimento alla gioventù romana, dunque a quei giovani che, temprati nel ferro e nel valore della patria, avrebbero certamente lottato con tutte le proprie forze pur di vedere salva Roma. Interessante anche notare il riferimento finale ai singoli uomini, dunque ad ogni singolo cittadino romano che avrebbe, di sua iniziativa, affrontato con coraggio il nemico. Porsenna avrebbe dovuto lottare contro Roma ed i Romani, uno ad uno.

Ed eccoci giunti al momento culminante di questo climax ascendente di forza di volontà ed ardore, quell’episodio immortalato secoli successivi da diversi artisti sotto forma, soprattutto, di dipinti o affreschi (pensate alla pittura parietale presente nella Sala dei Capitani ai Musei Capitolini). Porsenna minacciò di uccidere seduta stante Muzio Scevola, bruciandolo vivo. Ed ecco come rispose, a tono direi, il giovane romano: “Ecco «disse, «perché tu comprenda quanto vile cosa è il corpo per chi mira ad una grande gloria», e pose la destra sul fuoco acceso per il sacrificio. Mentre la lasciava bruciare con l’animo quasi staccato dai sensi”Sprezzante del pericolo e del dolore, tanto che la sua anima era staccata, per Tito Livio, da quei sensi che lo avrebbero potuto far soccombere, Muzio Scevola preferisce sacrificare una parte di sé, quella che non era riuscita ad uccidere Porsenna, pur di far vedere al lucumone etrusco di che pasta erano fatti i Romani. Anche questo atto di autolesionismo e di violazione del proprio corpo, come fece anche Lucrezia e altri, va visto nello stesso solco culturale e quasi propagandistico che vedeva i Romani pronti anche ad uccidersi pur di salvare la propria patria, pur di non essere prigionieri, pur di punirsi in caso di fallimento, pur di far fede ad un giuramento. Uomini come Attilio Regolo o il padre della famosa Virginia agirono in modi che a noi appaiono quantomeno inusuali, ma che avevano come sfondo la modalità con cui i cittadini romani si vedevano, come ci è stato tramandato soprattutto dagli storiografi imperiali.

Giovanni Antonio Pellegrini, Mucius Scaevola and Porsenna, 1706-08

LA FINE DELL’ASSEDIO
I gesti così eclatanti di uomini come Muzio Scevola spesso avevano, come diretto risultato, quello di vedere Roma trionfante, in un modo o nell’altro. E così accade anche questa volta, in quanto Porsenna fu talmente ispirato dall’ardimento di Muzio Scevola, e per estensione di tutti i Romani, da affermare quanto segue: “Ecco, «disse, «perché tu comprenda quanto vile cosa è il corpo per chi mira ad una grande gloria», e pose la destra sul fuoco acceso per il sacrificio. Mentre la lasciava bruciare con l’animo quasi staccato dai sensi”. Il re dunque lasciò andare Muzio Scevola, ma la nostra storia non finisce certo qui. Come detto, in particolar modo quando si tratta di storici come Tito Livio, si doveva porre l’attenzione su quanto un gesto eroico possa essere effettivamente salvifico per Roma. Ed ecco che, dunque, prima di andarsene dall’accampamento etrusco Muzio Scevola fece presente, “poiché tu sai rendere omaggio al valore, avrai da me per la tua generosità ciò che non hai avuto con le minacce”, che come lui almeno altri 300 giovani erano pronti a ripercorrere i suoi stessi passi e a tentare di uccidere Porsenna. Fu così che, dunque, Muzio Scevola fu seguito, nel suo ritorno all’Urbe, da ambasciatori etruschi perché “Il re a tal punto era stato scosso da quel primo pericolo corso, da cui solo l’errore dell’attentatore l’aveva salvato, e dal pensiero di dover affrontare lo stesso rischio tante volte quanti erano i congiurati rimasti, che offerse di sua iniziativa proposte di pace ai Romani”. Dunque un solo giovane, pur non riuscendo a portare a termine la sua missione, riesce nell’impresa di far finire un duro assedio per i figli di Quirino, riportando dunque in patria vittoria e onore.

Ovviamente si deve tener conto del fatto che tali vicende vennero poste in forma scritta quantomeno in età imperiale, dunque a distanza di secoli. Si deve, quindi, pensare che nel corso di tutto questo tempo tali tradizioni e storie, forse in origine narrate in forma vocale o parzialmente trascritte, possono aver subito delle modifiche, anche sostanziali. Molti storici, infatti, pensano che in questo caso Tito Livio si sia inventato tutto, di sana pianta, per coprire quella che fu una vera tragedia per la Roma del VI secolo a.C.: la sconfitta. Non è difficile pensare che a seguito del primo duro assedio subito dai Romani ad opera dei più progrediti etruschi, questi non solo riuscirono a sconfiggere i Romani ma, addirittura, a governare l’Urbe per molti anni. Dunque la storia vera potrebbe essere molto diversa rispetto a quella narrata da Tito Livio, il quale va sempre preso per le pinze quando narra di fatti a lui molto antecedenti. Ciò che è certo, quantomeno, è che il cognomen Scevola venne dato al giovane Muzio (o Mucio), solo a seguito del suo salvifico atto. Infatti lui mise la mano destra sul braciere, quella che avrebbe dovuto uccidere il lucumone. Fu la sua mano quella ad essere sacrificata sul fuoco, colei che aveva fallito nell’impresa. Dunque, al suo ritorno a Roma, Muzio fu omaggiato del nuovo cognomen che significa mancino. Un modo per ricordare la dolce perdita del suo arto destro, la quale riuscì a sbalordire un potente etrusco, facendogli comprendere quanto dura fosse la scorza dei Romani.

Gianluca Pica
Guida Turistica ufficiale e qualificata a Roma e Provincia
Qualified and Official Tour Guide in Rome
Website: https://www.unaguidaturisticaroma.com/

Share