Il sistema di colonie e municipi romani

Già gli antichi se lo domandavano, e gli storici continuano a interrogarsi: quale combinazione di fattori permise a una semplice città-stato di conquistare un impero? Ognuno aveva la sua risposta. Polibio, per esempio, credeva che la fonte della forza e della superiorità di Roma fosse il carattere “misto” della sua costituzione. Nel I secolo d.C. l’imperatore Claudio sostenne che la grandezza di Roma era legata alla sua apertura verso gli stranieri.

Cicerone dava il merito al rispetto della religione e all’amore per la patria. Altri, più banalmente, alla forza delle legioni romane. In un certo senso, avevano ragione tutti. Un fondamentale elemento di successo fu l’organizzazione che Roma diede ai territori italiani conquistati. La repubblica talvolta fu violenta, spietata fino al genocidio. Intere popolazioni vennero massacrate o ridotte in schiavitù. Durante la Terza guerra sannitica circa sessantamila uomini furono fatti prigionieri e venduti come schiavi; nel complesso, durante la conquista d’Italia il numero degli uomini venduti fu di centinaia e centinaia di migliaia. Oltre ai nemici sconfitti, punizioni durissime colpivano i popoli sottomessi che tentavano di ribellarsi. Vasti territori vennero confiscati.
Durezza e terrore possono tenere soggiogati i popoli vinti più o meno a lungo, ma non spiegano come Roma sia riuscita a costruire il suo impero. Roma seppe trasformare il mosaico di genti molto diverse che vivevano nella penisola in una realtà unitaria, caratterizzata da una stessa lingua, dagli stessi valori, dalle stesse istituzioni. Questo processo di
romanizzazione richiese alcuni secoli, ma poté svolgersi senza forti contrasti perché fin dal momento della conquista Roma diede all’Italia un ordinamento complesso ma politicamente molto efficace. Due erano i princìpi alla base di questo ordinamento: da un lato, un’affermazione forte dell’autorità di Roma, che non tollerava contestazioni; dall’altro lato, la capacità di stabilire forme di dominio flessibili, diverse a seconda dei casi, in modo da adattarsi alle tante situazioni locali.

Risultato immagini per colonie romane

Il solo elemento comune a tutte le forme di soggezione imposte alle città e ai popoli della penisola fu quello di fornire a Roma dei combattenti. Per il resto, ogni realtà venne trattata come un caso a sé, diverso da tutti gli altri. Per semplificare possiamo comunque dire che le diverse forme di dominio dei territori conquistati rientravano quasi sempre in tre modelli di  assoggettamento: la colonia, il municipio, l’alleanza.

Le colonie erano un modo per appropriarsi dei territori appartenuti alle popolazioni sterminate o confiscati alle città sconfitte. Quando Roma divenne strapotente, a volte bastava la sola minaccia di un attacco per convincere una città ad assoggettarsi: per esempio nel 274 a.C. le grandi città etrusche di Cere, Vulci e Tarquinia cedettero senza combattere l’indipendenza e la metà dei loro territori, dove vennero fondate alcune colonie (come Cosa, vicino all’odierna Ansedonia).
Le colonie fondate da Roma erano di due tipi. Alcune erano
colonie di diritto romano, dove andavano a vivere gruppi di cittadini romani che conservavano, pur lontani dalla madrepatria, la cittadinanza romana. Ogni colonia era una città autonoma, con le proprie assemblee e i propri magistrati; ma a differenza delle colonie greche, del tutto indipendenti dalla madrepatria, in questi casi i coloni restavano cittadini romani, potevano votare nelle assemblee di Roma e anche essere eletti magistrati. Queste colonie erano come parti di Roma situate lontano dalla città, ma legate in tutto e per tutto ai suoi interessi. Vi erano poi le colonie di diritto latino, che iniziarono a essere create nel 334 a.C. In questo secondo tipo di colonia gli abitanti non avevano la cittadinanza romana, ma quella latina. Vi andavano a vivere sia coloni reclutati nelle città latine e in altri popolazioni italiche sottomesse, sia cittadini romani, che però dovevano rinunciare alla cittadinanza di ori gine e assumere la cittadinanza latina (in cambio ricevevano lotti di terra più estesi di quelli dati a chi si trasferiva nelle colonie di diritto romano).
Ogni colonia latina era unita a Roma da una stretta alleanza, e i suoi abitanti godevano di una serie di privilegi da tempo riconosciuti ai Latini. Avevano per esempio il diritto di sposarsi con un romano o una romana (ius conubii), potevano acquistare terre nel territorio delle altre città latine e svolgere liberamente ogni attività economica (ius commercii), infine avevano il diritto di trasferirsi a Roma, acquistando subito la cittadinanza (col passare del tempo questo importante ius migrandi venne però sottoposto a limitazioni).
Fondare colonie serviva a molti scopi. Era un modo per offrire terra in abbondanza ai cittadini più poveri e ai veterani dell’esercito: così si risolvevano i problemi sociali e al tempo stesso si stimolava una forte crescita della popolazione dando a tutti i Romani e agli altri coloni i mezzi per mettere su famiglia e fare numerosi figli. Le colonie servivano poi al controllo delle popolazioni vinte, che nel proprio territorio vedevano nascere nuove città strettamente legate al vincitore. Infine le colonie servivano da presidio militare di luoghi strategici. Vennero fondate lungo le coste, oppure lungo le vie di comunicazione fra Roma e le altre regioni. Dopo avere sterminato gli Equi, nel 304 a.C. Roma fondò le colonie di Alba Fucens e Carseoli a controllo della via che, attraverso l’Abruzzo, raggiungeva la Puglia; a partire dal 299 a.C., con la fondazione di Narni, la repubblica creò una serie di colonie e di territori assoggettati lungo tutto il percorso della futura Via Flaminia, che passando per Spoleto giungeva fino a Rimini, colonia creata nel 268 a.C.

Il secondo modello di assoggettamento era quello dei municipi. Era la migliore condizione a cui potevano aspirare le città conquistate. La repubblica attribuiva agli abitanti di queste città la cittadinanza romana; in cambio essi assumevano una serie di doveri (municipio viene da munus, ‘dovere’ e capio, ‘prendo’) e dovevano accettare che parte dei loro territori venisse confiscata e attribuita a colonie romane. Gli obblighi dei municipi non erano troppo diversi da quelli dei Romani: dovevano pagare tasse per le spese militari e fornire contingenti di soldati. In questo modo i vinti veni vano incorporati nel sistema politico e militare del vincitore, ma conservavano la loro identità (spesso avevano una doppia cittadinanza: quella romana e quella originale). A seconda dei municipi, cambiava l’ammontare degli obblighi. I più favoriti erano i municipi cui veniva riconosciuta una cittadinanza in tutto uguale a quella dei Romani, e che quindi potevano esercitare il diritto di voto nelle assemblee della metropoli. In altri municipi, invece, gli abitanti avevano una cittadinanza romana senza diritto di voto (sine suffragio). Questa condizione, comunque, era considerata come provvisoria, perché con il tempo e con i meriti era facile acquisire la cittadinanza piena.

L’alleanza costituiva il terzo modello di assoggettamento, di gran lunga il meno favorevole. Nella condizione di alleati (foederati) si trovavano le colonie greche del Meridione e la maggioranza dei territori conquistati ai diversi popoli italici della penisola. Con questi alleati Roma aveva stipulato al momento della conquista dei trattati tutt’altro che paritari. Solo alcuni trattati, come quello con Napoli, offrivano condizioni buone, limitando le pretese di Roma e tutelando l’autonomia della città soggetta. La maggioranza obbligava a dare tributi, truppe e navi in misura ingente, che inoltre Roma poteva liberamente aumentare in base alla necessità; ai centri alleati, per di più, era vietato svolgere una politica autonoma.

Questo diversificato sistema di assoggettamento si rivelò molto efficace. Roma aveva una posizione di dominio politico assoluto, prendendo tutte le decisioni importanti e vietando severamente ogni patto o confederazione fra le città assoggettate. Tuttavia solo in alcuni casi il suo atteggiamento era dispotico e di brutale sfruttamento economico. La repubblica dosava il grado di assoggettamento a seconda della sua convenienza, e lo usava come modo per premiare i soggetti particolarmente disciplinati. Ognuno aspirava a passare in una condizione migliore, comportandosi come il più fedele dei sudditi. I ceti dirigenti delle città alleate trovavano in Roma sostegno contro le insurrezioni popolari, e i loro membri cercavano di ottenere, per sé e la famiglia, l’ambito privilegio della cittadinanza romana. Sparse in tutta la penisola, le colonie erano dei puntelli sicuri all’autorità romana. Era stato creato un tipo nuovo di Stato, fino ad allora sconosciuto. Non era né una città-stato, né un regno centralizzato. Si rivelò una formula efficacissima, che consentì a questa nuova realtà di imporre il suo dominio all’intero Mediterraneo. (La Nostra Storia)

Share