11 dicembre – Agonalia in onore del Sole Indigete. Sacrifici nel Septimontium

Agonalia

Le Agonalia, festività che ricorrevano in ben quattro giorni diversi del calendario romano, erano dedicate ogni volta a una diversa e particolare divinità. Quella dell’11 Dicembre, termine estremo per le semine, era in onore del Sole Indigete, uno degli epiteti di Apollo, che imponeva sacrifici e forse una processione.

I rituali che si svolgevano in questo giorno avevano luogo sui sette monti (da non confondere coi sette colli) del primitivo insediamento che avrebbe dato origine alla città di Roma, chiamato dagli studiosi Settimonzio, ovvero: il Palatino, la Velia, il Fagutal, la Suburra, il Cermalus, l’Oppio e il Cispio.

Il culto del Sol Indiges (“nativo”) è stato probabilmente istituito da Tito Tazio, re dei Sabini e co-regnante con Romolo, fondatore di Roma. Il rituale era molto antico, e ne conosciamo un dettaglio grazie a Festo, che riprende un frammento di Antistio Labeone. Quest’ultimo indicò dei sacrifici da attuare sul Palatino in onore di Palatua (dea eponima con il proprio flamen palatualis, alla quale veniva offerto un sacrificio chiamato palatuar), e per un’altra divinità purtroppo sconosciuta da svolgere sulla Velia. Dalla lettura di questo passo è stato anche ipotizzato che il Palatino e la Velia avessero una maggiore rilevanza storica o una particolare importanza sacrale, per cui solo su questi monti si svolgevano i riti sopracitati. In realtà, esistevano magistri e flamines (sacerdoti) per ogni monte, quindi è molto probabile che su ognuno si svolgessero analoghi rituali. D’altronde, Varrone riporta che i sacrifici venivano celebrati con un interesse alle singole comunità dei monti (pro montanis) e non all’intera cittadinanza (pro populo).

A Plutarco invece, il merito di aver riportato l’unico divieto che conosciamo riguardante questa festività: alle celebrazioni non era consentita la partecipazione di carri aggiogati ad animali, che così si godevano un giorno di festa. Giacchè i carri trainati erano destinati esclusivamente ai giochi. Inoltre, questi erano un mezzo col quale era possibile lasciare la città, cosa che veniva simbolicamente proibita dato che la si stava festeggiando.

La festa venne sicuramente celebrata fino all’età imperiale. Svetonio scrisse che Domiziano la celebrò con due banchetti, il primo destinato ai senatori e ai cavalieri, il secondo con doni elargiti alla plebe. Durante le corse di carri e cavalli infatti, l’imperatore usava distribuire grano, focacce, vino, denaro, eccetera.

Un primo tempio dedicato al Sole Indigete si trovava nel Circo Massimo, un altro sorgeva sul Quirinale. Infine, era stato costruito un santuario dedicato a questa divinità vicino la foce del fiume Numico, luogo dello sbarco di Enea, nei pressi di quella Lavinio da lui fondata.

Mappa dei colli e dei monti del Settimonzio (di Cristiano64 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16838841).

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Giovanni Lido, Liber de mensibus, IV, 155;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, 340; 348;
  • Plutarco, Αἰτίαι Ῥωμαϊκαί (Quaestiones Romanae), 69;
  • C. Svetonio Tranquillo, De Vita Caesarum, Domiziano, VI;
  • Marco Terenzio Varrone, De lingua Latina, libro V, 41; libro VI, 24; libro VII, 3.
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