3 dicembre – Sacra Bona Deae

Dopo le Calende di Maggio, quando si svolgevano i riti nel tempio dedicatole sull’Aventino, il giorno festivo dedicato al culto della Bona Dea di maggior importanza era il 3 Dicembre. In questo giorno le donne romane avevano la possibilità di compiere delle cerimonie notturne in ambito più privato: nella casa di uno dei consoli o di uno dei pretori (cioè di un magistrato dotato di imperio). Dalla casa prescelta uscivano tutti gli uomini, schiavi compresi, e ogni animale di sesso maschile, in più, ogni pittura e scultura raffigurante un essere di genere maschile veniva nascosta o coperta.

Il rituale segreto veniva presieduto dalla padrona della casa, mentre le più note matrone romane e le Vestali vi partecipavano. Esse abbellivano il luogo con piante e ghirlande, se era interdetto il mirto, piante come la vite erano ben accette. Per le libagioni veniva introdotta un’anfora coperta chiamata mellaria (“vasetto del miele”), contente vino che veniva chiamato “latte”, due escamotage utili a evitare l’interdizione della bevanda dal luogo di culto della Bona Dea.

Il vero nome di questa divinità misterica era conosciuto soltanto dalle iniziate, non poteva essere pronunciato da un uomo, al quale era vietato persino l’accesso all’area sacra (se non si fosse travestito da donna, come fece Clodio nel 62 a.C. penetrando nella casa di Giulio Cesare). Nonostante questa esclusività femminile, quello della Bona Dea era uno dei culti ufficiali dello Stato Romano e lei era la protettrice della fecondità e del benessere dell’intero Popolo Romano, quindi questi rituali venivano svolti pro Populo Romano o pro salute Populi Romani.

Plutarco scrisse che la Bona Dea era il corrispettivo della greca Gynaeceia o della innominabile madre di Dioniso, mentre i Frigi la indicavano come genitrice di re Mida.

La Bona Dea veniva chiamata anche Fauna, Fatua e Ona. Festo scrisse che, per la sua natura pubblica, “Damia” era il nome della Bona Dea, perciò il sacrificio veniva chiamato “damium” e l’alta sacerdotessa “damiatrix”. Purtroppo, questo nome era probabilmente legato a un’altra divinità, giunta a Roma da Taranto nel III secolo a.C.

Macrobio scrisse che la Bona Dea veniva rappresentata con uno scettro nella mano sinistra e una corona di vite, a simboleggiarne la regalità. Il serpente ai suoi piedi invece era forse connesso a una delle versioni del suo mito, il quale spiegherebbe alcune caratteristiche del culto, come l’interdizione del mirto e il divieto di pronunciare il nome del vino nei luoghi sacri alla dea.

Una tradizione identificava Bona Dea con Fauna, moglie, o sorella o figlia di Fauno Luperco, che nessun uomo aveva mai visto o chiamato per la sua estrema pudicizia, cosa che l’aveva resa un esempio di virtù matronale per i Romani. Secondo una versione del mito, Fauna era la moglie di Fauno, e venne uccisa dal marito perché aveva bevuto del vino di nascosto. Il marito, preso dal rimorso per il gesto compiuto, le accordò onori divini tramutandola nella Bona Dea. Secondo un’altra versione, Fauno avrebbe tentato di sedurre la figlia Fauna, che però lo rifiutò anche quando lui tentò di farla ubriacare e la picchiò con verghe di mirto; soltanto trasformato in serpente il dio riuscì nel suo intento.

Statua di marmo della Bona Dea con epigrafe. Di Andrea Pancotti – Bertolami’s company, Rome, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=85065666

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

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