L’uso delle famiglie romane più agiate di mandare i figli in terra greca a fare un corso di perfezionamento alla scuola dei retori e dei filosofi più rinomati mostra che i Romani non si sgomentavano a viaggiare. La mancanza dei mezzi rapidi che abbiamo noi non impedì agli uomini civili di altri tempi di girare il mondo in lungo e in largo; tanto meno ai Romani che disponevano di un’eccellente rete di strade. Si viaggiava per raggiungere la sede dei propri studi, per recarsi negli uffici di provincia, per ragioni militari o di commercio, per visitare i monumenti più famosi, o anche semplicemente per sbatter la noia.

Preferite, come sempre, erano le vie di mare che offrivano maggiori comodità. A rendere disagevole il viaggio per terra contribuiva l’assenza di alberghi decenti e ben messi. Gli antichi ignoravano l’industria dei grandi alberghi, che è veramente una conquista moderna.

Chi non aveva ospiti presso i quali passar la notte, doveva rassegnarsi a prender posto in una delle tante cauponae che sorgevano lungo le vie di comunicazione o nelle grandi città; locali, come ci è rivelato da Pompei, angusti, disadorni, frequentati da carrettieri, da briachi, da facili donne, con letti che dobbiamo pensare pieni di ogni ben di Dio. Dell’educazione di coloro che frequentavano gli alberghi si avrà un’idea se si saprà che i muri delle cauponae erano tutti sgraffiati dai frequentatori che vi incidevano scempiaggini e sconcezze; questa brutta abitudine, se più tardi si è rivelata utilissima sotto tanti aspetti ai nostri studi, non depone molto favorevolmente sulla levatura mentale di chi ha scritto quei capolavori. L’albergatore è passato nella tradizione come il tipo del perfetto furfante: perfidus hic caupo, dice Orazio. Tutto ciò non rendeva piacevole il viaggiare; pur tuttavia si viaggiava senza l’ombra di preoccupazione. Un popolo che ha paura di muoversi non sarà mai un popolo imperiale.
Abito da viaggio, in chi non viaggiava con un incarico ufficiale che lo costringesse a indossare la toga, era la tunica sulla quale si poneva un mantello con cappuccio (paenula); nel caldo dell’estate si portava un cappello a larghe tese. La tunica era adattata in modo che impicciasse i movimenti il meno possibile; cioè bene stretta alla cintura e rialzata sino al ginocchio; dalla cintura pendeva la borsa (marsupium), la valigia di allora. I più viaggiavano su di una bestia da soma che portava il viaggiatore e il suo bagaglio: «Nessuno» dice Orazio «m’impedisce di andare, se voglio, anche sino a Taranto, con un mulo scodato, a cui la valigia scortica i fianchi e il cavaliere le gambe.» I viaggi a piedi erano eccezionali, più ancora che fra i Greci. A nessuno era ancora venuta la bell’idea di far per divertimento lunghe esercitazioni podistiche, come si fa ora, camminando giorni e mesi sotto l’acqua e sotto il sole con un grosso sacco sulle spalle; fra i Romani un globe-trotter sarebbe passato per uno scemo. Chi voleva viaggiare con comodità, specialmente se era accompagnato da donne, si faceva portare con un veicolo.
Della varietà che offrivano i veicoli romani come forma, attacco, solidità, eleganza e velocità è testimonianza la stessa ricchezza delle parole con le quali li vediamo indicati e distinti. Caratteristico dei Romani è l’uso venuto dall’Oriente di farsi portare in una lettiga (lectica) o in una portantina (sella gestatoria); nell’una si stava a giacere, nell’altra seduti; l’una e l’altra poteva esser fornita di guanciali (pulvinaria) e cortine (vela). Erano portate da schiavi robusti, di numero variabile — da due a otto — scelti della stessa statura e in livrea; vestiti, cioè, di un abito simile a quello dei militari, e di colori vivaci. Come mezzo di viaggio era comodo, ma lento; perciò se ne faceva uso soprattutto in città, essendo l’unico mezzo di trasporto consentito dalla legge che impediva il transito dei carri nelle ore del giorno. L’antichità ebbe per il pedone un rispetto che oggi è, come si dice, superato: il possedere un veicolo veloce non dava a quei tempi il diritto di schiacciare il prossimo. Non solo si vietava la circolazione dei carri in città quando l’affollamento era maggiore, ma, come appare dal modo con cui sono costruite le strade di Pompei, si rendevano inaccessibili ai carri, mediante sbarramenti di pietra, la piazza e le vie più frequentate e centrali.

Di veicoli a ruote vi erano tre specie.
Veicoli da sport o da parata: il currus a due ruote che si usava nelle gare del circo e nei trionfi;
Veicoli per il trasporto delle merci: il plaustrum, a due ruote ma solido, che di regola, secondo un uso ancor vivo nelle campagne sarde, invece che ruote con raggi aveva dei dischi tutti di un pezzo ed era tirato da buoi, muli, asini; il serracum con ruote più basse e più solide, per il trasporto dei carichi pesanti; il carrus, carro militare da trasporti, di origine celtica; l’arcera, usata soprattutto in tempi antichi: era una specie di carro-lettiga per gli infermi (quasi arca quaedam magna vestimentis instrata, qua nimis aegri aut senes portari cubantes solebant).

Veicoli da viaggio. Ve ne erano a due e a quattro ruote:
a due ruote: il cisium, un calessino veloce e leggero per chi voleva andare svelto e non aveva con sé bagagli; se ne prendevano anche a nolo dai vetturini (i cisarii che stavano di stazione alle porte); l’essedum, un tipo di carro da viaggio la cui forma era stata suggerita dal carro da guerra dei Galli e dei Britanni; non ne conosciamo la forma precisa; doveva esser un tipo di mezzo fra il cisium e la più solida raeda a quattro ruote. Ve ne erano dei più piccoli che il viaggiatore guidava da sé, e dei più grandi guidati da un essedarius. Nota invece è la forma del carpentum, elegante e comodo carro di antico tipo italico, a due ruote, tirato da due muletti; siccome in città potevano usarne solo le donne della famiglia imperiale, si può esser certi che è un carpentum l’attacco rappresentato in monete imperiali femminili;
a quattro ruote: la raeda, il carro di uso più comune per il trasporto di persone o di bagagli; il petorritum, di origine gallica, come la raeda: non ne sappiamo nulla di preciso; era probabilmente in origine un carro di parata riccamente ornato, negli ultimi tempi dell’impero divenne un mezzo di viaggio fra i più comuni; il pilentum, simile al carpentum, ma più grande e a quattro ruote: sui primi tempi se ne servivano solo le sacerdotesse e le matrone nei giorni di festa, poi divenne di uso comune; la carruca, la quale per le comodità che offriva — vi si poteva infatti anche dormire —, per la finezza degli ornamenti e la relativa celerità, era un vero veicolo di lusso. (fonte Vita romana)

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