Tito Livio, storico della romanità

Quando si parla di grandi personaggi storici spesso si perdono di vista coloro che ce ne hanno tramandato le gesta ed i nomi, rendendoli immortali e tramandandoli ai posteri. È il caso dello storico e storiografo Tito Livio, vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., di cui ben poco sappiamo dal punto di vista biografico ma, d’altra parte, molto conosciamo dal punto di vista stilistico e concettuale. Dopotutto è solo grazie ai suoi versi, scritti duemila anni fa ed in parte sopravvissuti sino a noi, a dirci davvero chi fosse Tito Livio. Un uomo la cui grandezza fu sottolineata da Marco Fabio Quintiliano (oratore e retore vissuta dal 35 al 96 d.C.), il quale nella sua opera Institutio Oratoria scrisse “Che Erodoto non s’indigni che gli venga eguagliato Tito Livio”.

ORIGINI E BIOGRAFIA
Non è mai facile riuscire a comprendere le fasi di vista di uno storico e letterato, e per questa ragione molto spesso si deve fare riferimento a testimonianze lasciate proprio da colleghi o altre fonti scritte, spesso completate post mortem. Per quanto riguarda Tito Livio e le sue primissime origini (sarebbe nato nel 59 a.C. a Padova), dobbiamo fidarci di uomini apparentemente distanti, nel tempo e nella cultura, tra loro: San Girolamo, Quintiliano e Svetonio. Fu quest’ultimo, in particolare, a darci la data di nascita mentre fu il secondo a consegnarci un probabile indizio sul luogo in cui ebbe i natali: Padova. Secondo Quintiliano, infatti, il politico ed oratore romano Asinio Pollione (vissuto tra il 76 a.C. ed il 5 d.C.) vedeva in Livio una certa dose di patavinitas, cioè “padovanità”. Quintiliano scrisse precisamente “in Tito Livio mirae facundiae viro putat inesse Pollio Asinius quamdam Patavinitatem”, riprendendo dunque a sua volta un’altra testimonianza forse di prima mano. Questo continuo rimbalzare tra una fonte e l’altra, dirette o indirette, fa tuttora dubitare delle reali origini del nostro Tito Livio. Forse la sua “padovanità” sarebbe solo uno stratagemma per affermare che, leggendo le sue opere, Livio sarebbe stato o avrebbe pensato come un provinciale, quindi certamente non nato nell’Urbe e non appartenente alla nobiltà.

Una stampa cinquecentesca delle Historiae di Tito Livio

Sappiamo qualcosa di più sulla sua famiglia, i Livii, la quale secondo alcuni avrebbe avuto origini etrusche ma, a ben vedere, probabilmente la gens ebbe sangue completamente latino e romano. Addirittura secondo Svetonio, nonostante la famiglia appartenesse ad un certo medio, i Livii avrebbero vantato tra i suoi membri consoli, censori e gente meritevoli di trionfi. Probabilmente, però, nel corso del I secolo a.C. la gens Livia riuscì ad avere una certa agiatezza, se è vero che la formazione del piccolo Tito Livio fu certamente ottima, improntata allo studio del greco e della grammatica, dell’arte oratoria e della retorica. Una svolta nella vita del giovane avvenne con l’incontro, nell’Urbe, con Augusto. Non sappiamo in quale contesto ciò avvenne, né come Tito Livio sia riuscito ad entrare nella corte del princeps di Roma (forse per via clientelare). Sta di fatto che il nostro ebbe subito un rapporto quasi privilegiato con Augusto, tanto che essi poterono essere considerati dei veri amici. Quantomeno è indubbio che una certa stima esisteva, considerando che Augusto diede a Tito Livio il compito di educare nella miglior maniera possibile Tiberio Claudio Druso, figlio di Livia e dunque nipote di Augusto (il piccolo nacque dal precedente matrimonio della donna), che diverrà imperatore nel 41 d.C. con il nome di Claudio. Le fonti ci dicono anche che, in maniera forse simpatica, Augusto usava chiamare Tito Livio pompeiano, un soprannome che probabilmente derivò dalle idee e simpatie filo repubblicane dello storico. E se, nonostante questo, Tito Livio rimase ben saldo a fianco del princeps allora vuol dire che la stima e la fiducia tra i due era davvero presente e salda. Comunque sia lo storico alla fine morì a Padova nel 17 d.C., almeno secondo alcuni fonti come San Girolamo. Non sappiamo quando si trasferì nuovamente al nord, ma sta di fatto che di Tito Livio, di cui non ci è stato tramandato alcun cognomen, rimase nella storia di Roma per aver esso stesso scritto della straordinaria vicenda dell’Urbe, che da piccolo villaggio di pastori divenne la Caput Mundi.

Il più grande storico di Roma: Tito Livio e l'Ab urbe condita - laCOOLtura

OPERE E STILE
L’opera magna di Tito Livio è certamente Ab Urbe Condita CXLII (comunemente conosciuta semplicemente come Ab Urbe Condita), cioè la grande storia di Roma dalla sua fondazione sino al 9 a.C., anno della morte del piccolo Druso, figliastro di Augusto. L’opera si componeva di 142 libri divisi in decadi (cioè gruppi di 10 libri), sebbene probabilmente Tito Livio sarebbe voluto arrivare a 150 libri, concludendo nel 14 d.C. con la morte di Augusto. La principale motivazione che mosse lo scrittore e storico a redigere un’opera simile era quella di mettere ordine nei vari buchi storici che la documentazione e la storiografia romana aveva sino ad allora. Dopotutto Tito Livio stesso lascia trasparire tutta la sua frustrazione nel conoscere che la maggior parte delle fonti da cui lui stesso attinse non sono sempre veritiere. In particolare Livio stesso, nonostante la sua posizione, ebbe molti problemi ad accedere all’archivio ufficiale cittadino, in quanto era, comunque, pur sempre un semplice cittadino. In particolare il periodo che va dalla fondazione di Roma al primo saccheggio ad opera dei Galli di Brenno (nel 390 a.C.), fu una fonte di stress e preoccupazione per Livio, il quale lamentò palesemente della scarsezza delle fonti ed inattendibilità delle stesse. Dovette studiare documenti di seconda o terza mano per poter redigere la sua opera, nella cui prefazione leggiamo a chiare lettere di come “quanto agli eventi relativi alla fondazione di Roma o anteriori, non cerco né di darli per veri o mentirli; il loro fascino è dovuto più all’immaginazione dei poeti che alla serietà dell’informazione”. Dopotutto è lo stile stesso della narrazione storica che ci indica come l’obiettivo di Tito Livio fosse, probabilmente, quello di dare ai Romani un’opera di gradevole lettura da cui poter attingere per saperne di più del glorioso e mitologico passato di Roma. Per sottolineare come i suoi periodi fossero di facile lettura, senza troppe iperboli e con una narrazione coincisa e diretta, lo stesso Quintiliano definì il suo stile lactea ubertas (letteralmente “abbondanza di latte”). Un po’ come se noi oggi affermassimo che le sue parole sono facilmente comprensibili come bere un bicchier d’acqua. Dopotutto la narrazione di Livio è precisa e puntuale, e ben poco si sofferma su questioni filosofiche o morali, sebbene dalle sue parole si riuscì ad estrapolare molto delle sue idee politiche e sociali.

Padova, Monumenti a Livio

Come scritto in precedenza Livio probabilmente aveva ideologie prettamente repubblicane, e forse non era molto d’accordo sulla piega che presero gli eventi successivamente alla morte di Giulio Cesare. Ma ben peggiore dell’arrivo di Augusto e del suo principato che sembrava cozzare con le fondamenta stesse della Repubblica, a spaventare di più Tito Livio fu proprio la decadenza morale ed etica che la società romana stava subendo nel corso del I secolo a.C. Non è un caso se l’autore dell’Ab Urbe Condita arrivò addirittura, in un’ucronia abbastanza nuove per l’epoca, che la Roma dell’antichità avrebbe saputo sconfiggere addirittura Alessandro Magno. “Si potrebbe rilevare che sin dall’inizio di quest’opera non ho cercato di evitare niente con tanta attenzione quanto il discostarmi da una trattazione ordinata degli eventi, e il cercare motivi di piacevole svago per i lettori e un po’ di riposo per la mia mente infarcendo questa ricerca storica con amene digressioni. Ciò nonostante, l’aver menzionato un re e un condottiero così grande, mi riporta a considerazioni che tante volte ho fatto tra me e me, e non mi spiace ora valutare quale sarebbe stata la sorte della potenza romana se si fosse scontrata con Alessandro” (Libro IX, 17). Tito Livio vuole narrare quella successione di eventi, in particolar modo i primissimi, che portarono l’Urbe ad essere quella che fu nella sua epoca. Il suo obiettivo fu anche quello di dare quegli esempi di moralità ed etica che furono le fondamenta della civiltà romana, in parte decadente al suo tempo e prima dell’avvento del periodo augusteo a causa di sempre maggiori egoismi e ricchezza. Il fare riferimento al glorioso passato, quello delle guerre sannitiche o puniche, gli atti di eroismo e quelli di coraggio, per il punto di vista di Tito Livio avrebbe aperto gli occhi ai Romani, correggendone la rotta e tornando ad essere quelli di un tempo. Un sentimento certamente repubblicano, affiancato da quello stile così semplice e diretto che provenienza ciceroniana (altro convinto repubblicano), un sentimento rimarcato da uno stile che punta molto sul dialogo e sulle parole messe in bocca, da Tito Livio, a generali o Re. In questo modo, in maniera netta e coincisa, l’autore caratterizza i personaggi e ne caratterizza i gesti. Un’opera letteraria che, tra l’altro, non può avere una valenza scientifica né prettamente storica, in quanto fondata su fonti secondarie e mai dirette (da ricordare le lamentele dell’autore stesso). Un’opera tra l’altro parziale, poiché ci è rimasto molto dell’era repubblicana e ben poca di quella augustea, il contesto in cui Tito Livio visse pienamente la sua vita, una vita dedicata probabilmente a salvare l’Urbe e a ricordarle, per mezzo delle sua opera, quel passato che l’ha rese grande.

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