Dinastia Giulio-Claudia

Per dinastia giulio-claudia si intende la famiglia della quale facevano parte i primi cinque imperatori romani, che governarono l’impero dal 27 a.C. al 68 d.C., quando l’ultimo della linea, Nerone, si suicidò aiutato da un liberto. La definizione della dinastia è riconducibile al nomen (il nome di famiglia) di due imperatori: Gaio Giulio Cesare Ottaviano (l’imperatore Augusto), adottato da Giulio Cesare e dunque membro della gens Iulia, il primo imperatore della famiglia e fondatore dell’impero, e Tiberio Claudio Cesare Germanico (Claudio), quarto imperatore e membro della gens Claudia, primo tra i Principi a non essere adottato nella gens Iulia, poiché il suo predecessore, Caligola, aveva estinto la linea adottiva.

Dinastia Giulio-Claudia
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Tiberio

Augusto orientò la scelta del suo erede su base adottiva, opzione preferenziale in termini di successione e, dal momento che altri candidati erano deceduti e che non aveva avuto discendenti diretti, il successore designato fu Tiberio, figlio che la moglie Livia aveva avuto da un precedente marito. Il giovane venne fatto sposare con Giulia, figlia dell’imperatore e poi da lui adottato, rendendo il legame con Augusto molto stretto a più livelli di parentela, secondo una prassi consolidata nelle famiglie aristocratiche di Roma. Tiberio apparteneva per nascita all’antica e nobile gens Claudia e con questa operazione il suo lignaggio si accresceva del prestigio della gens Giulia (in quanto Giulio Cesare era stato il padre adottivo di Augusto) spiegando il perché gli Imperatori fino a Nerone siano noti agli studi moderni come esponenti della “dinastia giulio-claudia”.

«[Augusto] poiché volle in qualche modo frenare le intemperanze di Lucio e di Gaio, conferì a Tiberio la potestà tribunizia per cinque anni, e gli assegnò l’Armenia, che dopo la morte di Tigrane era diventata ostile. Gli toccò però entrare inutilmente in urto sia con i nipoti che con Tiberio, con i primi perché ritennero di essere stati declassati, con il secondo perché iniziò a temere il risentimento di loro. In ogni caso Tiberio fu mandato a Rodi con la scusa di aver bisogno di un periodo di insegnamento, […] affinché fosse lontano da Lucio e da Gaio, sia dalla loro vista sia dalla loro portata. […] Questa è la ragione più vera del suo allontanamento, anche se c’è una versione in base alla quale fu anche la moglie Giulia il motivo per cui aveva fatto ciò, dato che non riusciva più a sopportarla. […] Altri dissero che Tiberio era indispettito per il fatto che non aveva ricevuto anche il titolo di Cesare, mentre secondo altri ancora era stato cacciato da Augusto stesso sulla base del fatto che stava ordendo un complotto contro i suoi figli [Gaio e Lucio].» (Cassio Dione, Storia romana, LV,9,4-5 e 7.)

In carica dal 14 al 37 d. C., Tiberio consolidò le frontiere, si occupò dell’organizzazione amministrativa, rafforzò il potere centrale fino a tagliare gli sprechi allo scopo di risanare le finanze del Regno. Tacito e Svetonio, sostenitori della Repubblica, avrebbero successivamente tramandato un’immagine spietata del successore di Augusto, probabilmente funzionale alla loro avversione all’Impero. I suoi detrattori gli attribuivano incoerenza politica, poiché aveva inizialmente rifiutato le cariche ricoperte da Ottaviano in Senato, atteggiamento che esprime invece la volontà di ottenere consenso per vie diplomatiche anche nel rispetto del passato repubblicano della gens dei Claudii, da sempre legata da buone relazioni con l’antica assemblea e il cui supporto era necessario in quanto unica forza politica in grado di ostacolare il consolidamento del principato. Tuttavia, tutto il corso del I secolo d.C. fu segnato da contrasti  fra gli imperatori e il senato. Tiberio riscosse sempre poca popolarità che diminuì ulteriormente dopo il 19, quando fonti ufficiose gli attribuirono la responsabilità della morte per avvelenamento del nipote, l’amatissimo generale Germanico.

Durante il suo regno, la corte fu interessata da una serie di congiure, trame, complotti, corruzioni che, pur frequenti negli ambienti politici, nella realtà Romana assumevano particolare entità proprio in virtù della mancanza di un chiaro principio ereditario. La possibilità di acquisire il diritto di successione imperiale scatenava le ambizioni di molti e Tiberio rispose instaurando un regime repressivo feroce, rendendolo costantemente sospettoso e causandogli repulsione verso Roma tanto da indurlo a lasciare la corte nel 26 d. C per trasferirsi a Capri. Trascorse gli ultimi anni della sua vita in una splendida villa da cui continuò a governare l’impero per il tramite del prefetto del pretorio Seiano ma quando anche il suo fidato collaboratore si legò ad una cospirazione per ottenere il trono, il principe inasprì le misure di controllo sedando ogni minimo tentativo di insubordinazione.

Alla salute perpetua di Augusto e alla Libertà del popolo romano, per la Provvidenza di Tiberio Cesare, figlio di Augusto, per l’eternità della gloria di Roma, [essendo stato] eliminato il pericolosissimo nemico.» (Dedica del Senato a Tiberio.)

Dinastia Giulio-Claudia
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Caligola

«Quando Gaio, dopo la morte di Tiberio Cesare, assunse il potere […] tutto il mondo, dall’alba al tramonto del sole, tutti i paesi da questa parte ed al di là dell’Oceano, tutte le persone romane e tutta l’Italia e anche tutte le nazioni asiatiche ed europee se ne rallegrarono.» (Filone di Alessandria, De Legatione ad Gaium)

Sebbene Tiberio avesse indicato entrambi i suoi nipoti come suoi eredi, il senato dispose di passare il trono a Caligola (37-41), figlio del compianto generale Germanico. Il giovane non fu all’altezza dei suoi natali e delle aspettative rimanendo noto alla storia come uno degli imperatori più crudeli e sconsiderati, responsabile di aver condannato a morte senza processo per gli oppositori, di aver aumentato le tasse e di aver imposto il culto della sua persona come una divinità. La cattiva politica di Caligola è storicamente associata ad una patologia mentale, che determinò che gli venissero associate diverse stranezze come la leggenda del cavallo eletto senatore , tuttavia rinforzava nei detrattori dell’Impero i timori che un sovrano potesse virare verso un regime assoluto di tipo orientale. La situazione interna divenne talmente ingestibile che per contro, si tentò un rafforzamento della politica estera concedendo in Palestina una tetrarchia ad Agrippa che restituì per volontà di Caligola il regno di Commagene ad Antioco IV. Malgrado l’impegno profuso, le imprese pianificate si rivelarono un fallimento come la spedizione sul Reno, che rimase solo un progetto, o l’altra organizzata per la conquista della Britannia che ebbe un esito disastroso. Le fonti non raccontano molto su Caligola, tra le informazioni che ci vengono tramandate rimangono lo sperpero del patrimonio accumulato da Tiberio tramite donazioni per giochi o elargizioni al popolo ma anche per le proprie stravaganze che avevano alimentato l’immagine del suo Regno come modellata su una tirannide orientale tanto temuta dal Senato, che Caligola disprezzava, fin dai tempi di Augusto.

«Divenuto adolescente, era abbastanza resistente alle fatiche, ma qualche volta, colto da un’improvvisa debolezza, poteva a mala pena camminare, stare in piedi, e a stento poteva ritornare in sé e reggersi. Lui stesso si era accorto del suo disordine mentale e più di una volta tanto che pensò spesso di ritirarsi e curare il proprio cervello.» (Svetonio, Gaio Cesare, 50)

In generale la politica giudiziaria di Caligola si può dividere in due periodi: il primo, molto liberale e filo-popolare, nel quale egli cercò anche il favore dell’ordine senatorio; il secondo, nel quale il princeps fece di tutto per accrescere il proprio potere, in una sorta di assolutismo monarchico, che egli sfruttò per accumulare ricchezze e per disporre del destino dei cittadini romani a suo piacimento. Dato che l’ordine equestre si stava riducendo di numero, convocò da tutto l’impero, anche al di fuori d’Italia, gli uomini più importanti per stirpe e ricchezza e li iscrisse all’ordine; ad alcuni di loro, per assecondare l’aspettativa di diventare senatori, concesse di vestire l’abito senatoriale ancor prima di aver assunto cariche in quelle magistrature che davano accesso al Senato. Cercò di ristabilire, almeno formalmente, i poteri delle assemblee popolari, permettendo alla plebe di convocare nuovamente i comizi.

Il suo breve principato fu, infatti, caratterizzato da ripetuti massacri degli oppositori, e da atti di governo che miravano a umiliare la classe senatoria e l’intera nobiltà romana. Celeberrimo è l’episodio del suo amato cavallo, Incitatus, che, secondo una tradizione riportata da Svetonio e Cassio Dione, Caligola si riprometteva di nominare console, un proposito estremo al quale, però, non fu in grado di adempiere nella sua breve esistenza. Il suo comportamento dispotico determinò numerose congiure, tutte sventate tranne l’ultima. Negli ultimi tempi il tuo squilibrio psichico si accentuò, accompagnato da segni di declino fisico, probabilmente dovuto ad una malattia degenerativa, e la sua presenza divenne un peso per l’Impero tanto che il 24 gennaio del 41 Caligola cadde vittima in una brutale congiura di pretoriani guidati da due tribuni, Cassio Cherea e Cornelio Sabino, e in cui morirono anche la moglie Milonia Cesonia e la piccola Giulia Drusilla.

«Di giorno… parlava in segreto con Giove Capitolino, ora sussurrando e porgendo a sua volta l’orecchio. Ora a alta voce e senza risparmiargli rimproveri. Infatti si sentirono le sue parole di minaccia. o tu elimini me o io te, finché non si lasciò persuadere – a sentir lui – dall’invito a condividere la sede e collegò i palazzi imperiali del Palatino al Campidoglio con un ponte che passava sopra il tempio del Divino Augusto» (Svetonio, Vite dei Cesari, Gaio Cesare, XXII)

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DIDRACMA DI CLAUDIO – Di Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10392201

Claudio

«Dopo l’uccisione di Caligola… Claudio suo zio… cinquantenne… divenne imperatore per uno strano caso. Infatti, trascurato dagli uccisori di Caligola, avendo quelli portato via il numero dei congiunti e dei servi di questo, egli s’era nascosto in una sala di nome Ermeo. Non molto dopo, spaventato dal rumore della porta, proseguì verso il vicino solarium e si nascose dietro alle tende davanti all’ingresso. Qui, essendosi tenuto nascosto ancora, un soldato semplice, visti i piedi lo tirò fuori mentre Claudio si inginocchiava per il timore, ma riconosciutolo, lo salutò imperatore. Poi lo condusse dagli altri soldati, esitanti e frementi. Posto dai suoi sulla lettiga, fu portato nell’accampamento, triste e trepidante, mentre la folla che incontravano lo commiserava, quasi stesse per essere giustiziato pur essendo innocente. Ricevuto entro il vallo, pernottò tra le tende dei soldati, temendo più che sperando. Invero all’indomani, reclamando il popolo una guida per lo Stato, fu salutato da tutti imperatore.» (Svetonio, Vite dei Cesari, V, 10.)

Claudio (41-54) fu il primo tra i molti imperatori proclamati in seguito ad un colpo di Stato di matrice militare, attuato da un gruppo di pretoriani sostenitori dello zio del defunto principe proprio mentre il senato discuteva il successore di Caligola. La scelta sembrava giustificata esclusivamente dalla continuità dinastica, non godendo Claudio di buona fama, estraneo vita politica e dedito principalmente agli studi, eppure il nuovo sovrano finì con il manifestare attitudine al comando, consolidando il potere imperiale durante il suo regno; Sebbene la figura di Claudio rappresentava una scelta obbligata in quanto unico maschio adulto della dinastia giulio-claudia, il neo imperatore si rivelò amministratore capace, dedito alla semplificazione burocratica e cura all’edilizia pubblica, malgrado non avesse maturato alcuna esperienza politica pregressa. La partecipazione assidua nelle sedi dei tribunali contribuì allo sviluppo delle doti legislative di Claudio, che si dimostrarono notevoli, esemplificate dalla capacità di promulgazione di decine di editti nell’arco di un solo giorno.

Per quanto riguarda la politica religiosa, Claudio, sebbene conservatore per natura e di interessi repubblicani, anche qui non si mostrò ostile alle innovazioni. Si adoperò per restaurare il collegio degli haruspices. Nel 47 celebrò i Ludi Saeculares dell’ottavo centenario dalla fondazione di Roma. Nel 49 ampliò, sempre nel corso di un’altra cerimonia, l’antico recinto sacro di Roma (pomerium), includendovi ora l’Aventino e parte del Campo Marzio. Si mostrò tollerante nei confronti dei culti provinciali, solo quelli che non considerava pericolosi per l’ordine pubblico interno. Se, infatti, verso il druidismo la sua azione fu più energica di quella dei suoi predecessori, con la completa soppressione, con gli Ebrei assunse un atteggiamento più liberale, e ristabilì per loro la libertà di culto e l’esonero del culto imperiale, anche se a Roma agì con severità, espellendone l’intera comunità ebraica a seguito di contrasti.

Ultimò la costruzione di due acquedotti, iniziata da Caligola: l’acquedotto Claudio (Aqua Claudia), e l’Anio Novus che si incontrano entro Roma nella famosa Porta Maggiore. Ne restaurò anche un terzo chiamato Aqua Virgo. Diede un grande impulso alla costruzione di strade e canali in Italia e nelle province. Tra i tanti progetti meritano una segnalazione un largo canale che univa il Reno al mare e una strada che collegava l’Italia alla Germania (entrambe opere iniziate da suo padre). Vicino a Roma costruì un canale navigabile sul Tevere che terminava a Portus, il nuovo porto a nord di Ostia, a circa tre km a nord. Il porto era costituito da due moli a forma di semicerchio, numerosi granai per l’approvvigionamento di merci provenienti da tutte le province romane ed all’imboccatura era posto un faro che divenne il simbolo della città stessa.

Il principe fu anche attento alla politica estera e nel 43 d. C. promosse la conquista della Britannia ma il suo punto di fragilità era rappresentato dall’opposizione della nobiltà, che aveva spinto l’imperatore a condannare a morte molti senatori con conseguente perdita di consenso. La vita privata di Claudio fu segnata da una serie di scandali e disgrazie: la terza moglie Messalina, ricordata nella storia come simbolo di donna corrotta, fu giustiziata con l’accusa di aver ordito un complotto ai suoi danni mentre la successiva moglie, Agrippina, anch’ella passata alla storia come una manipolatrice, avrebbe avvelenato l’imperatore nel 54 d. C. per favorire, come sarebbe stato, l’ascesa al trono del figlio Nerone, nato da un precedente matrimonio.

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SESTERZIO DI NERONE – Di Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17226971

Nerone

Nerone (54-68) è passato alla storia come un sovrano pessimo. Nella ricostruzione storica di autori come Tacito o Svetonio, si restituisce l’immagine di un uomo profondamente deviato, il cui fragile stato psicologico pregresso fu aggravato dall’aver ottenuto un influente posizione di  potere alla giovane età di 17 anni. L’espediente violento con cui era succeduto a Claudio ne condizionò l’esistenza, facendolo temere costantemente per la sua incolumità e minandone la fiducia verso il prossimo in maniera patologica: amici, consiglieri, la stessa madre e due mogli, di cui una – Poppea – ormai al termine della gravidanza, furono giustiziati per sua volontà o  addirittura uccisi per sua mano.

«Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo» (Tacito, Annales, XV, 44)

Nerone è ricordato come un artista mancato e un uomo dal comportamento tanto insolito da sfiorare il ridicolo riassunto dalla sua presunta responsabilità nell’incendio che nel 64 d. C. devastò tre quarti della città di Roma che guardò svolgersi cantando e suonando senza provare rimorso o preoccupazione. L’ultimo esponente della dinastia Giulio-Claudia fu anche artefice della prima persecuzione contro i cristiani a cui attribuì la colpa del disastro. La storiografia moderna ha cercato di ampliare le conoscenze sull’attività politica e sulla biografia di Nerone evidenziando anche le molte iniziative a favore della popolazione che possono riassumersi in una riforma monetaria volta ad incrementare i commerci, un’implementazione degli approvvigionamenti dei beni di prima necessità e la  ricostruzione della città dopo la catastrofe del 64. Il giovane Nerone era un cultore della civiltà orientale ed è plausibile che la sua modalità dispotica ed estetizzante derivassero anche da una volontà di aderire ad un preciso modello culturale. Furono le sue azioni che lo condussero alla perdita di consenso sia da parte degli aristocratici che della plebe, determinando la sua fine e in ultima istanza il declino della stirpe di Augusto. Le classi agiate e alcuni senatori furono espropriati dei loro terreni nel centro di Roma  per permettere al sovrano costruire una reggia fastosa e di enormi dimensioni, la Domus Aurea (la ‘Casa d’oro’) mentre le spese di realizzazione di questo edificio di alta rappresentanza gravarono sulle casse dello stato mediante tagli alla paga militare delle truppe e per la fornitura di grano alla plebe urbana, toccando quindi gli interessi dell’intera cittadinanza. In aggiunta a questo, pesò negativamente sulla sua sorte politica di Nerone la repressione violenta dei suoi oppositori che vide coinvolti uomini di cultura come lo scrittore Petronio, il poeta Catullo e il filosofo Seneca, suo antico precettore e consigliere. In questo frangente cruciale per la stabilità del regno, l’imperatore si allontanò da Roma per trascorrere un anno e mezzo in Grecia, partecipando ai Giochi olimpici ed esibendosi come auriga  ella corsa dei carri, suonatore di liuto, cantante e attore venendo dichiarato vincitore per 1800 volte da giurie compiacenti o terrorizzate. La sua lontananza preparò il terreno della rivolta, che partì dalle province e fu raccolta a Roma dal senato e dai pretoriani, concludendosi con il suicidio di Nerone nel 68.

«Morì a trentadue anni, nel giorno anniversario dell’uccisione di Ottavia e fu tale la gioia di tutti che il popolo corse per le strade col pileo. Tuttavia non mancarono quelli che, per lungo tempo, ornarono il suo sepolcro con fiori di primavera e fiori d’estate, e che esposero sui Rostri ora suoi ritratti con la pretesta addosso, ora degli editti, in cui, come se fosse ancora vivo, dichiarava d’essere in procinto di tornare per la rovina dei suoi nemici. E per di più, Vologeso, re dei Parti, quando mandò degli ambasciatori al Senato per riconfermare l’alleanza, pregò anche intensamente di onorare la memoria di Nerone. Infine, quando vent’anni dopo (io ero un adolescente), venne fuori un tale, di ignota estrazione, che si spacciava per Nerone, il nome di per sé godeva di tale favore presso i Parti che quest’uomo fu molto aiutato e che fu da loro riconsegnato a malincuore.» (Svetonio, Vite dei Cesari, Nero LVII)

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