Dinastia Giulio-Claudia

Tiberio (14-37 d.C.)

TiberiusTiberio Claudio Nerone (Tiberius Claudius Nero, 42 a.C.- Capo Miseno 37 d.C.) era figlio di Tiberio Claudio Nerone e di Livia, che, divorziata, sposò poi Ottaviano. Educato in modo aristocratico, aveva una ottima conoscenza del greco e mostrava interesse per lo studio. Dopo una rapida carriera militare e politica, durante la quale partecipò alla guerra contro reti e vindelici (15 a.C.), fu console (13). Discendente della gens Claudia, alla nascita ebbe il nome di Tiberio Claudio Nerone (Tiberius Claudius Nero). Fu adottato da Augusto nel 4, ed il suo nome mutò in Tiberio Giulio Cesare (Tiberius Iulius Caesar); alla morte del padre adottivo, il 19 agosto 14, ottenne il nome di Tiberio Giulio Cesare Augusto (Tiberius Iulius Caesar Augustus) e poté succedergli ufficialmente nel ruolo di princeps, sebbene già dall’anno 12 fosse stato associato nel governo dell’impero. In gioventù Tiberio si distinse per il suo talento militare conducendo brillantemente numerose campagne lungo i confini settentrionali dell’Impero e in Illirico. Dopo un periodo di volontario esilio sull’isola di Rodi, rientrò a Roma nel 4 e condusse altre spedizioni in Illirico e in Germania, dove pose rimedio alle conseguenze della battaglia di Teutoburgo. Asceso al trono, operò alcune importanti riforme in ambito economico e politico, e pose fine alla politica di espansione militare, limitandosi a mantenere sicuri i confini grazie anche all’opera del nipote Germanico. Continuando l’azione di Augusto, accentuò l’affermazione del potere imperiale nei rapporti col senato, fatto che provocò, anche per l’asprezza e la tendenza al sospetto propri del suo carattere, un attrito continuo con l’aristocrazia e la forte ostilità che registrò nei suoi confronti la storiografia successiva. La sua politica mirò in realtà a consolidare l’opera di Augusto: seppe mantenere la pace ai confini, fu eccellente nella gestione finanziaria (come si vide particolarmente nella crisi finanziaria che colpì l’Italia nel 33) e fu provvido nell’amministrazione provinciale. Tiberio rifiutò onori divini; perseguitò le religioni straniere che recassero comunque turbamento alla vita dell’impero. Nei riguardi della Germania condusse una politica apparentemente rinunciataria, accontentandosi della frontiera augustea del Reno e impedendo a Germanico di avventurarsi in imprese pericolose, ma in realtà riuscì a sfruttare le rivalità interne dei germani (in tal modo furono eliminati Maroboduo e Arminio). Dopo la morte di Germanico, Tiberio favorì sempre più l’ascesa del prefetto del pretorio Seiano, allontanandosi da Roma per ritirarsi nell’isola di Capri. Quando il prefetto mostrò di volersi impadronire del potere assoluto, Tiberio lo fece destituire e uccidere, ma evitò ugualmente di rientrare nella capitale. Morì nella villa di Lucullo a Miseno il 16 marzo del 37, lasciando eredi alla pari il nipote Tiberio Gemello e Gaio (Caligola).

Caligola (37-41 d.C.)

CaligolaAlla morte di Tiberio, salì al potere imperiale Caligola (Gaius Iulius Caesar Germanicus, Antium, 31 agosto 12 – Roma, 24 gennaio 41), figlio di Germanico e di Agrippina maggiore, fu soprannominato Caligula dalla calzatura militare (caliga) che era abituato a portare fin da piccolo. Con l’aiuto del prefetto del pretorio Macrone, riuscì ad instaurare un governo di tipo tirannico assoluto, contrapponendosi fortemente al Senato e delegittimando il prestigio delle classi dirigenti, mentre cercava costantemente il favore del popolo. La Storia lo descrive come dissoluto nella vita privata, capace di introdurre nella corte un fasto orientale e pretendendo di essere venerato come un dio. Vista la palese debolezza della politica interna tentò invano di porre rimedio, lavorando molto per la politica estera: concesse in Palestina una tetrarchia ad Agrippa I e restituì il regno di Commagene ad Antioco IV. La sua azione militare fu decisamente inconsistente: ci fu una spedizione sul Reno, che rimase solo un progetto, e nel 40 organizzò una spedizione per la conquista della Britannia che si rivelò una incredibile farsa. L’esiguità delle fonti fa comunque di Caligola il meno conosciuto di tutti gli imperatori della dinastia. Caligola spese molto del patrimonio accumulato da Tiberio, donando a molti somme promesse nel testamento di quest’ultimo, per giochi ed elargizioni di denaro e cibo al popolo, e per le proprie stravaganze, ispirate all’autocrazia dei monarchi orientali ellenistici, tuttavia non troppo diverse dalle vendette che Tiberio stesso aveva messo in atto, nonché al disprezzo che egli portava verso la classe senatoria, probabilmente ritenuta corresponsabile delle sventure della sua famiglia. Negli ultimi tempi diede segni di declino fisico e gravi squilibri caratteriali, che ha fatto pensare soffrisse di una malattia degenerativa. Caligola morì assassinato in una congiura di Pretoriani guidati da due tribuni, Cassio Cherea e Cornelio Sabino, il 24 gennaio del 41. Insieme a lui persero la vita sua moglie Milonia Cesonia e la loro figlia bambina, Giulia Drusilla (così chiamata in ricordo della sorella di Caligola da lui divinizzata alla morte) che fu schiacciata brutalmente contro un muro.

Claudio (41-54 d.C.)

claudioAll’assassinio di Caligola, dopo quattro anni di tirannia, divenne imperatore Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico (Tiberius Claudius Caesar Augustus Germanicus; Lugdunum, 1º agosto 10 a.C. – Roma, 13 ottobre 54). Nato col nome di Tiberio Claudio Druso e figlio di Druso maggiore e Antonia minore, era considerato come inadatto al ruolo di imperatore a causa di una qualche infermità da cui era affetto, tanto che la sua famiglia lo tenne ai margini fino all’età di quarantasette anni, quando tenne il consolato assieme al nipote Caligola. Fu probabilmente questa infermità e la scarsa considerazione politica di cui godeva che gli permisero di sopravvivere alle purghe che colpirono molti esponenti della nobiltà romana durante i regni di Tiberio e Caligola: Claudio divenne imperatore proprio in quanto unico maschio adulto della dinastia giulio-claudia. Malgrado la totale inesperienza politica, Claudio dimostrò notevoli ed insospettabili qualità: fu abile amministratore, con grande attenzione all’edilizia pubblica e politica estera rivolta a importanti conquiste (sotto il suo principato si ebbe la conquista della Britannia), instancabile legislatore, presiedeva personalmente i tribunali e giunse a promulgare decine di editti in un solo giorno. Il suo comando era reso poco sicuro dall’opposizione della nobiltà, cosa che condusse Claudio a condannare a morte molti esponenti del Senato. Claudio dovette anche sopportare molte disgrazie nella vita privata: una di queste potrebbe essere stata all’origine del suo assassinio, nel 54, forse ordinato dalla quarta moglie (che era anche sua nipote) Agrippina Minore, madre di Nerone.

Nerone (54-68 d.C.)

neroneL’ultimo imperatore appartenente alla dinastia Giulio-Claudia fu Lucio Domizio Enobarbo Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico (Lucius Domitius Ahenobarbus Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus, Antium, 15 dicembre 37 – Roma, 9 giugno 68). Fu un imperatore molto controverso. nei primi anni di governo, ebbe notevoli meriti, quando governava assieme alla madre Agrippina e con l’aiuto del maestro Seneca, filosofo stoico, nonostante atteggiamenti dispotici lo accompagnassero spesso.
Si trovò spesso ad accusare sommariamente di complotti contro di lui o crimini vari, mietendo molte vittime tra cui la stessa madre, la prima moglie e lo stesso Seneca, costretto a suicidarsi, oltre a vari esponenti della nobiltà romana, e molti cristiani. Per la sua politica favorevole soprattutto al popolo, di cui conquistò i favori con corruzione e giochi del circo, e il suo disprezzo per il Senato romano, fu molto inviso alla classe aristocratica (tra i quali i suoi principali biografi, Svetonio e Tacito). Nonostante il comportamento stravagante e bizzarro, si può dire che non tutto ciò che gli venne imputato dagli storici contemporanei sia vero: fu accusato ingiustamente del grande incendio di Roma, con l’obiettivo di ricostruire la città ed edificare la propria maestosa residenza, la Domus Aurea, fatto da cui gli studiosi moderni tendono a discolparlo. A seguito di numerose rivolte, il Senato lo depose ufficialmente e Nerone fuggì dal suo palazzo dove era rimasto solo e senza protezione. Si suicidò il 9 giugno 68, nella villa suburbana del liberto Faonte, pugnalandosi alla gola con l’aiuto del suo segretario Epafrodito. Prima di morire, secondo Svetonio, pronunciò la frase “Qualis artifex pereo!” (“Quale artista muore con me!”).

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