Fortuna Primigenia. Il Culto a Roma

Fortuna Primigenia. Il Culto a Roma

“Noi con lo scafo della nave illesi
sottrasse un Nume – ché mortal non era –
al timone sedendo od intercesse
per noi: Fortuna, a governarla, ascese
la nostra nave, sí che nell’ormeggio
non la colpisse la procella, né
la sfracellasse allo scoglioso lido. ”

Eschilo, Agamennone, II, 655-661.

La grande importanza che il culto di Fortuna ha acquisito a Roma s’intravede nella moltitudine di appellativi coi quali era nota. Virgo, Publica, Redux, Muliebris, Primigenia sono solo alcuni degli epiteti che accompagnavano il nome di Fortuna: una delle divinità fondamentali e più popolari, sebbene minori, del pantheon romano. Plutarco1 riporta diversi appellativi coi quali i Romani accompagnavano il nome della dea, e a questi erano collegati numerosi templi.

La Fortuna era la sorte, favorevole o sfavorevole agli Uomini, poteva assicurarne la felicità o la sventura. Era la dea che i Romani pregavano con speranza, per ottenere buona salute, agiatezza e benessere.

Fortuna Primigenia. Il Culto a Roma

Busto della dea Fortuna, Musei Capitolini, Roma (di A. Patti)

LA DEA FORTUNA

Per i Romani, la sorte era una donna bendata o cieca, che reggeva un timone per navigare nella corrente e tra le maree del destino, che usava una ruota per far girare il futuro dell’Umanità, capace di offrire primizie e favori con la sua cornucopia.

Veniva spesso raffigurata così, la dea Fortuna: i suoi attributi potevano essere il timone di una nave, simbolo del suo ruolo di guida nelle vicende umane, il globo o la ruota, emblema d’imprevedibilità e di volubilità della sorte, e la cornucopia, per rappresentare l’abbondanza e la prosperità che poteva donare agli Uomini.

Nel mondo greco era nota come Tyche, figlia di Teti e Oceano, e anche in quella società governava l’oscillante sorte degli esseri umani, così come l’abbondanza dei doni che poteva offrire loro. Associata al benessere, veniva spesso ritratta con in braccio Pluto, come nutrice della personificazione della ricchezza.

Intorno al IV secolo a.C., i greci cominciarono ad assimilarla alla fortuna della città. Iniziarono quindi a raffigurarla insieme a un simbolo di una determinata cittadina, con una corona turrita sul capo quale emblema delle mura cittadine.

Tuttavia, la Fortuna fu decisamente al centro di un culto molto più popolare nel mondo romano, la sua celebrazione più importante si svolgeva il 24 Giugno, in occasione del Dies Fortis Fortunae.

Già nella cultura italica delle origini, la dea Fortuna era forse una divinità protettrice della fertilità e della produttività, sia della terra che degli esseri viventi, e finì col diventare l’origine di tutte le cose, colei che stabiliva il destino di ogni persona. Figlia di Giove e Nemesi secondo alcuni, la Fortuna romana era una divinità allegorica che distribuiva il bene e il male.

Fortuna Primigenia. Il Culto a Roma

Affresco murale rappresentante Iside-Fortuna, dalla casa di Filocalo a Pompei (di Jebulon, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46092539)

I TEMPLI DI FORTUNA SUL COLLE CAMPIDOGLIO E PALATINO

Secondo la leggenda, i primi templi a Roma costruiti e dedicati a Fortuna, furono voluti dal sesto re di Roma, Servio Tullio, il sovrano nato dalla schiava Ocrisia fecondata dal dio Priapo, che si raccontava fosse amato dalla dea3. Il racconto mitologico narra che Fortuna usasse entrare in casa dell’amato passando dalla finestra; “pettegolezzo” che avrebbe dato origine al toponimo usato dagli antichi Romani di “Porta della Finestrella” citato da Plutarco4.

Alla Fortuna Primigenia venne edificato un primo tempio sul Campidoglio probabilmente nell’area settentrionale del colle, vicino al tempio di Giove Tonante, proprio per iniziativa di Servio Tullio5. Forse in questo tempio la Fortuna Primigenia veniva celebrata il 13 Novembre. Un secondo tempio era invece destinato al culto della Fortuna Obsequens (“che permette di essere indulgenti con sé stessi”)6.

Lo stesso sovrano volle costruire un tempio alla Fortuna Privata sul Palatino, distinguendo quindi due aspetti della dea: quello privato che influiva sulla vita di ogni singolo cittadino, e quello pubblico riguardante il destino della comunità e della città di Roma7.

Aureo di Vespasiano con raffigurazione della dea Fortuna (di Sailko – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=51366836)

I TEMPLI DI FORTUNA SUL COLLE QUIRINALE

Uno dei templi sul colle Quirinale voluti da Servio Tullio era dedicato alla Fortuna Euelpis (“della Buona Speranza”), e si trovava nei pressi del Vicus Longus, una strada corrispondente, più o meno, all’attuale Via Nazionale8. Doveva trovarsi vicino al tempio di Spes9 e di Febris10, dato che in alcune monete le tre divinità sono raffigurate insieme.

Ancora sul colle Quirinale, nei pressi di Porta Collina, non uno, ma ben tre templi furono dedicati alla dea Fortuna11. La dicitura espressa in diversi calendari romani, “in colle” (“sul Quirinale”), voleva indicare la natura urbana dei templi, sottolineando come questi fossero collocati dentro la città, protetti dalle sue mura. Vitruvio citò uno di questi tre templi come esempio di edificio templare distilo in antis. Poiché la cella, contenente la statua di culto della divinità, è anticipata da un pronao – una sorta di anticamera – che al posto della parete d’accesso presenta due colonne12.

Il più imponente dei tre templi era quello dedicato alla Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia, indicante una divinità preposta alla felicità e alla prosperità dell’intero popolo Romano. Il secondo tempio era stato costruito per la Fortuna Primigenia (“dalla quale provengono tutti gli altri dei”), seguito dall’edificio sacro dalle dimensioni più modeste offerto alla Fortuna Publica Citerior (“il più vicino alla città”). Quest’ultimo, secondo Cassio Dione13, si trovava vicino o addirittura all’interno degli horti (“giardini”) di Giulio Cesare sul Quirinale.

Ognuno di questi templi doveva essere al centro di una celebrazione religiosa in occasione di particolari festività. La più importante era il 25 Maggio, giorno della festa della Fortuna Publica Populi Romani14, che vedeva aperto il primo tempio15; nel secondo venivano svolti dei rituali probabilmente il 13 Novembre, mentre quello della Fortuna Citerior veniva aperto il 5 Aprile16.

Tito Livio ci ha tramandato la notizia che il tempio dedicato alla Fortuna Primigenia era stato promesso in dono da Publio Sempronio Tuditano nel 204 a.C., prima che sconfiggesse Annibale nella battaglia di Crotone, città nella quale il generale cartaginese si era rifugiato17; ma fu edificato e dedicato nel 194 a.C. da Quinto Marcio Ralla18. Sempre Tito Livio scrisse che in questo tempio si verificarono eventi eccezionali: il custode vi vide crescere dal nulla una palma e una goccia di sangue cadere in pieno giorno19. Mentre in un altro tempio della Fortuna qualcuno aveva visto un serpente con la criniera20

È probabile che le tracce di un podio rinvenute nell’area siano da attribuire proprio al tempio della Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia.

Possiamo invece soltanto ipotizzare che il tempio dedicato alla Fortuna Publica Populi Romani sia stato edificato tra il 292 e 219 a.C., anni per i quali non abbiamo testimonianza dall’opera di Tito Livio, poiché alcuni suoi libri sono andati perduti.

Sempre sul colle Quirinale alla Fortuna Publica Populi Romani era dedicato un altro tempio offerto da Giulio Cesare.

Fortuna Primigenia. Il Culto a Roma

Il tempio di Portuno, già della Fortuna Virile, Piazza Bocca della Verità, Roma (foto di A. Patti)

IL TEMPIO DELLA FORTUNA VIRILE” A ROMA

L’unico tempio ancora visibile collegabile alla dea Fortuna si trova nel Foro Boario: il tempio di Portuno è noto anche come tempio della Fortuna Virile” infatti.

Le fonti storiche riportano che Servio Tullio aveva dedicato a Fortuna un tempio nella zona del Foro Boario. È stato quindi ipotizzato che il tempio fosse stato inizialmente dedicato a Fortuna, e dopo essere stato distrutto da un incendio nel 213 a.C.21 venne poi ricostruito22 e ridedicato a Mater Matuta col figlio Portuno; e successivamente ridedicato al solo Portuno. Tuttavia, è anche possibile che il riferimento alla Fortuna Virile fosse riconducibile al fatto che i giovani romani lasciavano la toga praetexta alla dea nel momento in cui diventavano adulti.

Le fonti riportano come all’interno del tempio fosse custodita una statua lignea del III secolo a.C. con due toghe, sopravvissuta all’incendio; la quale avrebbe potuto raffigurare la Fortuna o Servio Tullio col volto coperto.

In ogni caso, le indagini archeologiche hanno chiarito che un tempio esisteva già nel IV secolo a.C. nella stessa posizione, ma era probabilmente di dimensioni maggiori rispetto a quello di epoca successiva. Le sue fondazioni in tufo di Grotta Oscura erano collegate al Ponte Emilio tramite una struttura in muratura.

L’edificio sacro che invece ancora oggi è possibile ammirare, accanto al tempio di Ercole Vincitore e di fronte la Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, è databile alla prima metà del I secolo a.C. È tipico dell’architettura etrusco-italica: il tempio sorge su un alto podio in opera cementizia, con gradinata centrale. È uno pseudoperiptero di ordine ionico: la cella centrale è circondata da semicolonne ioniche in tufo dell’Aniene (ma con basi e capitelli in travertino) sui lati lunghi e lungo la parete di fondo, mentre la facciata presenta quattro colonne ioniche in travertino. Le mura in tufo erano tutte rivestite di marmo travertino.

Nel IX secolo il tempio divenne una chiesa cristiana24, e solo nel 1916 il luogo venne sconsacrato per divenire un bene archeologico e patrimonio storico della città di Roma.

Vista con ipotesi ricostruttiva del santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina realizzata da Pietro da Cortona (di D. Castelli, J. M. Suares, Praenestes antiquae libri duo, Roma 1655

IL SANTUARIO DELLA FORTUNA PRIMIGENIA A PRENESTE

Uno dei più importanti luoghi di culto della Fortuna Primigenia si trovava nell’antica Preneste, odierna Palestrina, città situata lungo la via Prenestina a circa 40 km a Est dalla Capitale. A Palestrina spicca ancora oggi, adagiato sul versante del Monte Ginestro, uno dei santuari più famosi di tutto il Lazio.

Il santuario della Fortuna Primigenia a Preneste è anche uno dei più famosi santuari scenografici del mondo antico; paragonabile ad altri complessi romano-ellenistici25, come il santuario di Giove Anxur a Terracina, e come quelli scenografici greci dedicati ad Asclepio a Kos e ad Atena a Lindo.

Lo spazio del santuario era articolato in sei terrazze, abbellite e separate da alti porticati, ma collegate tra loro mediante scale che partivano dal foro della città fino ad arrivare in cima al monte, all’ultima terrazza. Quest’ultima era dominata da un piccolo tempio circolare preceduto da un portico semicircolare e collegato a una palestra a forma di teatro.

Dalle vie della città era impossibile vedere l’intero complesso, che quindi doveva essere percepito come una successione di spazi separati. La struttura scenografica di santuari come questo ispirò certamente gli architetti romani per la costruzione del Foro di Cesare, del Foro di Augusto e del Foro di Traiano, dove la gestione degli spazi è monumentale, e realizzata mediante una successione di piazzali aperti ed esedre chiuse in piano, non su terrazze.

L’imponente santuario della Fortuna Primigenia a Preneste fu costruito nel II secolo a.C., probabilmente per iniziativa delle famiglie più ricche della città, e aveva una funzione oracolare. Va ricordato che i ritrovamenti archeologici ci raccontano che l’intera area fosse già adibita a culto almeno dal IV secolo a.C.

Mosaico nilotico di Preneste, Museo Archeologico Prenestino di Palestrina (di Sergio D’Afflitto – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2118606)

Un vano di questo complesso sacro era decorato dal cosiddetto mosaico nilotico, che raffigura la flora, la fauna e alcune strutture architettoniche di età ellenistico-romana costruite lungo le rive e vicino il delta del Nilo, nei pressi di Alessandria d’Egitto. Il mosaico permette di osservare il paesaggio come se lo si stesse sorvolando, grazie alla tecnica del volo ad uccello” con la quale è stato realizzato. Datato al II secolo a.C. e realizzato da una bottega alessandrina, il mosaico fu ritrovato in una cantina del Palazzo Colonna-Barberini che venne costruito sopra il santuario ricalcandone la pianta.

Come soprascritto, a Prenestre la Fortuna Primigenia veniva consultata da fedeli provenienti da tutto il mondo conosciuto che volevano sapere il proprio futuro. La dea inviava i suoi responsi attraverso dei bastoncini sui quali, con caratteri antichi, erano incise delle frasi: le sortes.

Per ottenere quanto desideravano, i pellegrini dovevano salire le terrazze compiendo particolari riti di purificazione, e giunti all’ultima terrazza si rivolgevano alla dea offrendole un dono o un voto. Un bambino veniva infilato nel cosiddetto pozzo delle sorti, situato proprio nell’ultima terrazza del santuario, dove lasciava i doni dei pellegrini ed estraeva il bastoncino da consegnare a chi aveva consultato l’oracolo26.

Come già scritto, il rituale oracolare richiedeva la presenza di un bambino chiamato Iupiter Puer (Giove bambino), molto amato dalle donne della città. Egli era una rappresentazione simbolica del dio che era padre e figlio della Fortuna Primigenia, poiché lei era la prima nata dei figli di Giove e allo stesso tempo un essere primordiale, dalla quale avevano origine tutte le altre divinità.

Ciononostante, la caratteristica oracolare della Fortuna Primigenia venne perduta quando il culto venne importato a Roma. Nella Città Eterna la dea divenne la personificazione dell’origine di tutte le cose, umane e divine, colei che sceglieva il destino di ciascun essere vivente.

I sacrifici compiuti da Prusia di Bitinia nel 167 a.C.27 nel santuario della Fortuna Primigenia di Preneste e nel tempio sul Campidoglio a Roma, testimoniano la completa assunzione del santuario nel sistema religioso romano già nel II secolo a.C.

Come scrisse Villarosa28, la dea Fortuna aveva abbandonato i Persiani, gli Assiri, i Macedoni, i Siriani e gli Egiziani, per raggiungere il colle Palatino, gettare la ruota e stabilirsi definitivamente a Roma, la sua nuova ed eterna dimora. Nella Città Eterna la dea godeva di numerosi templi e altari a seconda degli appellativi coi quali veniva conosciuta: i segni della costanza con la quale veniva fortemente venerata dai Romani.

Antonietta Patti
Archeologa

NOTE

  1. Questioni Romane, IV, 74;
  2. Da questa accezione deriva anche il termine fortunale col quale si indica la burrasca sul mare. Nella pratica marittima infatti, si nominano “fortune di mare” tutti quegli eventi accidentali causati dalla forza maggiore del mare.
  3. La fortuna dei Romani, 10.
  4. Ibidem.
  5. CIL XIV, 2852; Plutarco, Questioni Romane, IV, 74 ; La fortuna dei Romani, 10.
  6. Plutarco, La fortuna dei Romani, 10.
  7. Ibidem.
  8. Plutarco, Questioni Romane, IV, 74 ; La fortuna dei Romani, 10.
  9. Dea della speranza, che secondo il mito rimase chiusa nel vaso di Pandora per non abbandonare l’Umanità. In età imperiale divenne la Spes Augusta, nell’accezione di attesa di un degno successore alla guida dell’Impero Romano. Col Cristianesimo, la Speranza venne concepita come virtù teologale, insieme a Fede e Carità, quelle virtù che condizionano le azioni dell’Uomo e gli consentono di vivere in comunione con Dio.
  10. Nume legato alla febbre e alla guarigione dalla malaria, derivato dal dio etrusco Februus. Dal suo nome ha origine quello del mese di Febbraio. Rituali in suo onore venivano celebrati durante i Lupercalia, probabilmente il 14 Febbraio. In età paleocristiana il suo nome venne traslato in quello Santa Febronia, in ricordo di una martire cristiana perseguitata nel IV secolo.
  11. Crinagora, Antologia Palatina, epigramma 48.
  12. Vitruvio, Sull’architettura, III, 2, 3.
  13. Storia Romana, ILII, 26.
  14. CIL I, 213; CIL I, 211; Ovidio, Fasti, V, 729-730.
  15. CIL II, XIII, 481-462
  16. CIL II, XIII, 437; Ovidio, Fasti, IV, 375-376.
  17. Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, IXXIX, 36.
  18. Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, XXXIV, 53, 5 -6.
  19. Storia di Roma dalla sua fondazione, XLIII, 13.
  20. Ibidem.
  21. Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, XXIV, 47; Ovidio, Fasti, VI, 625-626.
  22. Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, XXV, 7.
  23. Ovidio, Fasti,VI, 613-624; Dionigi di Alicarnasso, Le antichità romane, IV, 40.
  24. Dedicata dapprima a Santa Maria de Secundicerio e poi a Santa Maria Egiziaca, tant’è che ancora oggi si trovano all’interno degli affreschi di epoca bizantina che raccontano la storia della Vergine Maria.
  25. Nel sistema di datazione realizzata da E. Langlotz, l’età ellenistica inizia nel 323 a.C., data della morte di Alessandro Magno, e finisce nel 31 a.C., quando l’Egitto (l’ultimo regno macedone rimasto indipendente) divenne provincia romana.
  26. Cicerone, La Divinazione, II, 41; II, 86.
  27. Il sacrificio venne compiuto pro populi Romani, in onore della vittoria di Roma su Annibale nella Seconda Guerra Punica. Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, XLV, 44, 8.
  28. Dizionario mitologico-storico-poetico, 1841, p. 321-322.

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