Il Tempio di Vesta, la Casa delle Vestali e la Casa del Re

“Esse diu stultus Vestae simulacra putavi,
mox didici curvo nulla subesse tholo.
Isgnis inexstinctus templo celatur in illo:
effigiem nullam Vesta nec ignis habet.”

Ovidio, Fasti, VI, 295-298

Nella Roma arcaica, quello di Vesta era uno dei culti più importanti, ed esso divenne sempre più fondamentale per l’esistenza stessa della città. Il focolare è stato il primo luogo di riunione per tutte le società umane, e in esso gli Uomini hanno visto il calore e luce necessari al sorgere e al perdurare della vita. Questa concezione passò alla famiglia e allo Stato, perciò a Roma il focolare divenne garante e nume tutelare della vita domestica e cittadina.

Questo processo si attuò tra il periodo precedente e nei primi secoli della monarchia romana, tra il villaggio del Septimontium e la città di Roma; in un epoca nella quale i cittadini dovevano superare il senso di appartenenza a una famiglia e riconoscersi come membri di un unica entità statale, governata da un sovrano che possedeva poteri politici e sacrali. Per questo motivo la casa del re e lo stesso sovrano dovevano essere legati al luogo di culto più inclusivo della città, il cui corpo sacerdotale rappresentava la sua comunità intera.

LA CASA DEL RE

La domus regis sacrorum era la dimora del re, uno dei più importanti edifici dell’antica Roma. Secondo la tradizione e alcuni autori latini (come Dionigi di Alicarnasso1), la domus era stata creata nel luogo in cui era caduto l’ancile, dono degli dei al secondo re di Roma, Numa Pompilio (oggetto che il sovrano avrebbe fatto replicare per renderne più difficile il furto). In realtà gli scavi archeologici hanno permesso di datare la prima struttura all’epoca romulea, tra il 775 e il 750 a.C.

Le testimonianze archeologiche ci informano anche che l’erezione della domus fu preceduta da quella di una piccola capanna e un recinto interpretati come tabernaculum o templum augurale: il luogo nel quale il fondatore di Roma prese gli auspici per poter edificare fuori dalle mura. Quindi il primo re di Roma, scese dal Palatino, dov’era situata la capanna di Romolo all’interno delle mura della “città quadrata”, per andare a stabilire la propria sede vicino al lacus di Vesta.

Mappa della Roma arcaica con l’indicazione delle porte urbiche e dell’area della Casa del Re (di Cristiano64 – It-wikipedia, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8317009, rielaborazione di A. Patti).

Collocata sul lato settentrionale del Palatino (verso il Monte Velia) e vicino le mura romulee, tra Porta Mugonia e Porta Romanula, la domus era una casa di tipo tuscanico, costruita con muri d’argilla mischiata con paglia e altri vegetali e sorretta da pali di legno, con tre vani affacciati sul lato di un cortile. Perciò da quest’ultimo e attraverso un portico sorretto da due colonne lignee, si accedeva a una grande sala centrale quale probabile luogo di rappresentanza. Lungo le pareti, alle quali probabilmente dovevano trovarsi appesi i sacri ancilia e le aste di Marte, correva un bancone che serviva a far accomodare gli ospiti del sovrano durante le udienze. Questo grande ambiente doveva essere il primo sacrario regio destinato al culto di Ops (dea dell’opulenza) e Marte (dio della guerra); collegato al vicino santuario di Vesta, i tre culti avevano quindi un focolare comune: quello della casa del re.

Le due sale laterali invece dovevano essere gli ambienti privati della casa. A Ovest della domus, un secondo cortile con un focolare all’aperto era uno spazio probabilmente destinato al culto dei Lari. Di fronte a questa prima struttura si trovava un templum, cioè un recinto sacro, rivolto a sud per l’osservazione dei fulmini, e quindi usato per avere e interpretare gli auspici: una parte dei compiti sacri del re. Secondo una leggenda, è in quest’area che Numa Pompilio ricevette l’auspicio dell’ancile.

Durante la seconda metà dell’VIII e per tutto il VII secolo a.C. la struttura venne ampliata, dei nuovi ambienti furono costruiti e una nuova sala venne adibita forse a nuovo sacrario di Ops e Marte. Secondo la tradizione, qui avevano risieduto Numa Pompilio e Anco Marzio (rispettivamente il secondo e il quarto re di Roma)2. Intorno alla metà del VII secolo a.C. la struttura venne riedificata con mura in tufo e una copertura in tegole d’argilla.

Mappa della Roma odierna con l’indicazione dell’area anticamente occupata dalla Casa del Re (da Google Maps, rielaborazione di A. Patti).

All’inizio del VI secolo a.C., quando la dinastia di Tarquini creò la carica del rex sacrorum, che qui veniva ad abitare, la struttura della domus venne modificata ulteriormente. La corte venne trasformata in atrio, un’ area circondata da portici e aperta sul soffitto (compluvio) in corrispondenza della vasca dotata di cisterna per la raccolta dell’acqua piovana (impluvio), attorno al quale si trovavano una serie di stanze: il tablinio (la sala di rappresentanza), il triclinio (la sala dei banchetti), la cucina, e altri ambienti di servizio.

Gli ampliamenti, le modifiche strutturali e la distruzione della domus regis sacrorum avvenuti in età monarchica sono sottolineati da sacrifici umani ritenuti necessari ad assicurarsi il ben volere degli dei. Le tracce di queste pratiche sono state trovate sotto i setti murari: i resti di bambini (4 per la precisione, uno per ogni fase edilizia) furono posti entro vasi di terracotta accanto a un corredo di vasi e coppe che hanno permesso la datazione degli strati e quindi delle fasi di costruzione del complesso.

Durante l’età repubblicana, il tablinio sul fondo dell’atrio fu trasformato in peristilio, sul quale si aprivano sia sale esistenti che di nuova costruzione. L’altare e il pozzo del secondo cortile furono eliminati e in questo luogo venne eretto un santuario dedicato ai Lari publici 3.

L’edificio venne ricostruito spesso senza soluzione di continuità fino all’età augustea, tra il 27 a.C. e il 14 d.C Augusto lo donò alle Vestali, poiché la struttura aveva un muro in comune con la Casa delle sacerdotesse4. A quel punto, l’area della Casa del re e del santuario dei Lari vennero integrate in quella della cosìddetta Casa delle Vestali.

Rilievo di una base con scena di sacrificio, Museo Gustavo III, Stoccolma (di Wolfgang Sauber – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4278968).

Il rex sacrorum o rex sacrificulus (“re dei sacrifici”) era un’antichissima carica sacerdotale che aveva durata annuale. Essa venne creata durante il periodo monarchico di Roma, tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. quando, probabilmente Tarquino Prisco (quinto re di Roma e primo della dinastia dei Tarquini), sentì il bisogno di dividere il potere religioso del re da quello militare. L’uomo che doveva occupare tale seggio veniva scelto tra le famiglie patrizie, in particolare tra i figli nati da un matrimonio celebrato col rito della confaereatio (il rituale matrimoniale più sacro e antico, effettuato davanti ai sacerdoti e almeno 10 testimoni5). Anche la moglie del rex era una sacerdotessa, nota come regina sacrorum, ed entrambi partecipavano a rituali sacri, le cui date venivano stabilite proprio dal rex. Oltre a svolgere riti insieme alle Vestali (sulle quali deteneva la patria potestà), uno dei compiti più importanti del “re dei sacrifici” era quello di placare gli dei in caso di presagi sfavorevoli.

Mappa della Roma odierna con l’indicazione della posizione che anticamente occupavano la nuova Casa del Re/domus Publica (in arancione) e la Regia (in rosa); da Google Maps, rielaborazione di A. Patti.

Quando il sopracitato Tarquinio Prisco istituì la carica, spostò la propria abitazione in una nuova dimora costruita a Est dell’antica casa del re, più vicino alla Porta Mugonia. Nel desiderio di separare la figura politica e militare del sovrano dal suo antico ruolo religioso, nella nuova casa del re non trovarono spazio i culti di Ops e Marte (i cui oggetti sacri vennero spostati in un nuovo edificio chiamato Regia), ma essa era collegata al santuario di Vesta tramite un tunnel sotterraneo. In età repubblicana, dopo essere stata un’abitazione privata, questa nuova casa del re divenne la cosiddetta domus Publica: il primo archivio dello Stato e la casa nella quale andava ad abitare il Pontefice Massimo (il sommo sacerdote dello Stato6), altra figura sacerdotale, superiore a quella del rex sacrorum che da lui veniva nominato. Per volere di Ottaviano Augusto, la domus Publica venne distrutta e sui suoi resti venne costruito un magazzino, mentre le sue funzioni sacrali vennero spostate nella domus del Princeps sul Palatino, dato che dal 12 a.C. Augusto ricoprì la carica di Pontefice Massimo7.

Nel 64 d.C., quando il cosiddetto incendio di Nerone ne compromise la struttura, la domus del rex sacrorum non venne più edificata e il cittadino romano che ricopriva la carica, ormai a vita, rimaneva ad abitare nella propria casa. La carica infatti aveva perso importanza col passare dei secoli, e lo dimostrano i riti a lui preposti, dei quali conosciamo ben poco.

IL TEMPIO DI VESTA

Eretto tra il Foro Romano e il colle Palatino, e delimitato dalla Via Sacra, il santuario di Vesta sembra essere stato creato come primo passo per la creazione del Foro, del cui impianto fece sempre parte, insieme al Volcanal (il santuario di Vulcano, dio del fuoco distruttore e legato alle attività militari) collocato dalla parte opposta della piazza.

Mappa della Roma arcaica con l’indicazione del nemus (in rosso) e del lucus (in viola) di Vesta (di Cristiano64 – It-wikipedia, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8317009, rielaborazione di A. Patti).

Il tempio dove risiedeva il fuoco perenne di Vesta era considerato la casa di tutti i Romani, e le fiamme che ardevano dentro quel focolare erano un simbolo della persistenza di Roma nella Storia: finché il fuoco non si fosse estinto Roma sarebbe esistita. Per questo motivo lo spegnimento accidentale del focolare di Vesta era considerato un presagio terribile, e la Vestale che l’aveva permesso veniva punita con la morte.

Del tempio dell’VIII secolo a.C. sappiamo poco. Di certo, prima che qualunque tipo di struttura venisse costruita, fosse anche una capanna, a Vesta era stata dedicata un area del bosco (nemus) alle pendici settentrionali del Palatino (verso il Foro, appunto), tra le mura e la Via Sacra, che comprendeva anche l’altare e il sacello della dea Orbona (dea protettrice degli orfani). Dal nemus venne poi scelta una zona nella quale costruire il santuario, separata dal bosco dalla Nova Via e dal complesso della Casa del Re per mezzo di un muretto, nella quale gli alberi furono recisi  per crearvi un lucus.

Il primo edificio templare del culto di Vesta doveva essere simile a una capanna: probabilmente aveva già una pianta circolare, con mura e soffitto di canne sorretto da pali lignei. La sua posizione doveva coincidere, più o meno, con quella del tempio di età imperiale di cui sono visibili le tracce ancora oggi.

Denario di Quinto Cassio Longino, con la raffigurazione del tempio di Vesta nel II secolo a.C. (da Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4275181).

Al centro dell’edificio v’era il focolare di Vesta, essenza e immagine stessa della dea, la cui presenza porta a supporre un foro sul soffitto, per la fuoriuscita del fumo. Dietro di esso, nel pavimento della capanna prima e del tempio di marmo dopo, doveva esserci il penus: una fossa di forma trapezoidale, coperta da una tavola di legno durante l’età repubblicana. Di fatto la fossa-dispensa consisteva nel penus exterior, protetto dai Penati (le statue degli antenati di Enea) dove venivano conservati gli oggetti sacri e le reliquie, e all’interno del quale v’era il penus intimus foderato di stuoie (tegetibus saeptus), dov’erano gelosamente custoditi i pignora imperii di Roma. Anche chiamati signa fatalia, i pignora imperii erano 7: la pietra della Magna Mater, la quadriga di terracotta di Veio, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, i sacri ancilia e il Palladio.

Anche il fuoco di Vesta era considerato una reliquia, come i Penati e il Palladio,  tutti oggetti portati da Enea quando fuggì da Troia in fiamme e che inizialmente trovarono un luogo di culto a Lavinium (l’odierna Pratica di Mare), nella quale annualmente si recavano consoli, pretori, flamini e pontefici da Roma, in atto di venerazione. In particolare, con molta probabilità, le immagini dei Penates dovevano essere copie di quelle di Lavinium, introdotte nel tempio di Vesta durante l’epoca repubblicana o in età augustea, in qualità di figure protettrici della dispensa del tempio e della città.

Asse con l’effige di Nerone sul dritto e la rappresentazione del tempio di Vesta nel verso, databile al I secolo d.C., rinvenuta a Londra (di Portable Antiquities Scheme from London, England – Nero (2), 1912 0710 5, BMC 106Uploaded by Victuallers, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10817563).

La forma del tempio di età augustea si può osservare sulle monete coniate nel I secolo d.C., sulle quali è rappresentata una struttura circolare su un basamento di 3 gradini, circondata da colonne ioniche e avente un tetto conico (che Plinio il Vecchio ci comunica dovesse essere di bronzo8).

Vesta
Resti del tempio di Vesta al Foro Romano, Roma (di A. Patti).

I resti del tempio che si possono ancora ammirare oggi sono frutto di un’anastilosi (ricostruzione), in questo caso parziale, effettuata in età moderna, nella quale i pochi elementi marmorei originali sono stati integrati con parti in travertino. Nella sua ultima fase, databile al II secolo d.C., il tempio era un tholos monoptero (un tempio rotondo a pianta centrale circondato da un colonnato) con colonne corinzie su alti piedistalli, su un podio in opus cementicium (opera cementizia).

LA CASA DELLE VESTALI

La domus virginium Vestalium era un complesso abitativo nel quale vivevano le ancelle della dea Vesta, chiamate Vestali. Situata vicino al tempio, col quale creava un santuario dedicato alla dea, la sua area, delimitata poco dopo la fondazione della Città Eterna, si collegava alla Via Sacra per mezzo del Vicus Vestae.

Planimetria dell’atrium di Vesta al Foro Romano (di Rabax63 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45361138).

L’atrium di età romulea (VIII secolo a.C.) era una capanna in legno e argilla pressata, con una pianta di forma rettangolare. La porta d’ingresso doveva essere frontale a quella del tempio della dea, in modo tale da consentire alle Vestali di controllare il focolare anche da lì.

Successivamente, il cuore della struttura divenne un cortile quadrangolare attorno al quale ruotavano vari ambienti: le camere private sui lati lunghi, quelli pubblici sui lati corti. Questi ultimi sono stati edificati nel corso del VI secolo a.C., ma l’area venne restaurata e ampliata  dopo il 12 a.C. (quando Ottaviano Augusto cominciò a ricoprire la carica di Pontefice Massimo).

Vesta
L’ala meridionale della Casa delle Vestali, il corridoio sui vani di servizio e le scale, Foro Romano, Roma (di A. Patti).

La struttura che è possibile visitare oggi è quella rimasta dopo le ultime ristrutturazioni effettuate nel II secolo d.C., per volere dell’imperatrice Giulia Domna (moglie di Settimio Severo). Sul lato meridionale vi sono le tracce dei vani di servizio: la cucina, un mulino, i magazzini, gli archivi, le camere per gli schiavi e altri ospiti (che potevano essere solo di sesso femminile, dato che il santuario era precluso agli uomini nelle ore notturne) e all’estremità sud-occidentale le scale per l’accesso a un piano superiore, accanto a un’aula absidata utilizzata forse come luogo di culto.

Vesta
L’ampia sala rettangolare (tablinum o triclinium) della Casa delle Vestali, Foro Romano, Roma (di A. Patti).

Il lato orientale è dominato da una grande sala a pianta rettangolare con soffitto a volta, forse il tablinio o il triclinio, sulla quale si affacciano tre stanze per ogni lato lungo, aventi una pavimentazione di marmo bianco bordato di nero, probabilmente le camere delle 6 Vestali. Il lato occidentale è occupato da una serie di ambienti che collegavano l’atrium al tempio.

Al centro del cortile doveva esserci un albero, antico bagolaro (lotus), noto col nome di capillata, perché, come voleva la tradizione, sui suoi rami venivano appesi i capelli appena tagliati delle ragazze che, dopo essere state scelte, venivano condotte al santuario come ancelle della dea9.

Vesta
Il cortile rettangolare della Casa delle Vestali, Foro Romano, Roma (di A. Patti).

Oggi, il cortile rettangolare è occupato da tre bacini, due quadrati più piccoli ai lati di uno rettangolare più grande. Il primo imperatore a inserire una piscina nell’atrio fu Domiziano nel I secolo d.C. Le modifiche dei secoli successivi stravolsero la pianta del santuario, tanto che nel IV secolo d.C. la piscina non era più in simmetria con il resto del complesso. Perciò in età costantiniana furono costruite una struttura ottagonale, con al centro un padiglione o un’aiuola, e due piccole piscine alle estremità.

Vesta
Statue delle Vestali Massime su alte basi con iscrizioni, Casa delle Vestali al Foro Romano, Roma (di A. Patti).

Sotto il portico con doppio colonnato si trovavano le statue delle Vestali Massime che si erano succedute nel corso del tempo; alcune delle basi su cui poggiavano sono state trovate, e una parte sono esposte nella Casa. Anch’esse risalgono all’ultima fase dell’edificio: sono databili tra il III e il IV secolo d.C.

LE VESTALI

Il  corpo sacerdotale della dea Vesta era esclusivamente femminile, capeggiato dalla Vestale Massima (la più anziana) e sotto la custodia del Pontefice Massimo, l’unico uomo ad avere autorità sulle Vestali. Fino alla media età repubblicana, le sacerdotesse potevano appartenere solo a famiglie patrizie, dopodiché l’accesso venne consentito anche a fanciulle di famiglie plebee; Cassio Dione10 racconta che con la riforma di Ottaviano Augusto il sacerdozio venne aperto addirittura alle figlie di liberti (cittadine romane, figlie di schiavi che avevano ottenuto la libertà), anche se non risulta che alcuna Vestale abbia avuto simili origini. Svetonio11 racconta che Ottaviano Augusto aumentò i privilegi e la dignità delle Vestali nel tentativo d’invogliare le famiglie romane a donare le loro figlie, arrivando ad affermare che avrebbe volentieri offerto le nipoti, figlie di sua sorella Ottavia, se ne avessero avuta l’età.

Come riporta Aulo Gellio12, secondo la lex Papia, le bambine di un’età compresa tra i 6 e i 10 anni, senza alcun difetto fisico e con i genitori ancora in vita, potevano essere offerte dalle famiglie e scelte tramite sorteggio. Una volta sorteggiata, il Pontefice Massimo “rapiva” (capta) la bimba come fosse un bottino di guerra, secondo un costume che serviva a sottrarre la fanciulla alla potestà del padre per porla sotto la propria, come accadeva in un simile rito matrimoniale. La bambina veniva quindi condotta nella Casa delle Vestali, dove le venivano tagliati i capelli: il luogo nel quale avrebbe imparato e poi compiuto i sacri rituali del culto.

Dei 30 anni obbligatori di servizio, una Vestale passava i primi 10 anni come novizia, a imparare le modalità e i rituali da rispettare, i successivi 10 anni nella vera e propria amministrazione del culto col ruolo di sacerdotessa, e l’ultima decade come magistra a istruire le giovani ancelle che l’avrebbero poi sostituita. Passati i 30 anni, la Vestale veniva liberata dall’obbligo e avrebbe potuto anche sposarsi, ma Dionigi di Alicarnasso13 racconta che raramente le loro unioni erano felici e quindi le donne rinunciavano al matrimonio.

Vesta
Statua della Vestale Massima Flavia Publicia, nella Casa delle Vestali al Foro Romano, Roma (di A. Patti).

Il numero delle Vestali cambiò nel corso del tempo: da 4 a 6 ragazze. Tutte vestivano una tunica bianca (poi ornata di rosso) chiamata corbasus, cinta da un cordoncino di lana, sul capo portavano una fascia bianca intrecciata che simulava un diadema (infula) o legata con le estremità che ricadevano sulle spalle (seni crines), e quando dovevano operare dei sacrifici indossavano un velo bianco quadrato fermato da una fibula (spilla), chiamato suffibulum.

Le sacerdotesse avevano il principale obbligo di accudire il fuoco perenne di Vesta, che ardeva nel focolare dentro il tempio; dovevano quindi essere vigili e aver cura di rimanere vergini per tutta la durata del servizio sacerdotale, altrimenti avrebbero reso impuro il fuoco, giacché la vergine Vesta doveva essere rappresentata da fanciulle pure e intatte quanto lei. Se il fuoco si fosse spento per incuria della Vestale o se lei non avesse rispettato il voto di castità, la sacrilega avrebbe ricevuto dal Collegio dei Pontefici la peggiore delle punizioni: sarebbe stata sepolta viva in una sorta di camera semi sotterranea nel cosiddetto Campus Scelleratus sul Quirinale (nell’area tra le attuali via Goito e Via XX Settembre), con un tozzo di pane, un bicchiere di acqua o latte e una lucerna (mentre il suo amante veniva fustigato a morte)14. La violazione del voto di castità di una Vestale era considerato un incestus, come se si fosse consumato un rapporto tra consanguinei stretti.

Il luogo di sepoltura di una Vestale pura era sacro, poiché aumentava l’inviolabilità delle mura urbane, tant’è che sono state trovate tracce di sacrifici presso le loro tombe. In ogni caso, la sepoltura di una Vestale non era qualcosa d’impuro e quindi poteva trovarsi anche dentro il pomerio, come prescritto dalle Leggi delle XII Tavole.

Svetonio15 narra che Augusto si rivolse alle Vestali per far custodire il proprio testamento: esso comprendeva tre rotoli sigillati, con le disposizioni per la sua cerimonia funeraria, una copia delle Res Gestae Divi Augusti (il riassunto delle sue imprese) e una relazione sulla situazione dell’Impero Romano (breviarium). Tuttavia, il Princeps privò le Vestali, così come ogni altra carica sacerdotale, con l’unica eccezione di quella che si riservò e ricoprì dal 12 a.C. (Pontefice Massimo), del loro ruolo politico.

Vesta
Lato interno del tempio di Vesta al Foro Romano, Roma (di A. Patti).

LE VESTALI NEI RITI DELLA ROMA ANTICA

Il focolare di Vesta veniva spento intenzionalmente in un rituale sacro il primo giorno dell’anno, che nel calendario romano coincideva col 1° Marzo (le Calende). Lo spegnimento e la riaccensione avveniva all’aperto, fuori dal tempio, sfregando i rami di un arbor felix (“albero fertile”), nello stesso momento in cui venivano sostituiti i rami d’alloro affissi alle porte della Regia (sottolineando la connessione tra il culto del fuoco e quello degli alberi, di cui l’alloro è il simbolo).

Altro compito di una Vestale era quello di purificare gli oggetti cultuali e sacri conservati nel santuario, mediante l’uso dell’acqua recuperata esclusivamente dalla sorgente delle Camene, fuori Porta Capena (nei pressi dell’omonima piazza vicino il Circo Massimo), tramite l’uso di appositi vasi dal fondo tondo chiamati futili. La valle delle Camene corrispondeva alla zona tra i colli Palatino e Celio, e il mito la ricorda quale abitazione delle ninfe profetiche e bosco di Egeria, la ninfa amata da Numa Pompilio e venerata insieme alla dea Diana.

Le sacerdotesse di Vesta erano di fatto coinvolte nelle festività religiose di altre divinità, poiché erano loro a preparare composti come quello del suffimen, elemento essenziale per le cerimonie di fumigazione dei Parilia, realizzato con paglia di fava mescolata alle ceneri dei vitelli (estratti dalle vacche sacrificate durante la festività dei Fordicidia) e sangue di cavallo (sacrificato a Ottobre). La cosa più famosa che le Vestali dovevano preparare era però la mola salsa: delle focacce infornate, composte da farina di farro o grano prematuro e la muries (un condimento ottenuto con sale triturato e acqua), che andavano sbriciolate e cosparse sulle vittime dei sacrifici16, come durante i Lupercalia, ma anche usate nelle cerimonie che non prevedevano sacrifici di sangue. Le Vestali avevano inoltre un ruolo importante durante la cerimonia dei Sacra Argeorum. Tuttavia, la festività nella quale spiccavano era quella dei Vestalia: la festa della dea Vesta che si teneva il 9 Giugno.

PRIVILEGI E RISCHI DELL’ESSERE UNA VESTALE

Le Vestali godevano di numerosi privilegi che le rendevano di fatto delle donne libere, le uniche del mondo romano. Erano cittadine romane che potevano gestire un proprio patrimonio senza la tutela del padre o di un altro uomo (ed è quindi comprensibile come potessero rifiutare il matrimonio). Erano soggetti giuridici: potevano fare testamento e testimoniare senza giuramento. Assistevano agli spettacoli da posti in prima fila riservati a loro, venivano scortate dai littori quando uscivano e avevano la possibilità di viaggiare in città sul cursus arcuatus (un carro simile a quello dei flamini). La loro dignità era la più alta, tanto che persino i consoli abbassavano i fasci in segno di rispetto quando ne incontravano una. Il loro santuario era intoccabile, entro di esso vi si potevano rifugiare soprattutto le donne, e se un condannato a morte avesse incontrato una Vestale avrebbe potuto essere graziato.

Maiolica della bottega di Orazio Fontana, con la raffigurazione dell’episodio di Tarpea uccisa dei Sabini, Urbino 1550 circa (di Sailko – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=51926381).

Tuttavia, la loro identificazione con la città stessa e l’assenza di stretti legami familiari rendeva la loro posizione anche rischiosa. Nei momenti di crisi, quando la città soffriva, una Vestale impura avrebbe potuto essere un capro espiatorio perfetto, una donna da sacrificare senza il pericolo di vendette familiari, per ritrovare una pace con gli dei ritenuta perduta. Dionigi di Alicarnasso racconta sia le vicende di una Vestale, Orbilia, uccisa nel V a.C. perché i romani cercavano la causa di una pestilenza e lei fu trovata colpevole17, sia quelle di altre Vestali che invece furono salvate da un prodigio, perché solo la dea Vesta avrebbe potuto manifestare un dissenso alla condanna decisa dal Collegio dei Pontefici e salvare la vita di una delle sue ancelle18. È stato ipotizzato che il mito di Tarpea raccontasse proprio questo e che la donna fosse stata sacrificata per la salvezza della città, il che spiegherebbe l’esistenza di un suo culto attestato dalle testimonianze di sacrifici sulla sua tomba sul Campidoglio.

IL FUOCO DI VESTA

Vesta era la dea del fuoco domestico, che riscalda e protegge. Il fuoco, simbolo e fonte di esistenza, elemento di comunicazione con gli spiriti dell’aldilà e gli dei, è stato il primo perno della vita sociale dell’Umanità.

Il culto del fuoco perenne, prima manifestazione del culto di Vesta, sembra essere un riflesso dell’uso di mantenere il fuoco vivo in età protostorica, un periodo nel quale non era facile la sua accensione.

Larario di Villa San Marco a Stabia (di Mentnafunangann – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8510158).

Il fuoco era anche simbolo dell’unità familiare, il focolare manteneva vivi i rapporti intrafamiliari, non solo tra i viventi che vi si riunivano attorno, ma anche tra questi e gli antenati. Infatti il culto di Vesta era legato a quello dei Penati e a quello dei Lari, sia in ambito pubblico (i santuari di Vesta e dei Lari erano contigui), sia in quello privato. Nelle domus, il larario, ossia l’altare dedicato al culto dei Lari domestici, era legato al focolare della casa.

Vesta era una divinità latina di primo piano nel pantheon romano. Terza figlia di Saturno, il suo culto è attestato insieme a quello di Marte e Giove nell’arcaica triade invocata da Romolo durante il rito di fondazione della città, affinché estendesse la sua protezione su Roma. Dopodiché sembra che Vesta sia stata demitizzata e isolata dagli altri culti: il suo focolare non ardeva nella casa del re insieme a quello di Marte e Ops, ma si trovava da sola nel suo lacus, seppur vicino, in un contesto simbolico che la indica come legata al re e appartenente a tutti i Romani.

Sebbene la sua origine latina ormai sia accertata, la sua identità ci è nota soprattutto dopo la rielaborazione romana del culto di Caca19, influenzata da una chiara componente greca. Vesta venne infatti assimilata alla greca Hestia, dea del focolare, il cui culto si celebrava sia in ambito privato che in quello pubblico (nel Pritaneo20). Esattamente come nel mondo greco, anche in quello romano il concetto di “stato” si basava sull’unità delle famiglie, che a Roma erano divise nei rioni (curiae ) ma unite in un organismo centralizzato e gerarchizzato, basato sulla sacralità della città e della sua legge.

Vesta
Ricostruzione 3D del tempio di Vesta (di Lasha Tskhondia – L.VII.C., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18438048).

I MITI DI VESTA

Andrea Carandini21 sottolinea come nell’immagine di Vesta s’intravedano più significati simbolici e funzioni: la dea è vergine, ma anche madre e figura virile. Le Vestali incarnavano la dea, dovevano infatti astenersi da qualunque attività sessuale. Eppure, allo stesso tempo ricordavano la sposa, dato che venivano prese dal Pontefice Massimo e condotte in un luogo nel quale compivano faccende domestiche, come la cura del focolare e la pulizia del tempio, e preparavano sostanze utili a riti per propiziare la fertilità dei campi e degli esseri umani. La loro libertà e i numerosi privilegi erano più simili a quelli posseduti da un uomo romano che da una donna del loro tempo.

Vesta
Statue di Vestali Massime provenienti dalla Casa delle Vestali, III secolo d.C., Museo Palatino, Roma (foto di A. Patti).

È stato ipotizzato che nel culto pre-civico di Vesta, le sue ancelle fossero delle giovani che dovevano compiere un rito di passaggio verso l’età adulta. Sarebbero state rapite, separate dai loro congiunti e condotte nel lacus Vestae, sotto l’ulteriore protezione della dea Orbona, per passare un rito dopo il quale, se si fossero mostrate degne, avrebbero potuto tornare dalle proprie famiglie.

È anche probabile che in età preromana il culto di Vesta non prevedesse la verginità delle sue ancelle. Le più famose Vestali che il mito ricorda sono Ilia/Rea Silvia (principessa della mitica Alba Longa, figlia di Numitore e madre di Romolo e Remo, avuti da Marte22), Tarpea (amante di Tito Tazio, re de Sabini, e per questo traditrice dei Romani durante la guerra scoppiata dopo il ratto delle Sabine23) e Ocrisia (moglie di un sovrano latino, fatta schiava e deportata a Roma, e lì madre del sesto re, Servio Tullio, avuto dal dio fallico fuoriuscito dal focolare24): tutte donne devote alla dea e allo stesso tempo amanti, e quindi non obbligate a rispettare un voto di castità.  È bene sottolineare che due delle donne citate si unirono a divinità e furono madri di eroi fondatori o riformatori (Romolo e Servio Tullio), e nonostante agli occhi degli uomini fossero state pregiudicate dalle relazioni intessute coi loro amanti, esse furono sempre accolte dalla loro signora Vesta.

Pendente fallico in bronzo di II – VI secolo d.C., Museo della Romanità di Nîmes (di Martial Publicus – https://www.flickr.com/photos/126703269@N02/44041893712/Musée de la Romanité, Nîmes, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=92796600).

Questi racconti mitologici riguardanti il culto preromano di Vesta avrebbero potuto anche essere delle leggende utili a propiziare i matrimoni reali. Secondo una tradizione, il primo rapporto sessuale di due sposi veniva preceduto dalla penetrazione della sposa per mezzo di un fallo rappresentante il dio Mutinus Titinus, venerato insieme a Venere in un tempio sul Monte Velia. Come ci informa Plinio il Vecchio25, all’interno del penus Vestae era conservato anche un fascinus: una riproduzione del membro maschile, che non veniva usato dalle Vestali, ma era utile a indicare come nel fuoco risiedessero forze che accolgono (Vesta) e forze che generano (le divinità maschili come Marte, Priapo e Mutinus Titinus ).

Il mito dell’unione tra una donna e un dio venne riscoperto e riutilizzato un ultima volta a Roma, quando venne creata la leggenda che Ottaviano Augusto fosse figlio di Azia, sua vera madre naturale, e Apollo, unitosi alla donna sotto le sembianze di un serpente. D’altronde, è noto come la propaganda augustea abbia cercato di recuperare dal mito una legittimità soprattutto sacra per le azioni e le riforme volute da Augusto.

 

 

Il culto di Vesta è una testimonianza di come, nelle società antiche, l’ambito sacrale possedeva un risvolto politico. Il tempio di Vesta sorgeva su un luogo extra-murario, perché non doveva appartenere a nessuna curia, ma essere di tutti i Romani. E le Vestali, che rappresentavano la dea che incarnava l’intera comunità romana, erano gli uomini e le donne di Roma, e per i loro concittadini/fratelli potevano intercedere presso gli dei. Il loro potere era legato a quello del re, del rex sacrorum, e infine del Pontefice Massimo, che le prendeva come “spose”. Grazie a una scelta religiosa e politica, le pure sacerdotesse di Vesta, slegate da qualunque legame familiare, appartenevano a Vesta ed erano legate solo al re e, per estensione, alla città intera.

Il fuoco dell’altare di Vesta venne spento dopo più di mille anni dalla sua mitica accensione, nel 394 d.C., per volere dell’imperatore Teodosio II che proibì tutti i culti pagani.

Antonietta Patti
Archeologa


NOTE

  1. Antichità Romane, II, 65.
  2. Il terzo re di Roma, Tullio Ostilio, abitò invece in una sorta di casa-roccaforte sul Monte Velia, un’abitazione legata al suo gruppo familiare.
  3. L’aedes Larum era un edificio templare composto da una corte porticata, una cella, e un penetrale: un larario sotterraneo. Alla mensa di questo larario si svolgevano i rituali in onore dei Lares praestites e dei Lares compitales: gli spiriti protettori della città e dei singoli quartieri. Ottaviano Augusto li sostituì o li integrò con i propri Lares Augusti (gli antenati della dinastia giulio-claudia divinizzati), il cui culto si espanse anche nei compita, gli altari agli incroci tra le strade della città.
  4. Cassio Dione, Storia Romana, LIV, 27, 3.
  5. Il termine probabilmente deriva dall’offerta a Giove Capitolino di una focaccia di farro, ma il rito prevedeva anche il sacrificio di una pecora, la cui pelle veniva poggiata sul sedile nel quale si sedevano gli sposi. Erano previsti anche preghiere, rituali come la dexteratio (il triplice giro che gli sposi dovevano fare attorno all’altare) e gesti come quello della dextrarum iunctio (l’unione delle mani destre). Il rito si concludeva con la formula “ubi tu Gaius ego Gaia”, con la quale la sposa chiudeva tutti i legami con la propria famiglia d’origine.
  6. La carica di Pontefice Massimo fu istituita probabilmente da Numa Pompilio, che si affiancò un pontefice per le funzioni sacrali. Il termine pontifex veniva utilizzato per indicare la figura di un architetto che compiva un’attività sacra: per costruire un ponte egli doveva ottenere il consenso del dio del fiume sul quale voleva passare. Con l’istituzione della carica religiosa, in età monarchica la parola passò a identificare un individuo che si occupava degli uffici religiosi del sovrano, e in età repubblicana la più alta carica sacerdotale della città di Roma, giacché presiedeva il Collegio dei Pontefici. Quest’ultima assemblea lo consigliava, ma lui aveva potere assoluto e completo.
  7. Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 31, 1.
  8. Storia Naturale, XXXIV, 13.
  9. Plinio il Vecchio, Storia Naturale, XVI, 85.
  10. Storia Romana, LV, 22
  11. Vite dei Cesari, Augusto, 31, 3.
  12. Notti attiche, I, 12.
  13. Antichità romane, II, 67,2.
  14. Antichità romane, II, 67,3-4.
  15. Vite dei Cesari, Augusto, 101.
  16. Dalla “mola” deriva il termine “immolare” che si usa per indicare la pratica del sacrificio.
  17. Antichità Romane, IX, 40.
  18. Antichità romane, II, 68-69.
  19. Caca era una divinità del focolare, sorella e sposa del gigante Caco che Ercole riuscì a sconfiggere proprio grazie al suo aiuto.
  20. Edificio tipico di ogni città greca nel quale venivano accolti gli ambasciatori stranieri e si celebravano riti alla dea del focolare della città-stato.
  21. Il fuoco di Roma. Vesta, Romolo, Enea, 2015.
  22. Come raccontato in: Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, I, 3-4; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 76-79, 1; Cassio Dione, Storia Romana, I, 5; Plutarco, Vite parallele, Romolo, III.
  23. Come raccontato in: Plutarco, Vite parallele, Numa, X, 1; Properzio, IV, 4; Varrone, De Lingua Latina, V, 41;
  24. Come raccontato in: Plinio il Vecchio, Storia Naturale, XXXVI, 204.
  25. Storia Naturale, XVI, 85.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Aulo Gellio, Notti attiche (Collana Classici latini), trad. di G. Bernardi-Pierini, UTET, Novara 2017;
  • N. Arvantis, Il santuario di Vesta. La casa delle vestali e il Tempio di Vesta, VIII sec. a.C. – 64 d.C., in “Workshop di Archeologia Classica”, Quaderno 3, Fabrizio Serra Editore, Pisa-Roma 2010;
  • S. Ball Platner, T. Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, Oxford University Press, Londra 1929;
  • E. Bianchi, Il rex sacrorum a Roma e nell’Italia antica, Vita e Pensiero, Milano 2010;
  • I. E. Buttitta, Il fuoco. Simbolismo e pratiche rituali, Sellerio, Palermo 2002;
  • A. Carandini, La fondazione di Roma raccontata da Andrea Carandini, Laterza, Roma-Bari 2013;
  • A. Carandini, La Roma di Augusto in 100 monumenti, UTET, Novara 2014;
  • A. Carandini, Il fuoco di Roma. Vesta, Romolo, Enea, Laterza, Roma-Bari 2015;
  • Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana (Collana Classici greci e latini), trad. di A. Stroppa, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2009;
  • J. M. Cody, New Evidence for the Republican Aedes Vestae, in “American Journal of Archaeology”, 77, 1973, pp. 43–50;
  • Dionigi di Alicarnasso, Le antichità romane (Collana I millenni), trad. di E. Guzzi, Einaudi, Torino 2010;
  • E. Del Basso, Virgines Vestales, in “Atti dell’Accademia di Scienze morali e politiche della Società Nazionale di Scienze Letterarie e artistiche di Napoli”, Giannini, Napoli 1974, pp. 161-249;
  • Eliade Mircea, Trattato di storia delle religioni, (a cura di) Angiolini Pietro, Boringheri Ed., Torino 1999;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • D. Filippi, Regione VIII. Forum Romanum Magnum, in (a cura di) A. Carandini, P. Carafa, “Atlante di Roma Antica. Biografia e ritratti della città”, Electa, Milano 2012, pp. 143-206;
  • G. Giannelli, Il sacerdozio delle Vestali romane, Galletti e cocci, Firenze 1913;
  • P. Ovidio Nasone, Opere, vol. II, trad. di F. Stok, UTET, Novara 2013;
  • Plinio il Vecchio, Storia naturale, I, trad. di M. L. Domenichi, Tipografia di Giuseppe Antonelli, Venezia 1844;
  • Plutarco, Vite parallele, trad. di D. Magnino, UTET, Novara 1998;
  • Sesto Properzio, Elegie (Collana Classici greci e latini), trad. di L. Canali, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1987;
  • C. Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari (Collana Classici greci e latini), trad. di F. Dessì, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1982;
  • T. Scott, Vestae, aedes, in (a cura di) E. Margareta Steinby, “Lexicon Topographicum Urbis Romae”, V, Edizioni Quasar, Roma 1999, pp. 125-128;
  • Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione (Collana I grandi libri), vol. 1, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1982;
  • Marco Terenzio Varrone, De Lingua Latina, trad. di M. R. De Lucia, Guido Miano Editore, Milano 2020.
Share