23 agosto – Volcanalia

I Volcanalia erano la festa in onore di Volcanus, celebrato proprio nei giorni in cui il caldo estivo sembra allentare la sua morsa dalle città e dalle campagne. In questo giorno, nei rituali pubblici si sacrificavano un maiale e un vitello rosso; mentre privatamente il popolo usava piccoli pesci pescati nel Tevere. Gettare questi animali nel fuoco, era un sacrificio svolto per il bene stesso della comunità, che veniva simbolicamente sostituita dalle vittime sacrificali, poiché placando il dio si tenevano lontani gli incendi. E mentre in giro per la città si svolgevano i rituali sopraillustrati, quando la folla vedeva dei vigiles (cioè il corpo dei vigili del fuoco dell’antica Roma) li applaudiva in segno di ringraziamento.

Durante i Volcanalia si offrivano sacrifici anche ad altre divinità, come Maia, che probabilmente era paredra di Vulcano, tant’è che in occasione della festa alle Calende di Maggio, era il flamen Volcanalis a officiare un sacrificio alla dea. Dato che il nome di Maia rimanda all’aumentare, ella poteva essere considerata una dea che presiedeva alla forza del fuoco, aumentando la sua capacità di crescere velocemente e a dismisura, diventando incontrollabile. Opposta a questa dea, con la capacità di bloccare il propagarsi delle fiamme, v’era Stata Mater, altra divinità femminile associata a Vulcano e il cui culto era presente in tutti i vici.

Vulcano era chiaramente associato anche a Vesta, dea del focolare domestico e cittadino, con un fuoco perenne che ardeva quale simbolo di Roma stessa. I culti di Vulcano e di Vesta sarebbero stati introdotti da Tito Tazio. I santuari di queste due divinità, il Volcanal e l’aedes Vestae, si trovavano ai lati opposti del Foro Romano.

Il 23 Agosto si sacrificava anche a Ops in qualità di Opifera, perché proteggesse i magazzini dagli incendi e assicurasse la salvaguardia delle derrate, insieme a Quirino e Vulcano.

Il desiderio di protezione dagli incendi faceva sì che i Romani invocassero anche le ninfe delle fonti e dell’acqua corrente, il giorno in cui celebravano Vulcano, probabilmente a scopo apotropaico. Plinio tramanda che se qualcuno avesse pronunciato la parola “incendio” durante un banchetto si sarebbe dovuta subito gettare dell’acqua sulla tavola.

Vulcano era il dio del fuoco violento e distruttivo, ma anche creatore e utile alle attività artigianali, identificato col greco Efesto. Varrone e Dionigi di Alicarnasso lo riportano come divinità di origine sabina, introdotta a Roma da Tito Tazio, ed essa compare insieme a Giove e Minerva col potere di lanciare folgori. Invece, Servio lo identificava con Sol, quale simbolo del fuoco celeste. Alcuni epiteti di Vulcano erano Mulciber e Quietus, che sottolineavano il suo ruolo di protettore dagli incendi.

Vulcano possedeva un proprio sacerdote del culto: il flamen Volcanalis, e veniva venerato in santuari e templi solitamente collocati fuori dalle città romane. Infatti, il maggiore e più antico luogo sacro dedicato al culto di Vulcano a Roma era il Volcanal o ara Volcani, che sorgeva fuori dalle mura della città romulea. Esso consisteva in un’area sopraelevata e a cielo aperto, circoscritta attorno a un altare sul quale ardeva sempre un focolare. Situato nella zona nordoccidentale del Foro, il Volcanal sarebbe stato consacrato da Tito Tazio o da Romolo che vi avrebbe impiantumato una pianta di loto. All’interno dell’area spiccavano una quadriga bronzea, dedicata da Romolo dopo la sconfitta di Fidene (dono che promosse l’uso di dedicare le armi dei nemici anche al dio Vulcano), una statua di Romolo, una di Orazio Coclite e quella di un danzatore colpito da un fulmine. Trovandosi vicino al Comitium, era da questo luogo che il re di Roma e i magistrati di età repubblicana si rivolgevano ai propri concittadini, prima della creazione dei Rostra. In parte tagliato nella roccia e in parte costruito con blocchi di tufo, il Volcanal si trovava certamente nell’area del Foro Romano. Di recente è stata proposta la sua identificazione coi resti dell’altare di Saturno, posto di fronte all’omonimo tempio.

Oltre al tempio nei pressi del Circo Flaminio, eretto nel 215 a.C., altri luoghi di culto legati a Vulcano erano degli altari costruiti in ogni regio della città per volere dell’imperatore Domiziano, negli esatti luoghi in cui si erano arrestate le fiamme del cosiddetto “incendio di Nerone”, che ha colpito la città di Roma tra il 19 e il 27 Luglio del 64 d.C.

Nella mitologia greco-romana Efesto/Vulcano era figlio di Zeus/Giove e Giunone/Era, o di Giunone che l’aveva concepito da sola per vendicarsi del marito che solo aveva dato alla luce Atena/Minerva. Tuttavia, il dio nacque storpio e tanto brutto a vedersi che la stessa madre lo scaraventò giù dall’Olimpo. Secondo una più tarda tradizione, anche Giove lo gettò giù dall’Olimpo, dopo che il dio ebbe prese le difese della madre in un litigio fra i genitori. Abile artigiano e geniale creatore possedeva delle officine soprattutto nelle isole vulcaniche (come Lemno e la Sicilia), nelle quali vivevano i ciclopi suoi aiutanti. Efesto riuscì a strappare alla madre la promessa di sposare la dea della bellezza e dell’amore Venere/Afrodite, in un matrimonio-simbolo della creazione artistica che nasce dall’unione tra l’abilità tecnica e la bellezza. Dalla coppia di sposi però non nacque nessun figlio; invece il mito riporta di Erittonio, mitico re di Atene, nato dal seme sparso sulla terra dal dio Efesto che stava per giacere con Atena (la quale rimase sempre una dea vergine) e che ha invece fecondato Gea/Tellus.

Diana and her Nymphs asking Vulcan their hunting weapons. Louvre Museum (Paris, France)

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • A. Angela, L’infero su Roma. Il grande incendio che distrusse la città di Nerone, Herper Collins, Milano 2021;
  • Aulo Gellio, Noctes Atticae, libro IV, 5; XII, 23, 2;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, 238; 290; 317;
  • Dionigi di Alicarnasso, Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία  (Antichità Romane) II, 50; 54; VI, 67, 2; VII, 17, 2; XI, 39, 1;
  • Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, vol. XXVIII, 26;
  • Servio Mario Onorato, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, I, 42; III, 35;
  • Marco Terenzio Varrone, De lingua Latina, libro VI, 20; livro V, 10; 15.
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