La Battaglia di Zama (202 a.C.)


Dopo aver assicurato nuovamente a Roma il controllo della Spagna, Scipione aveva iniziato ad intessere rapporti diplomatici con vari capi numidi che militavano senza troppo ardore nelle file dei cartaginesi. Appreso che i capi numidi erano in contesa l’uno con l’altro (e considerando il fatto che la cavalleria punica era pressoché completamente composta dai numidi) Scipione decise dunque di condurre immediatamente la guerra in Africa, nel cuore dei possedimenti della nemica Cartagine.

Direttosi a Roma nel 205 a. C. (fu eletto console per quell’anno), il grande condottiero romano riuscì a vincere la resistenza del Senato convocando direttamente i Comizi; l’unanimità popolare concesse a Scipione di essere a capo della spedizione. Così anche i senatori avversi alle decisione dell’Africano furono costretti ad accettare il suo comando e concessero lui due legioni (momentaneamente stanziate in Sicilia) e tutti i volontari che sarebbe riuscito a reclutare.

Preso possesso delle truppe, Scipione decise di trattenerle un anno sull’isola del Mediterraneo per addestrarle alla tattica già utilizzata nella campagna spagnola e dimostratasi particolarmente efficace contro i nemici punici. Dunque nel 204 a. C. sbarcò nei pressi di Utica, in Africa.

La vittoria di Zama | ROMA EREDI DI UN IMPERO

I cartaginesi però non si fecero trovare sprovvisti di difesa. Un esercito guidato da Asdrubale e da Siface, il più potente dei re numidi, attendeva le coorti romane; perciò i cartaginesi riuscirono a mantenere una situazione di stallo subito dopo lo sbarco degli avversari. Intanto a Magone era stato ordinato dal fratello Annibale, ancora militarmente impegnato in Lucania e nel Bruzio, di reclutare nuove truppe nelle isole Baleari e di dirigersi successivamente nel nord Italia. Magone assistette così il suo congiunto, sbarcando e stabilendosi a Genova. Cartagine decideva in questo modo di non rinunciare al fronte oltremare.

Ma nella primavera del 203 Scipione riuscì a forzare il blocco punico. Fingendo una politica diplomatica per tutto l’inverno, non appena la stagione fu favorevole, attaccò il campo cartaginese nel cuore della notte, cogliendo alla sprovvista molti nemici, bruciando il loro quartier generale e costringendoli ad una ritirata verso la capitale. Asdrubale e Siface riuscirono però rapidamente a far fronte alle loro perdite (neanche troppo modeste) arruolando nuove truppe, ma Scipione li incalzava inseguendoli.

Così presso i Campi Magni, nella vallata del Bagradas, i romani raggiunsero i nemici e ingaggiarono battaglia. Questa volta Scipione applicò una versione raffinata della sua tattica di accerchiamento: posizionata la prima linea della sua fanteria (gli hastati) in maniera che occupasse anche i fianchi, lasciò la seconda e la terza linea (ovvero principes e triarii) nelle retrovie; non appena i cartaginesi attaccarono, specialmente Siface con la sua cavalleria, gli hastati si aprirono sui lati facendo velo all’avanzata del nemico. In questo modo l’intero esercito punico fu accerchiato e sterminato. La quasi totalità della cavalleria celtiberica fu distrutta e lo stesso capo fu cacciato dalla Numidia. Al suo posto Scipione insediò Massinissa, già capo della cavalleria cartaginese durante la spedizione in Spagna, ora dalla parte dei romani poiché spodestato dallo stesso Siface.

La battaglia di Zama | STORIE ROMANE

Si arrivò dunque ad una prima proposta di pace fra le due potenze del Mediterraneo. I cartaginesi, per garantire l’efficacia delle trattative, richiamarono sul suolo patrio Annibale e Magone (che non era mai stato in grado di penetrare nella Pianura Padana). Il rientro in Africa del più abile generale punico convinse però una fazione politica cartaginese a fare pressione in direzione opposta alla pace e così l’armistizio fu violato e si giunse presto allo scontro decisivo.

Nell’estate del 202 i due leggendari condottieri si affrontarono nei pressi di Zama. Ogni schieramento contava circa 40 mila unità: le truppe di Scipione erano perfettamente addestrate e la cavalleria italica aveva ricevuto un robusto aiuto numerico da parte dei cavalieri numidi; Annibale dal canto suo si era provvisto di un numeroso contingente di elefanti, ma la sua fanteria era composta da soldati di valore diseguale (veterani e nuove reclute) mentre la cavalleria era sostanzialmente inesistente. I cartaginesi schierarono la terza linea di fanteria arretrandola per evitare che accadesse la stessa evenienza dei Campi Magni, mentre gli elefanti furono posizionati in prima linea. I romani invece disposero le loro tre linee di fanteria in verticale per far passare la carica dei pachidermi attraverso il loro schieramento, mentre sulle ali furono posizionati i due contingenti di cavalleria.

Dopo una prima fase piuttosto confusionaria, dovuta alle controindicazioni adottate da entrambi i generali, i due eserciti riuscirono a ritrovare la propria compostezza; ma la cavalleria romana aveva ormai avuto ragione della cavalleria punica e, una volta allontanati gli elefanti dal centro dello scontro, Scipione poté attuare la sua solita tattica di accerchiamento, annientando completamente i cartaginesi rimasti intrappolati dalle file romane. Fu la rivincita, a parti inverse, di Canne. Annibale riuscì a mettersi in salvo insieme ad altri pochissimi, e fu uno dei promotori della pace che si raggiunse di lì a breve.

A Cartagine venne richiesto un pagamento di 10 mila talenti, la cessione della Spagna a Roma e la riduzione della flotta da battaglia a sole dieci unità. Inoltre era impedito ai cartaginesi il diritto di dichiarare guerra senza il previo consenso del Senato. Massinissa divenne legittimo re di Numidia e Scipione fu celebrato con il soprannome “l’Africano”.

Il Mediterraneo occidentale ormai aveva un solo padrone: la Repubblica romana.

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