Alessandro Barbero – La Battaglia di Adrianopoli (378)

Una battaglia che segnò per sempre le sorti dell’Impero Romano: Adrianopoli (oggi Edirne in Turchia) fu il teatro di una sanguinosa battaglia che ebbe luogo presso l’omonima città, nella provincia romana della Tracia, il 9 agosto 378 e che ebbe un esito infausto per l’esercito romano. Le truppe guidate dall’imperatore d’Oriente Valente vennero annientate dalla federazione germanica dei Goti.

Ripercorriamo con il prof. Alessandro Barbero gli eventi di quei giorni, i momenti critici e le trattative attimo dopo attimo, attraverso il racconto e le testimonianze giunte sino a noi. (Tratto da RadioDue)

Alla fine del IV secolo l’impero romano si trovò ad affrontare quei movimenti di popoli barbari che di solito chiamiamo invasioni barbariche, anche se sarebbe più preciso parlare di migrazioni dei popoli, perché non si è trattato sempre di invasioni violente: spesso, infatti, i barbari si sono insediati sul territorio romano col consenso del governo imperiale. Roma aveva avuto fin dall’inizio rapporti non facili con le popolazioni barbariche che vivevano al di là dei suoi confini, in Europa come in Asia e in Africa. Le province di confine erano sempre soggette ad attacchi e razzie, e in certi momenti di crisi, come la metà del III secolo, scorrerie in grande stile si erano spinte fin nel cuore del mondo romano, nell’Italia settentrionale e in Grecia, dove i Goti avevano saccheggiato Atene. Ma l’impero era sempre venuto a capo di queste minacce; e se molti barbari si erano stabiliti sul suo territorio, lo erano come deportati o come profughi. Accolti e messi a lavorare sotto sorveglianza, si erano sempre integrati nella popolazione dell’impero.

A partire dalla fine del IV secolo assistiamo invece a un cambiamento importante: cominciano movimenti su grande scala di popoli che si insediano sul territorio romano, non sempre con la violenza, come s’è detto, ma comunque senza trasformarsi in sudditi di Roma e senza integrarsi con la popolazione locale. Questa improvvisa spinta dall’esterno ebbe un effetto destabilizzante sull’impero romano, e nell’arco di circa un secolo ne determinò il crollo: non però di tutto l’impero, come a volte si dice sbagliando, ma solo della sua parte occidentale. Il primo esempio di insediamento barbarico su grande scala si verificò in una zona che alle autorità romane appariva periferica, la Gallia settentrionale. Qui nel IV secolo la crisi economica e le continue scorrerie della popolazione germanica dei Franchi, stanziati al di là del Reno, avevano spopolato le zone di confine. Le autorità romane, dopo aver a lungo combattuto i barbari, accettarono che parte di loro si stanziassero al di qua della frontiera, nella zona che oggi corrisponde al Belgio, e affidarono ai loro re la difesa del confine renano. Quello dei Franchi è il più antico caso di popolo che si trasferisce sul suolo romano continuando a obbedire ai suoi capi, conservando le sue leggi, e sostituendo l’esercito romano nel compito di difendere il paese; ed è anche l’esempio più evidente di insediamento pacifico e concordato, che ha ben poco di un’invasione.

Uno stanziamento assai più drammatico si verificò nel 376, quando una folla di profughi venne ad accamparsi sulla riva settentrionale del Danubio, che formava il confine dell’impero romano d’Oriente col mondo delle steppe. I profughi appartenevano al popolo dei Goti, che parlava una lingua germanica; i Romani li conoscevano bene, perché da secoli erano abituati a combatterli, a commerciare con loro, e ad assumerli come mercenari per il loro esercito. I Goti vivevano lavorando la terra e allevando bestiame; non erano nomadi, ma si spostavano facilmente da una zona all’altra in caso di bisogno, caricando le loro masserizie su carri. I rapporti con l’impero romano avevano arricchito i loro capi: gli archeologi trovano nelle loro tombe armi di ottima qualità e oggetti d’oro. Dal mondo romano era arrivata anche un’altra novità, il cristianesimo: un Goto, Ulfila, che aveva studiato a Costantinopoli, era stato ordinato vescovo ed era tornato a convertire il suo popolo, traducendo la Bibbia in lingua gotica. Molti Goti, perciò, erano diventati cristiani, anche se molti altri continuavano ad adorare i loro antichi dèi.

I Goti che nel 376 si affollavano sul Danubio erano stati scacciati dai loro villaggi da un nuovo e terribile nemico venuto dall’Oriente, gli Unni. Questo popolo nomade viveva nelle steppe asiatiche, allevando cavalli e arricchendosi con le razzie ai danni dei popoli confinanti, ed era avvolto da un alone di mistero. I Romani sapevano solo che gli Unni erano crudeli e selvaggi, che non avevano patria, perché nascevano e vivevano in convogli di carri e accampamenti di tende. Ora gli Unni si erano riversati nel paese dei Goti, avevano sconfitto e massacrato le tribù che cercavano di resistere, e sospinto una marea di profughi verso la frontiera romana.

I capi dei Goti accampati sul Danubio chiesero di essere accolti nell’impero. La richiesta non aveva nulla di strano: non era la prima volta che intere tribù barbare passavano la frontiera col permesso del governo, sottomettendosi all’imperatore e ricevendo terra da lavorare nelle zone dove c’era bisogno di manodopera. L’imperatore d’Oriente, Valente, informato della loro supplica diede ordine di accoglierli. Le cose, però, presero subito una brutta piega. Non c’erano ponti sul Danubio, e i profughi vennero traghettati attraverso il fiume in piena su zattere e barche; molti annegarono, molte famiglie si divisero, e gli ufficiali romani ne approfittarono per portarsi a casa, come schiavi, bambini e ragazzine rimasti soli.

I rifugiati erano così numerosi che tutti i controlli saltarono: gli uomini non vennero perquisiti, e portarono con sé le proprie armi; i segretari che dovevano registrare chi entrava rinunciarono a contarli. I Goti vennero ammassati in campi profughi in territorio romano, dove cominciarono subito a fare la fame, perché i generali romani, che dovevano distribuire gratis le razioni offerte dal governo, ci rubavano sopra. I profughi affamati furono costretti a vendere i figli come schiavi per poter sopravvivere; i soldati romani vendevano loro, per mangiarli, addirittura dei cani. Alla fine successe l’inevitabile: i Goti si ribellarono, uccisero i soldati di guardia, e s’impadronirono delle loro armi. Le truppe romane mandate a sedare la rivolta vennero ripetutamente sconfitte, e per ben due anni i barbari saccheggiarono le ricche campagne dell’impero d’Oriente, spingendosi fino alle mura della capitale, Costantinopoli.

Alla fine l’imperatore Valente in persona radunò l’intero esercito per affrontare gli immigrati ribelli e ridurli alla ragione, ma venne sbaragliato e ucciso nella battaglia di Adrianopoli, il 9 agosto 378: una data memorabile, che segna il vero inizio delle invasioni barbariche. Il successore di Valente, Teodosio (379-395), fece il possibile per rimettere in campo un esercito, e riuscì a sconfiggere alcune bande ribelli, ma i Goti erano troppo forti perché fosse possibile liquidarli tutti con la forza: alla fine, il nuovo imperatore d’Oriente fu costretto ad accordarsi con loro. I capi ricevettero il permesso di stabilirsi in territorio romano con tutti i loro uomini e le loro famiglie, ebbero in dono terre da distribuire ai guerrieri, e ottennero alti gradi nell’esercito e lauti stipendi in cambio dell’impegno a combattere per l’imperatore.

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