Carre, la disfatta dimenticata

Il 9 giugno del 53 a.C. nelle assolate pianure vicino alla città di Carre (oggi Harran, nell’Alta Mesopotamia turca) l’esercito romano andò incontro alla catastrofe. I cavalieri iranici al comando di un generale dei Parti, Surena, uccisero migliaia di legionari e fecero prigionieri i sopravvissuti. Massima vergogna, i nemici si impossessarono delle insegne delle legioni, e ci vollero anni di trattative perché le restituissero. Il comandante della spedizione, Marco Licinio Crasso, fu ucciso poco dopo la battaglia.

A lungo, Carre non è stata considerata dagli storici una battaglia importante. Gli stessi Romani si affrettarono a presentarla come un esempio da non seguire, senza dedicarle molta attenzione. In genere, gli scrittori romani interpretavano le grandi sconfitte come sciagure collettive, utili come esempio da ricordare e da meditare per evitare gli sbagli che le avevano provocate. Per Carre, invece, tutta la responsabilità della disfatta fu attribuita all’errore di un singolo. La colpa era per intero di Crasso, dipinto come un affarista e un comandante incapace, che per brama d’oro e di potere aveva coinvolto migliaia di soldati in un disastro. È probabile che questo giudizio sia troppo negativo, e gli storici stanno iniziando a cambiarlo. Fin d’ora sono comunque chiare le cause tecniche della sconfitta e la sua importanza, troppo a lungo sottovalutata. I Romani furono spiazzati dal modo di combattere dei Parti, basato, invece che sulla fanteria, su due tipi di cavalieri. Addetti a sfondare le linee nemiche erano i cavalieri “catafratti”: ricoperti di pesanti armature montavano cavalli di particolare forza, anch’essi corazzati. Altri cavalieri, armati di arco, erano addestrati a scagliare frecce anche al galoppo. Eccellevano in una tecnica nota ancora oggi come “freccia del Parto”, che consisteva nel fingere la fuga, voltarsi indietro e colpire l’avversario con mirabile precisione. Il loro attacco era reso più micidiale dagli archi composti, fatti di legno, corno e colla, che riuscivano a scoccare frecce a una distanza almeno doppia rispetto agli archi conosciuti dai guerrieri mediterranei.

I legionari romani erano equipaggiati con le armi tradizionali, cioè la spada corta (gladio) e il giavellotto. Ma queste armi potevano ben poco contro i rapidi movimenti degli arcieri a cavallo e le pesanti armature dei catafratti. Inoltre la tipica armatura del legionario, una tunica corta in maglia di ferro, non riusciva a frenare l’urto delle frecce nemiche. All’inizio della battaglia i Parti tentarono di sfondare le linee romane con i cavalieri catafratti, ma i Romani risposero con la “testuggine”, una formazione difensiva di grande efficacia, in cui le coorti formavano un quadrato reso impenetrabile da una barriera di scudi. Allora Surena ordinò agli arcieri a cavallo di correre intorno alle legioni, bersagliandole di frecce per ore. Solo alla fine della giornata, quando i fanti romani erano spossati dal caldo e dalla stanchezza, scagliò la cavalleria pesante. Le legioni esauste non ressero l’urto, e iniziò il massacro.

Crasso tentò la fuga (nella notte tra l’11 e il 12 giugno del 53 a.C.), ancora una volta fidandosi dei consigli di un certo Andromaco; consigli che non si rilevarono molto efficaci visto che Crasso con un drappello di uomini si ritrovò a vagare senza meta in un territorio paludoso.

E’ probabile che Andromaco facesse il doppio gioco, ma, fosse un traditore o un inetto, la conclusione fu che Crasso venne raggiunto dal nemico e fu costretto a ripararsi su un colle. A lui si unì Ottavio con 5000 uomini, mentre Cassio dopo essere ritornato a Carre prese la via della Provincia, lasciando il comandante al suo destino. Dopo che i soldati Romani erano riusciti a resistere al primo attacco dei nemici, successe una cosa particolare, con Surena che risalì il colle da solo e dichiarò la sua volontà di trattare un accordo di pace direttamente con Marco Licinio Crasso.

Surena voleva probabilmente evitare che lo scontro si protraesse a lungo e cercò di ottenere il successo con l’inganno. I Romani si convinsero delle sue buone intenzioni quando si videro restituire alcuni prigionieri che erano stati a loro volta ingannati con discorsi fatti ad arte. Solo Crasso non voleva saperne, perché aveva intuito il tranello e cercava di esortare le sue truppe a continuare il combattimento fino al sopraggiungere dell’oscurità. Ma ormai i suoi soldati non né volevano più sapere e costrinsero il loro generale ad accettare l’offerta dei Parti. Crasso si presentò a Surena già rassegnato al peggio, ma quando gli intenti dei Parti furono chiari, ci fu un tentativo di reazione sostenuto da alcuni fedelissimi del generale, tra i quali Ottavio. Morirono tutti, compreso Crasso (12 giugno del 53 a.C.), ucciso da un parto di nome Exatre; la sua testa finì nel banchetto di nozze con cui Orode II celebrava le nozze tra suo figlio e la sorella del re Armeno Artavasde: nozze che sancivano una nuova alleanza tra i due popoli. La leggenda vuole che Orode, in quell’occasione, facesse colare nella bocca di Crasso dell’oro fuso, per sottolineare l’ingordigia che aveva caratterizzato la vita dell’uomo Romano e che era stata causa anche della sua morte.

I Romani appresero la lezione. Si dotarono di armi più efficaci per il combattimento contro i catafratti, migliorando la qualità delle corazze e rendendo più pesanti i giavellotti. E capirono anche che per il loro esercito, composto da fanti appesantiti da armi e corazze, era difficile spingere le conquiste in profondità nei territori desertici e contro nemici resi molto mobili dalla diffusione massiccia di cavalli e cammelli. Ma ufficialmente continuarono ad attribuire tutta la responsabilità della disfatta a Crasso, preferendo parlare il meno possibile della battaglia.

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