Il Ninfeo del Lupercale

di Antonietta Patti

“Curiam et continens ei Chalcidicum templumque Apollinis in Palatio cum porticibus, aedem divi Iuli, Lupercal, porticum ad circum Flaminium, quam sum appellari passus ex nomine eius qui priorem eodem in solo fecerat Octaviam, pulvinar ad circum maximum, aedes in Capitolio Iovis Feretri et Iovis Tonantis, aedem Quirini, aedes Minervae et Iunonis reginae et Iovis Libertatis in Aventino, aedem Larum in summa sacra via, aedem deum Penatium in Velia, aedem Iuventatis, aedem Matris Magnae in Palatio feci.” Res Gestae Divi Augusti, II, 19

Questo è il primo articolo della mia rubrica Roma: la città e il mondo, che tratta del ninfeo del Lupercale, luogo restaurato e monumentalizzato da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, il fondatore dell’Impero Romano, il vero primo imperatore, uno dei personaggi più importanti e famosi della Storia, capace d’influenzarla attraverso il suo programma politico e la capacità di comunicazione, che hanno lasciato una traccia indelebile e riconoscibile.

Il ninfeo è un ambiente, costruito o scavato, e abbellito attraverso elementi decorativi (come conchiglie, stucchi, affreschi, ecc) e architettonici (con l’uso di nicchie, colonne, fontane, ecc), atto alla creazione un luogo ricco di suggestioni, la cui funzione è prettamente scenografica.

L’oggetto del nostro interesse è un vano ipogeo la cui identità è ancora argomento di discussione tra gli archeologi. Non abbiamo infatti la certezza che esso sia davvero il monumento che il primo imperatore di Roma volle restaurare, rilevandone l’importanza storica, culturale e religiosa; possediamo soltanto degli indizi.

Ma andiamo con ordine, perché questo articolo viene pubblicato giusto in tempo per il Lupercalia.

LA FESTA DEL LUPERCALIA

Nel calendario romano, Febbraio, mese dei morti e delle ombre, è anche un mese pieno di festività e rituali in onore di Fauno Luperco, e il Lupercalia è una delle feste più famose in onore di questa“divinità silvana e boschereccia”1. È anche una delle più longeve, dato che numerose fonti tramandano la sua sopravvivenza come forma di superstizione tra i cristiani, nonostante la sua abolizione ufficiale avvenuta nel 408 d.C. Molti pontefici cercarono di sopprimerla: nel 467 d.C., Papa Ilario scrisse all’allora imperatore d’Occidente, Antemio Procopio; nel 496 d.C., Papa Gelasio si rivolse a un gruppo di senatori. In entrambe le epistole venivano indicati i motivi per i quali la festività risultava indegna per i cristiani, persino additandola come manifestazione del demonio.

La festività del Lupercalia si svolgeva il 15 Febbraio, comprendeva il sacrificio di capre e di un cane, ma il suo culmine era una corsa dall’intento purificatorio. I giovani luperci (i sacerdoti del culto), col volto coperto da una maschera di fango, vestiti soltanto con un subligaculum di pelle di capra (una sorta di perizoma) e a piedi scalzi, correvano attorno al colle Palatino, tenendo nelle mani delle strisce di pelle proveniente da una capra precedentemente sacrificata, chiamate februa o amiculum Iunonis, con le quali frustavano le donne e il terreno che incontravano sul loro cammino. Lo scopo era quello di propiziare la fecondità della terra e delle donne poco prima dell’inizio dell’anno, che cominciava a Marzo, in primavera.

Andrea Camassei, Lupercalia, c. 1635. Madrid, Museo del Prado.

Ovidio2 racconta che la festa venne istituita durante il regno di Romolo, dopo un periodo di sterilità delle donne romane, risoltosi soltanto quando un augure etrusco decifrò il responso della dea Giunone. Il vaticinio affermava che le donne dovevano essere penetrate dal “sacro montone”, interpretando correttamente il termine inito come riferimento a Fauno Luperco ebbe origine la pratica della frustrazione con le februa.

Un altro significato del Lupercalia invece, riconduce la festa alla celebrazione di un evento leggendario e fondamentale per la storia di Roma: la lupa che trova i gemelli Romolo e Remo, ma invece di ucciderli, li salva allattandoli. In quello stesso posto avrebbe avuto luogo una corsa, alla quale entrambi i gemelli ormai adulti, avrebbero partecipato, generando la pratica rituale.

FAUNO LUPERCO

Fauno Luperco, il cui nome è da collegare al verbo faveo “benedire” o “favorire”, nella mitologia era nipote di Saturno e marito, padre o fratello di Fauna (o Fatua, spesso identificata con la Bona Dea), una divinità protettrice dell’agricoltura e degli armenti, con caratteristiche oracolari. Dionigi di Alicarnasso3, Tito Livio4, Virgilio5 e Ovidio6 riportano che Fauno Luperco fosse il corrispettivo latino del dio greco Pan Lykaios, il cui culto sarebbe stato portato in Italia da Evandro, nel XIII secolo a.C. Questa identificazione ha modificato l’iconografia del personaggio latino, che ha cominciato ad essere rappresentato con corna e zoccoli di capra, come i satiri greci.

Il Ninfeo del Lupercale
Pan e Dafni, Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps, Roma (foto dell’autrice).

Oltre ad avere un bosco sacro nei pressi di Tivoli; a Roma, il dio possedeva un tempio sull’isola Tiberina e un santuario chiamato Lupercal: una grotta naturale con una sorgente, situata alle pendici del Palatino, dove la morfologia del territorio crea un’ansa del fiume Tevere.

LA VALLE MURCIA

Il Lupercale è uno dei luoghi più importanti della storia di Roma, perché è lì che comincia la leggenda di Romolo e Remo e della fondazione della Città Eterna.

Secondo la leggenda, i due bambini, abbandonati lungo le rive del Tevere, sarebbero stati condotti dal fiume in piena proprio in quell’ansa nei pressi della grotta del Lupercale e del ficus Ruminalis.

All’epoca, l’area sacra sarebbe consistita in un altare, posizionato vicino al sacello col fico ruminale, che copriva l’accesso alla grotta del Lupercale. Il ficus Ruminalis era un antico albero di fico selvatico, sacro alla dea Ruma o Rumina (da cui prende il nome), una divinità di origine osca venerata dai pastori della zona (mentre la dea Rumia è un’invenzione degli abili sceneggiatori della serie tv “Romulus”).

Lì, i “gemelli del fico ruminale”7 sarebbero stati allattati da una lupa, per poi essere trovati dal pastore Faustolo che li avrebbe cresciuti come figli suoi, insieme alla moglie Acca Larenzia (ricordata anche come prostituta, poi divinizzata come una divinità dei campi).

undefined
Ricostruzione della Roma arcaica. By Cristiano64 – It-wikipedia, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8317009

L’ansa del fiume ha permesso l’esistenza di una vallata chiamata “Valle Murcia”, di cui oggi resta traccia nell’odonimo di Via di Valle Murcia (dove si trova il roseto comunale, alle pendici dell’Aventino). In questa vallata si sarebbe svolto il famoso ratto delle Sabine.

Spesso paludosa, a causa delle esondazioni del Tevere, la valle venne bonificata nel VI secolo a.C. (durante il regno dei Tarquini) con la costruzione del collettore fognario della Cloaca Maxima, ancora in uso ai nostri giorni. Oggi, la Valle Murcia è in gran parte occupata dal Circo Massimo, il più grande edificio per le corse di carri (bighe e quadrighe) realizzato in tutto il territorio romano.

Nelle vicinanze del Lupercale si trovava anche la naturale via d’accesso al Palatino: le cosiddette Scale di Caco (Scalae Caci). Queste prendono il nome dal gigante che imperversava nella zona e spaventava i pastori. Ercole lo sconfisse, e da quel momento venne onorato dai pastori; tant’è che nel luogo nacque un santuario, i cui resti dell’altare sono ancora visibili sotto la Basilica di Santa Maria in Cosmedin (dove si trova la famosa Bocca della Verità) e persiste nell’odonimo della vicina Via dell’Ara Massima di Ercole (tra il Circo Massimo e gli edifici del Laboratorio di scenografia e costumi del Teatro dell’Opera).

Inoltre, di fronte alla sopracitata Basilica si può ancora ammirare il tempio di Ercole Vincitore al Foro Boario, monoptero e di pianta circolare, il più antico edificio realizzato in marmo giunto ai nostri giorni.

È chiaro che l’area dove sorge il Lupercale è ricco di storia ed è importante per il racconto leggendario della nascita Roma.

Il Ninfeo del Lupercale
La posizione del Lupercale nell’attuale assetto urbano (da Google Maps, rielaborata da A. Patti)

IL TRIPLICE LEGAME TRA ROMOLO E OTTAVIANO AUGUSTO

Consapevole della sua importanza, Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, nel I secolo a.C. decise di restaurare il Lupercal, come riportato nel suo Res Gestae Divi Augusti (vedi sopra).

Una decisione indispensabile dato il suo tentativo di collegarsi materialmente a Romolo, in quanto suo discendente, come figlio di una divinità e come nuova figura fondatrice.

La propaganda augustea favorì, tra le tante leggende sulla fondazione di Roma, quella ad opera di Romolo, la sua discendenza da Marte e dal progenitore Enea, e il suo legame diretto con la gens Iulia. Secondo la leggenda, Ottaviano Augusto, appartenente a quella gens, discendeva quindi direttamente da Enea, tramite il di lui figlio, Iulio Ascanio – fondatore della mitica Alba Longa- e dei suoi figli (e successori al trono della città latina); fino a giungere a Numitore e a sua figlia, la vergine vestale Rea Silvia o Ilia, la cui unione con Marte portò alla nascita dei gemelli Romolo e Remo.

Il famosissimo Gaio Giulio Cesare (triumviro e dittatore), zio della madre di Ottaviano Augusto, adottò quest’ultimo tramite testamento, designandolo quale erede dei suoi beni e della sua politica. Quando, dopo il suo assassinio, Cesare venne divinizzato, questa parentela permise l’ennesimo parallelismo tra la figura di Augusto e quella del fondatore di Roma: Romolo era figlio del dio Marte, così come Ottaviano Augusto era figlio del Divo Giulio.

Romolo fu il fondatore di Roma come Augusto ne fu il ri-fondatore, e il fondatore dell’Impero Romano.

Un legame tra i due maggiormente enfatizzato dalla posizione del Lupercale, che venne a trovarsi proprio sotto il grande complesso della casa di Augusto sul Palatino.

Anche nell’Ara Pacis Augustae, il monumento pubblico forse più emblematico della propaganda augustea, il legame tra Ottaviano Augusto e il mitico fondatore di Roma viene sottolineato. Uno dei rilievi dell’Ara, del quale possediamo solo pochi frammenti, riporta la scena del ritrovamento di Romolo e Remo. Vi sono i bambini nutriti dalla lupa sotto il ficus Ruminalis, mentre il pastore Faustolo e Marte, accompagnato dal suo animale sacro, il picchio, (che aveva contribuito a sfamare i gemelli, come narra Plutarco8) assistono alla scena.

undefined
“il Lupercale” grotta con la Lupa che allatta Romolo e Remo, il pastore Faustolo e sulla destra il Padre Marte che sorveglia. By Luciano Tronati – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57360785

I Romani sapevano che il loro concittadino, il Princeps Augusto, aveva restaurato il Lupercale, e queste immagini sui monumenti pubblici avevano il compito di far percepire la città di Roma sotto la protezione degli dei: la sua nascita era un evento da loro predestinato, e il suo futuro era sicuro e felice sotto il patronato di Augusto, al quale essi avevano dato questo obiettivo.

Oltre a monumentalizzare l’antico luogo di culto, Ottaviano Augusto modificò anche le regole che riguardavano la classe di appartenenza dei Luperci: durante l’età repubblicana provenivano tutti da famiglie patrizie, da Augusto in poi vennero scelti nell’ordine equestre. Diretti da un solo magister, questi giovani sacerdoti erano divisi in due gruppi di dodici membri ciascuno: i Luperci Fabiani e i Luperci Quinziali; mentre i Luperci Iulii, aggiunti da Giulio Cesare, ebbero vita breve.

LA GROTTA-SANTUARIO DEL LUPERCALE NEL I a.C.

Le fonti letterarie, Ovidio9 e in particolare Dionigi di Alicarnasso10, ci tramandano che nel I secolo a.C. il ficus Ruminalis non esisteva più. Plinio il Vecchio11 racconta che l’augure Atto Navio, tra il VII e il VI secolo a.C. (durante il regno di Tarquinio Prisco), avrebbe spostato l’albero nel Comitium: dalle pendici meridionali del Palatino alla parte nord-occidentale del Foro.

Pianta del Foro precedente alla dittatura di Gaio Giulio Cesare. By User:Yug – This file has been extracted from another file: Forum of Roma before Caesar.svg, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=87784159

La grotta del Lupercale invece, nel I secolo a.C. esisteva ancora, ma tante case private ne avevano parzialmente nascosto l’ingresso; mentre al suo interno rimaneva un gruppo scultoreo in bronzo che raffigurava Romolo e Remo allattati dalla lupa.

Nel frattempo, la zona era stata dotata anche di altre strutture pubbliche, soprattutto per spettacoli. Oltre al Circo Massimo, il censore Caio Cassio Longino fece edificare un teatro in legno presso il Lupercale nel II secolo a.C. (come ci trasmette Velleio Patercolo12).

LA MONUMENTALIZZAZIONE: IL NINFEO

Il supposto ninfeo del Lupercale venne scoperto nel 1526, ma ben analizzato soltanto nel 2007, grazie a un carotaggio e all’utilizzo di una fibra ottica. Si trova accanto alle Scale di Caco, tra la chiesa di Sant’Anastasia e il tempio di Apollo, rientrando quindi nell’area della domus Augusti.

Il Ninfeo del Lupercale
Mappa del Palatino a Roma.

L’ipogeo è composto da una struttura circolare, dal diametro di 6,56 m e alta 7,13 m, scavata nella roccia: una camera con copertura a cupola, decorata con nicchie e semicolonne alternate, tutto ricoperto di pietre pomici, pietre colorate e conchiglie.

Proprio questa decorazione permette di datare l’ambiente alla seconda metà del I secolo a.C. e consente d’ipotizzarne la funzione a ninfeo. Mentre la posizione, secondo molti archeologi (tra cui Andrea Carandini), lo identificherebbe con ciò che resta della grotta del Lupercale monumentalizzata in epoca augustea. La committenza sarebbe anche confermata dall’aquila bianca che, entro un tondo tra i motivi geometrici in stucco e affresco, domina la decorazione del soffitto a cupola, quale simbolo del principato augusteo e dell’autorità imperiale.

Successivamente sembra che Augusto abbia finito col “privatizzare” il Lupercale, dato che ad esso si poteva accedere solo tramite la sopracitata domus Augusti (i cui resti sono visibili ancora oggi).

Dopo l’8 a.C. infatti, il Lupercale venne completamente coperto e nascosto, inglobato nel maestoso complesso del “palazzo” di Augusto sul Palatino, che comprendeva la sua dimora privata, quella pubblica, il santuario di Apollo, il sacello di Vesta e dei Penati e una biblioteca.

Busti di alcuni membri della dinastia giulio-claudia, Museo dell’Ara Pacis, Roma (foto dell’autrice)

Il ninfeo divenne, de facto, una sorta di cappella privata e insieme il prototipo del luogo di culto imperiale: venne infatti riempito e decorato con sculture ritraenti i membri della dinastia giulio-claudia, come la statua equestre raffigurante Druso Maggiore13 (figlio del primo matrimonio di Livia, ma molto amato da Augusto, tanto che Svetonio14 racconta di come corresse la voce che potesse essere suo figlio).

L’IMPORTANZA DELLA PROPAGANDA AUGUSTEA

Augusto ebbe sempre la sua abitazione sul colle Palatino, ma nel 42 a.C. si trasferì in una casa proprio di fronte alla capanna di Romolo, che i Romani custodivano come luogo di culto. Il restauro e la successiva monumentalizzazione del Lupercale è stata una delle fini operazioni di propaganda del mito di Augusto in qualità di “uomo della provvidenza”.

È molto importante comprendere che, nel mondo romano, il mito e la storia erano la stessa cosa: le gesta degli antenati leggendari erano considerate avvenimenti storici realmente accaduti; e se queste gesta erano eroiche venivano considerate degli esempi di virtù morali.

Augusto aveva bisogno di mantenere il potere, per poter conservare la pace che aveva conquistato dopo le guerre civili (che avevano agitato la fine del II e quasi tutto il I secolo a.C.), in modo da realizzare i suoi progetti. L’obbiettivo della poderosa “campagna pubblicitaria” della corte di Augusto (nella quale vennero coinvolti personaggi importanti della storia romana, come Mecenate e il suo circolo d’intellettuali) era quello di presentare il Princeps come l’uomo prescelto dagli dei, destinato a riportare la pace a Roma affinché potesse sorgere una nuova età dell’oro.

Il suo potere politico doveva necessariamente poggiare su un programma di propaganda che aveva come perno centrale la sua auctoritas, basata sulla restaurazione dei valori tradizionali e religiosi della Repubblica, che gli varrà il titolo di Pater Patriae, e allo stesso tempo sul rinnovamento delle strutture dell’amministrazione e della società civile, dando vita all’Impero.

Attraverso l’analisi dell’ideologia augustea è possibile tentare di capire meglio il mondo della Roma antica, che possiamo sentire distante e vicino allo stesso tempo, e forse comprendere qualcosa in più del nostro mondo, allenando la nostra mente a riconoscere l’importanza delle somiglianze e delle differenze tra culture diverse nel tempo e nello spazio.


NOTE

  1. Così si definisce Fauno Luperco, interpretato da Gigi Proietti nello spettacolo teatrale I Sette re di Roma, per la regia di Luigi Magni.
  2. Fasti, II, 429-448.
  3. Le antichità romane, I, XXXII, 3-5.
  4. Storia di Roma dalla sua fondazione I, 5, 1-2.
  5. Eneide, VIII, 342-344.
  6. Fasti, II, 423-424.
  7. Altra battuta proveniente dal sopracitato spettacolo teatrale I Sette re di Roma.
  8. Vite Parallele, Romolo, 4.
  9. Fasti, II, 409-412.
  10. Le antichità romane, I, 79, 9.
  11. Storia Naturale, libro XV, XX, 77.
  12. Storia Romana, libro I, XV, 3.
  13. CIL VI.912b
  14. Vite dei Cesari, V, 1.

Bibliografia

  • Bruno, Microstorie e annotazioni, in D. Bruno, A. Carandini, La casa di Augusto. Dai Lupercalia al Natale (Collana I Robinson. Letture), Laterza, Roma-Bari 2008, pp. 132-145;
  • Carandini, La fondazione di Roma raccontata da Andrea Carandini (Collana Economica Laterza), Laterza, Roma-Bari 2013;
  • Carandini, La Roma di Augusto in 100 monumenti, UTET, Novara 2014;
  • Coarelli, Guida archeologica di Roma (Collana Illustrati. Arte e costume), Mondadori, Verona 1994;
  • Dionigi di Alicarnasso, Le antichità romane (Collana I millenni), trad. di E. Guzzi, Einaudi, Torino 2010;
  • Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Green, “The lupercalia in the fifth century”, in Classical Philology, vol. XXVI, n. 1, 1931, pp. 60-69;
  • Ovidio Nasone, Opere, vol. II, trad. di F. Stok, UTET, Novara 2013;
  • B. Platner, T. Ashby, “ficus ruminalis”, in A topographical dictionary of ancient Rome, Oxford University Press, Londra 1929, p. 208;
  • B. Platner, T. Ashby, “Lupercal”, in A topographical dictionary of ancient Rome, Oxford University Press, Londra 1929, p. 321;
  • Plinio il Vecchio, Storia naturale, Vol. I, trad. di M. L. Domenichi, Tipografia di Giuseppe Antonelli, Venezia 1844;
  • Plutarco, Vite parallele, trad. di D. Magnino, UTET, Novara 1998.
  • Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari (Collana Classici greci e latini), trad. di F. Dessì, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1982;
  • Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione (Collana I grandi libri), vol. 1, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1982;
  • Marco Velleio Patercolo, Storia Romana (Collana Classici greci e latini), Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1997;
  • Virgilio Marone, Eneide (Collana Oscar classici greci e latini), trad. di L. Canali, Mondadori, Milano 1991.
  • Zanker, Augusto e il potere delle immagini, trad. di F. Cuniberto, Einaudi, Torino 1989;
  • S. Wiseman, “Legendary genealogies in late-Republican Rome”, in Greece and Rome, XXI, 1974, pp. 153-164;
  • P. Wiseman, “The God of the Lupercal”, in the journal of roman studies, 85, 1995, pp. 1-22.
Share