La Basilica di San Giovanni dei Fiorentini

La Basilica di San Giovanni dei Fiorentini: Un punto di riferimento per un’intera comunità

La zona dell’ansa del Tevere è sempre stata, sin dall’età antica, un’area vitale per l’Urbe: dai monumenti del Campo Marzio ai grandi edifici pubblici (come lo Stadio di Domiziano). È inoltre indubbio che la vicinanza con il fiume, le sue rive, i suoi ponti e le potenzialità enormi per il commercio con l’altra sponda (oltre che con i porti fluviali o quello sul Mar Tirreno), abbiano portato la zona dell’ansa del Tevere ad essere un luogo che, dal punto di vista economico e non solo, era molto ambito.

Ci fu in particolare un Papa, Sisto IV, ed un ponte, Ponte Sant’Angelo, che si resero protagonisti di uno sviluppo senza precedenti dell’area: Via dei Banchi Vecchi, Via dei Banchi Nuovi, Via del Pellegrino, Via dei Coronari e Via Giulia divennero le direttrici non solo del movimento incessante dei pellegrini che, superando il Ponte Sant’Angelo (ex Ponte Elio), si dirigevano verso la Basilica di San Pietro. Quelle strade, molte delle quali aperte o ammodernate sotto il pontificato di Sisto IV (1471 – 1484), divennero succulente per tutti coloro che avevano un’attività economica, grande o piccola che fosse. Queste poche righe ci mostrano uno spaccato della Roma del Quattrocento, quella che stava uscendo dal Medioevo per affacciarsi nel pieno del Rinascimento. Una Roma in cui le attività economiche ed artigianali si moltiplicarono, in cui la presenza dei pellegrini, delle grandi famiglie nobili e dei Papi portarono la città ad essere attraente ed attrattiva. Passeggiare tra queste viuzze ha tutto un altro significato se ne conosciamo l’origine e la genesi, se capiamo perché e per quali ragioni intere comunità straniere che, volontariamente, si spostarono a Roma per avere un’opportunità. Una comunità in particolare, quella dei fiorentini, sembra che riuscì a godere di particolari fortune e privilegi, tanto che la comunità in questione arriverà a dotarsi di strutture (come un consolato e un tribunale) che la resero quasi indipendente. Questa era la premessa necessaria per poter comprendere quanto la Basilica di San Giovanni dei Fiorentini possa rappresentare una sorpresa al turista o a quel romano che, magari, si sofferma solo alle apparenze. La chiesa in questione, infatti, non è solo un magnifico edificio, pieno di opere d’arte al suo interno. No, perché la Basilica di San Giovanni dei Fiorentini a Roma rappresenta un punto di riferimento ed un simbolo per un’area che, a tutti gli effetti, sin dal Quattrocento divenne una vera e propria enclave: il Quartiere dei Fiorentini.

Di Dguendel – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38626723

QUARTIERE DEI FIORENTINI

Come scritto in precedenza l’area attorno a Ponte Sant’Angelo divenne appetibile per tutti coloro che volevano fare affari. Tutti i pellegrini di Roma si riversavano qui per poter andare a San Pietro, soprattutto in occasione dei Giubilei, che attirarono migliaia e migliaia di persone (e nei secoli scorsi si trattava di una enormità). Per questa ragione molti artigiani e botteghe furono aperte, ed alcune vie dell’area ancora ricordano le attività che maggiormente ivi si trovavano: Via dei Coronari, Via dei Giubbonari, Via dei Cappellari ecc. Per non parlare poi delle gabelle, quelle tasse d’accesso (o tasse in generale) che venivano incassate e pagate proprio qui in zona, spesso anche solo per entrare in questo lembo di Roma. Ma fu, in particolare, un’attività che si sviluppò enormemente: il banco. Un po’ come una moderna banca, uomini e famiglie intere basavano il loro benessere sul prestito del denaro ad interesse, denaro che proveniva da diverse proprietà, possedimenti, attività e lavori vari. Fu l’odierna Toscana, in particolare, a dare la paternità ad alcune delle famiglie più famose del Rinascimento che, non a caso, basarono la loro ricchezza anche sul prestito di denaro. Tra esse non si può non citare i Medici, ad esempio, o i Chigi. Ovviamente Roma, sin dai suoi albori, aveva tantissime comunità straniere presenti nel proprio territorio. Con lo sviluppo poi di un pellegrinaggio sempre più intenso molte comunità si autoregolarono, dotandosi di servizi vari che potevano aiutare i pellegrini: hotel, cappellai, sarti, ma anche rivenditori di reliquie o oggetti sacri. L’apertura, poi, della Via Papalis (attuale Via del Governo Vecchio), utilizzata dai pontefici per prendere possesso di San Pietro (evento eccezionale per l’epoca), rese l’intera zona ancor più prestigiosa ed appetibile. E l’attività del banco era la migliore possibile. E fu proprio in questo fazzoletto di Roma, attorno a Ponte Sant’Angelo, che i banchi si diffusero a macchia d’olio. Dopotutto la toponomastica di alcune vie, come le già citate Via dei Banchi Vecchi o Via dei Banchi Nuovi, attesta una volta di più quanto questo business fosse florido. Non solo però il nome delle vie ma anche molti palazzi, palazzine o edifici, che ancora oggi portano il nome di quelle famiglie che cinque o più secoli fa li costruirono, sono ancora qui a confermare quanto aprire un banco fosse non una scommessa, ma quasi una certezza di ottenere potere, prestigio e denaro. Di conseguenza ora si capisce bene perché, in particolare in questa zona, molti toscani e fiorentini (rinomati banchieri), decisero di aprire e sviluppare le proprie attività economiche. Poi quando un Papa, che governava Roma anche mediante un enorme potere temporale ed influenza politica, era vicino agli interessi dei banchieri, allora il gioco era fatto. Pontefici come Leone X o Clemente VII, che governarono per una buona metà della prima metà del Cinquecento, erano esponenti della famiglia Medici. Si capisce bene come ciò influenzò, positivamente, l’arrivo sempre più intenso di uomini d’affari da Firenze. Economia, amministrazione, politica, interessi e modifiche urbanistiche portarono alla nascita di ciò che divenne un vero e proprio quartiere, un luogo in cui i fiorentini venivano ad abitare, o ad aprire i propri negozi, appoggiati in tutti i modi possibili dai loro conterranei. Questa comunità fu particolarmente influente, tanto da riuscire ad ottenere uno status che la differenziava da tutte le altre realtà della città. Non è un caso se qui, davanti alla Basilica di San Giovanni dei Fiorentini (l’appellativo non è un caso), venne aperto un consolato ed un tribunale che, in particolare, doveva esercitare il potere giudiziario sui fiorentini, incaricandosi di amministrare i casi dei fiorentini. Una specie di Stato nello Stato, una vera enclave. Infine è giusto sottolineare come, soprattutto nella Roma del Quattrocento e del Cinquecento, ciò che agli occhi dei Romani poteva legittimare un potere o un’influenza era la realizzazione di una chiesa. Maggiori erano le dimensioni, migliori erano gli artisti chiamati per la realizzazione e l’abbellimento, e maggiori erano le reliquie contenenti in essa e, di conseguenza, ancora più importante doveva essere la comunità. Questa è, dunque, la genesi culturale della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini, la motivazione per cui si trova proprio qui, sull’ansa del Tevere e non lontano da Ponte Sant’Angelo, ed il motivo per cui essa ha uno stretto rapporto con la comunità fiorentina. Ebbene, ora è il momento di entrare ancor più nel dettaglio, per scoprire meglio le sorprese che questa basilica ci riserva.

Di Dguendel – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39645349

LA BASILICA DI SAN GIOVANNI DEI FIORENTINI

Capito ora l’importanza che la comunità dei fiorentini aveva a Roma, tanto da dotarsi di un proprio consolato, un proprio tribunale e delle proprie carceri, è tempo di conoscere l’origine della grande chiesa che divenne un simbolo, tangibile ed architettonico, della presenza e del potere dei fiorentini. Tutto nasce, in realtà, con la cosiddetta “Compagnia della Pietà”, una delle tantissime confraternite romane che si dedicavano all’assistenza dei poveri, dei mendicanti, dei barboni e degli umili in generale. Dopotutto Roma era rinomata per avere, nel suo tessuto sociale ed amministrativo, grazie anche alla stessa esistenza e presenza della Chiesa Cattolica, un particolare interesse nei confronti delle persone meno fortunate di altre. Ebbene, la Compagnia della Pietà aveva una sola peculiarità: era composta di soli fiorentini. Anche loro, come tanti altri stranieri, finirono per stabilirsi tutti assieme in un solo luogo, spesso dedicando la propria vita all’assistenza dei loro conterranei. Il problema di questa confraternita, però, è che inizialmente non aveva una sede fissa e stabile. Girarono un po’ per la città fino a che Papa Leone X (lo ricordo, un Medici), concesse alla compagnia la gestione della cosiddetta chiesa di “San Pantaleone juxta flumen”. L’appellativo dice tutto. Questa chiesetta si trovava vicinissima al Tevere, in una posizione non certo felicissima per le continue inondazioni. Nonostante tutto la “Compagnia della Pietà” progredì di pari passo con il continuo prestigio ed influenza che tutti i fiorentini cominciarono ad avere, in particolare grazie a pontefici quali Leone X e Clemente VII Medici. Fu così che nel 1519, quando i fiorentini videro la loro nuova, e fissa, sede di San Pantaleone decisero subito che la chiesetta, di origine medievali, non andava più bene per il loro rango. Ecco, dunque, che subito istituirono una gara per la realizzazione del nuovo luogo di culto, che avrebbe dovuto rivaleggiare con altre importanti basiliche di Roma e che, tra le altre cose, doveva essere un edificio di rappresentanza, se vogliamo, al pari del vicino Consolato e Tribunale fiorentini. Fu così che il progetto per la realizzazione della nuova Chiesa di San Giovanni Battista (patrono di Firenze), partì. In molti presentarono i propri disegni e le proprie idee, tra cui i mostri sacri Raffaello e Michelangelo. Alla fine, però, a spuntarla fu Jacopo Sansovino, bravo artista degli inizi del ‘500, che molti interessi aveva nel lavorare con i fiorentini. Come però spesso capitò a Roma, i lavori si bloccarono quasi subito. Innanzitutto nel 1521, a soli due anni dall’inaugurazione del cantiere, il patrono Leone X venne a mancare. Per un biennio a regnare sul soglio di Pietro fu l’olandese Adriano VI (mai amato dal popolo e dalla curia, e ultimo papa straniero prima di Giovanni Paolo II) con la quale molti cantieri furono semplicemente fermati. Il nuovo pontefici aveva una mentalità completamente diversa da quella umanista, spendacciona ed avvezza alle arti dei suoi predecessori, tanto che abbassò, e di molto, il compenso di tutti gli artisti che lavorano per la Chiesa di Roma! Non solo, poiché il nostro Sansovino ebbe anche problemi personali: fu, infatti, accusato di essersi intascato una parte dei soldi che sarebbero serviti per la costruzione della basilica. Nonostante tutto poco dopo i lavori proseguirono, questa volta con la supervisione di Antonio da Sangallo il Giovane (un altro architetto molto attivo nella Roma dell’epoca), che fu coadiuvato con lo stesso Sansovino. Poi ci fu il tragico e drammatico Sacco di Roma, che per un anno paralizzò la Città Eterna. A singhiozzo il cantiere ripresa vita, alla fine del Cinquecento, con l’intervento risolutivo di Giacomo della Porta. Architetto, tra le altre cose, della Cupola della Basilica di San Pietro (continuando il progetto michelangiolesco), con il Della Porta abbiamo il completamento della navata. Poi intervenne il Maderno, agli inizi del Seicento, che portò a termine la cupola e, solo nel 1734, anche la facciata fu completata, ad opera dell’architetto Galilei (lo stesso che progettò la facciata della Basilica di San Giovanni in Laterano. Un grande e lungo lavoro, insomma, che ha coperto praticamente due secoli per poter, finalmente, ammirare questa straordinaria chiesa. Immaginiamo la grande soddisfazione di Papa Clemente XII, il pontefice che ufficialmente inaugurò il luogo di culto lasciando, ad imperitura memoria, l’iscrizione dedicatoria che è sopra il portale principale: “CLEMENS XII PONT MAX A S MDCCXXXIV”. Nonostante tutto è indubbio che la chiesa abbia una forte predominanza dell’eclettismo barocco, poiché numerosi furono gli artisti, aderenti a quel particolare stile, che usarono la loro straordinaria arte per abbellire il luogo di culto. San Giovanni dei Fiorentini, inoltre, colpisce anche per le numerose personalità che qui sono sepolte (come il Borromini), ma anche per le particolari reliquie qui ospitate. L’interno è diviso in tre navate da pilastri. Ed ora, dopo aver ammirato ancora un attimo la facciata della chiesa, con le belle semicolonne con capitelli corinzi, ed il grande stemma di Papa Clemente XII che campeggia fiero, è tempo di andare dentro e di visitare quella basilica che, ancora oggi, è qui a simboleggiare la potenza di una delle più importanti comunità che Roma abbia mai avuto: ecco l’interno della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini.

La Basilica di San Giovanni dei Fiorentini
Di Mister No, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60335954

NAVATA SINISTRA: sono cinque le cappelle che si susseguono lungo la navata sinistra, e praticamente tutte hanno un dettaglio, un nome, un’opera d’arte degne di nota. Ad esempio le prime due cappelle sono su progetto di Giacomo della Porta ma è la terza cappella, in particolare, a colpire per un bellissimo gruppo scultoreo: il “Battesimo di Cristo” di Sebastiano Mochi. La storia di questa meraviglia, però, è molto travagliata. Originariamente, infatti, il Mochi lavorò alla sua opera proprio per abbellire questa basilica ma, prima di giungere dove la vediamo oggi, per anni il “Battesimo di Cristo” si trovò a Palazzo Falconieri di Via Giulia, poi fu trasferito a Ponte Milvio ed infine a Palazzo Braschi. Come mai tutti questi spostamenti e trasferimenti? Fondamentalmente in origine ci fu un problema di rivalità incrociate! Il Mochi, infatti, aveva molti nemici nel mondo dell’arte il quale, ieri come oggi, poteva essere molto competitivo. Bastava avere uno stile personale e proprio, magari distante da quello di altri, oppure bastava avere la giusta committenza al momento giusto ed ecco che invidie varie potevano sorgere nell’animo di altri colleghi. In questo caso pare che l’opera del Mochi fu fortemente criticati in ambito accademico, soprattutto da altri maestri quali il Bernini e l’Algardi (e già tra di loro non correva buon sangue). Immaginate che il “Battesimo di Cristo” ebbe anche l’onta di perdere la sua unità! Quando, infatti, fu trasferito a Ponte Milvio i due personaggi del gruppo scultoreo, il Cristo e Giovanni Battista, furono divisi. Un vero peccato anche se, per fortuna, oggi chiunque può godere della vista dell’opera d’arte nella sua interezza. Non colpisce che all’interno di questa chiesa ci sia qualcosa che abbia a che fare con il Battista, così come non stupisce che questo gruppo scultoreo si trovi proprio qui, nella terza cappella della navata sinistra, che da sempre ospita anche il battistero. Anche la quarta cappella, la successiva, è interessante per le pitture di Antonio Tempesta, artista eclettico capace, anche, di dipingere su superfici non convenzionali (come pietra, rame o alabastro), per non parlare poi della presenza, sempre in questa cappella, di deliziosi Angeli piangenti, posti sopra i monumenti funebri, ad opera di Duquesnoy (altro grande protagonista del Barocco). Proseguendo oltre, eccoci giungere al transetto sinistro.

La Basilica di San Giovanni dei Fiorentini
Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55705830

TRANSETTO SINISTRO: qui abbiamo, innanzitutto, su una parete il busto di Antonio Barberini (potente cardinale degli inizi del ‘600, quando il Papa era Urbano VIII, alias Maffeo Barberini), proveniente dalla bottega del Bernini. Un modo come un altro per comprendere quanto il grande maestro del Barocco, che ebbe una carriera molto lunga (immaginate che visse ben 82 anni), aveva un’attività molto avviata. Il suo studio e la sua bottega erano molto ricercati, e di conseguenza non ci dobbiamo sorprendere se, spesso, il Bernini lasciava fare ai propri aiuti o sottoposti, previo controllo ed indicazioni varie. Arrivati in fondo alla navata, avendo l’altare maggiore sulla destra, potrete ammirare la splendida Cappella Sacchetti, su progetto del Maderno, dedicata completamente al Cristo ed alla Sua Passione. Ed ecco, ad esempio, le pitture ad opera del Lanfranco, altro protagonista del Seicento di Roma. Ma, soprattutto, ciò che colpirà la vostra attenzione è un prezioso reliquario in argento (su progetto di Benvenuto Cellini, personalità di spicco del mondo dell’arte, e non solo, del Cinquecento). Il reliquario contiene qualcosa di davvero particolare: resti del piede di Maria Maddalena. Una delle reliquie più strane di tutta Roma, non c’è che dire, la cui storia ha dell’incredibile. Secondo tutte le fonti in nostro possesso, infatti, la Maddalena passò i suoi ultimi a Efeso, famosa città della moderna Turchia, in cui trovò la morte. Nell’886 l’imperatore Leone VI, dell’Impero Romano d’Oriente, prese possesso della reliquia e la spostò a Costantinopoli. In seguito essa venne donata alla Francia ed un suo re, quando venne a Roma durante un pellegrinaggio, decise di donare la reliquia direttamente al pontefice. Poi la reliquia fu sistemata in una cappellina costruita proprio all’ingresso di Ponte Sant’Angelo, che per secoli fu l’unico vero punto d’accesso per la Basilica di San Pietro. Le migliaia e migliaia di pellegrini, che venivano nella Città Eterna in pellegrinaggio, avrebbero visto il piede della Maddalena come ultima reliquia, prima di giungere al cospetto della basilica più importante di Roma. Che successe in seguito? Non lo sappiamo, poiché la reliquia, con il suo prezioso reliquario, fu persa di vista e nessun documento ne fece più menzione. Fu riscoperta solo negli anni 2000, e poi posta qui. Eccoci giunti nel cuore della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini: l’altare maggiore

ALTARE MAGGIORE: l’intera area absidale, il presbiterio dunque, fu realizzato su disegno di Pietro da Cortona (ormai lo avrete capito, altro esponente di spicco del Barocco romano), tutto su commissione della famiglia Falconieri che, all’epoca, era sicuramente tra le più attive nel mondo dell’arte. Non c’è da stupirsi se, di conseguenza, fu il Borromini ad aver materialmente concepito il presbiterio. Il maestro, infatti, aveva uno stretto contatto con questa famiglia, la quale gli commissionò molti altri progetti. Ed ora possiamo ammirare il bellissimo gruppo scultore, un altro “Battesimo di Cristo”, che si trova proprio dietro l’altare maggiore, circondato da un apparato e composizione marmorea su disegno sempre del Borromini. Quest’altro gruppo scultore, a differenza del primo che abbiamo visto aventi gli stessi oggetti, fu scolpito da Ercole Antonio Raggi, un altro importante artista del Seicento. Non è finita qua. Se riuscite, infatti, vi consiglio di trovare il sacerdote, chiedendogli di aprire per voi le porte della Cripta Falconieri. La famiglia volle lasciare un ricordo tangibile di sé, non solo pagando di tasca proprio i lavori per l’intera area presbiteriale, ma facendosi proprio seppellire al di sotto di cotanta meraviglia. Ebbene, se riuscite provate a scendere le scale poste dietro l’altare maggiore, per ritrovarvi così in un ambiente sotterraneo arricchitto di stucchi ed intonaco, tutto e sempre su progetto del Borromini. Spostiamoci oltre, andando verso il transetto destro.

Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55706034

TRANSETTO DESTRO: la cappella posta a fianco dell’altare, dedicata alla Madonna della Misericordia, abbiamo un capolavoro un poco diverso rispetto a ciò che potremmo aspettarci: un dipinto di Filippino Lippi raffigurante la Madonna con il Bambino. Un’opera pittorica del XV secolo, dunque, in un momento i cui i grandi maestri, grazie alle scoperte, le innovazioni e gli studi degli artisti precedenti, stavano dando il via a quello che poi sarà il grande Rinascimento di Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Siamo in un periodo in cui i soggetti dipinti sono più reali, più vivi e voluminosi, più dettagliati, più emozionanti, più pieni di vita. I colori, in base ai gusti personali degli artisti, si fanno comunque più vari e lo studio della policromia porta, anch’essa, ad un maggior realismo. Vedere un’opera del genere in mezzo allo sfarzo ed all’estro tipico del Barocco colpisce ma, dopotutto, è un punto a favore della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini. Per concludere il giro del transetto destro vediamo la cappella che lo termina, dedicata ai Santi Cosma e Damiano, due fratelli famosi per esser stati dottori che, gratuitamente e con tanta volontà e dedizione, prestavano il loro sapere medico a favore dei più bisognosi. Una cappella, su progetto del Maderno, dedicata non a caso a loro. Cosma e Damiano, difatti, ebbero una grande devozione da parte della famiglia Medici che, oramai lo sapete, diede un impulso fondamentale alla costruzione dell’intera basilica (più fiorentini di loro…). Ed ora scendiamo, come per tornare verso l’ingresso, percorrendo la navata destra.

NAVATA DESTRA: anche qui non mancano gli spunti d’interesse, come la prima cappella che avrete subito a sinistra è che è dedicata a San Filippo Neri. Interessante notare come questo ambiente fu realizzato su progetto di Ferdinando Fuga, architetto di fiducia di Papa Clemente XII. Ve lo ricordate? E’ con questo pontefice che la facciata, e di conseguenza l’intera basilica, fu effettivamente completata. Un altro modo per ricordare la lunga evoluzione della chiesa, per la cui costruzione ci vollero ben due secoli. Nella cappella successiva, dedicata a San Girolamo, c’è un dipinto abbastanza curioso. Ad opera del Passignano (siamo nel 1599), vediamo l’opera intitolata “Michelangelo illustra la costruzione della chiesa”, in cui il pittore toscano (che non a caso ricevette una commissione per questa basilica), dedica una sua opera al genio del Rinascimento che, ricordiamolo, presentò anche un suo progetto per la costruzione della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini. Un tornare indietro, alle origini del cantiere, che porta la mente verso altri tempi e stili, così diversi da quelli predominanti nella chiesa.

Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55706050

E adesso, prima di uscire dalla basilica, è tempo di tornare indietro. Mettetevi con le spalle all’ingresso, e percorrete la navata centrale, andando verso l’altare. Siate immersi dai grandi spazi dell’edificio, dai pilastri che scandiscono lo spazio attorno e voi e, una volta arrivati quasi all’altezza della cupola, andate verso sinistra. Guardate a terra dove troverete un paio di sorprese di cui, ovviamente, la Basilica di San Giovanni dei Fiorentini è ben fornita: ecco a voi le tombe di Maderno e Borromini. Il Maderno ha lavorato tantissimo a Roma, ed il suo nome è riconducibile ad alcuni dei più grandiosi progetti architettonici della città, a cui lui ha dato il suo contributo, in diverse misure. Mi vien da pensare immediatamente alla Basilica di San Pietro o al Palazzo del Quirinale, tanto per citare un paio di veloci esempi. Per quanto riguarda il Borromini, invece, di lui parlano i suoi bellissimi progetti architettonici, tra cui la Chiesa di Sant’Agnese in Agone o quella di San Carlo alle Quattro Fontane. La sua idea architettonica, impostata su un rigoroso geometrismo che si sviluppava però in un gioco incessante di linee curve, concave e convesse, che rendono subito riconoscibili le sue opere, ha dell’incredibile. Per questo, per il suo stile così peculiare, anche il Borromini ebbe molti problemi, considerando che numerose furono le rivalità avute con altri artisti. La più accesa tra esse, ovviamente, è quella con il Bernini. Pare che i due proprio non si potessero vedere, tanto distanti erano sia nello stile e non solo. Entrambi non avevano un bel carattere. Per esempio il Borromini più di una volta abbandonò i suoi progetti sul più bello, a causa di dispute nate nel corso dei lavori, direttamente con gli operai nel cantiere o con i committenti. Purtroppo, però, la straordinaria abilità del Borromini non lo salvò da sé stesso, da certi sintomi depressivi e da un’apatia che poi lo portò fino alla tragica morte. Il povero Borromini, infatti, decise di suicidarsi. Ecco alcune delle parole scritte dal Massari, un suo assistente:

“Il silenzio dominava la stanza. I suoi occhi rimasero aperti, fissi nel vuoto, intrisi di rosso fuoco, fiamme che ardevano senza giustizia. Le mani iniziarono a muoversi, un tintinnio con le dita, le gambe non riuscivano a stare ferme. I pensieri come un mare in tempesta si fecero strada nella mente. Un vortice di sensazioni. Cosa stava succedendo? Si chiedeva. Questa smani di fare qualcosa, l’azione reclamava vendetta. Sedendosi sul letto, accese il lume, vide la spada. Ecco cosa stava cercando, quello era l’oggetto del desiderio. Alzandosi di botto la prese, ingegnandosi come avrebbe dovuto fare per legarla al letto. Prese uno spago e legando ad una parte del letto in maniera tale che la punta fosse libera. Si adagiò vicino a letto e con un movimento rapido, si squarcio il fianco. Un grido acuto invase tutta la casa. Il dolore straziante ma rivelatore occupo ogni singolo spazio della sua esistenza. Il fidato allievo entro subito in stanza e la scena lo immobilizzò. Borromini si era ferito gravemente. Non mori subito. Fu una lenta agonia durata un giorno. Assistito dal prete e dal medico riuscì a raccontare tutto per filo e per segno riuscendo a finire di scrivere il suo testamento.”

Nonostante il suo gesto, alla fine, il Borromini riposa all’interno di un luogo sacro che non cessa di stupire per le mille meraviglie qui presenti. Prendetevi un attimo di tempo per porvi proprio al di sotto della grande cupola, progettata dal Maderno, per rimanere ispirati dalla sua mole. Concludo questo viaggio dandovi un’altra piccola chicca, che però non potete vedere dall’interno. Si tratta della campana della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini, una campana millenaria che, secondo la tradizione, venne traslata direttamente da Londra. Pare, infatti, che la campana provenga proprio dalla Cattedrale di San Paolo, forse la chiesa più importante della città inglese. E sulla campana sono incise, ad imperitura memoria e per ricordarci la sua, presunta, vera origine, le seguenti parole: Mary is my name. Piaciuta questa basilica?


Note sull’autore:

Sono Gianluca Pica, laureato in Scienze del Turismo all’Università La Sapienza di Roma. Guida Turistica ufficiale, anche in quella che era la ex Provincia della città. Tutti i miei studi, anche successivi all’esperienza universitaria, puntano ad approfondire le realtà archeologiche, artistiche, storiche e culturali in genere di Roma. Per questo, realizzo visite guidate per i Romani e non solo. In questo modo, inoltre, posso anche inventare nuovi percorsi, trovare nuove vie per conoscere Roma o i suoi musei, creare itinerari inediti. Amo molto leggere, soprattutto libri e testi di genere fantasy e storici. Questo, unito alla mia innata volontà di scrivere tutto quello che mi passa per la testa, mi porta a realizzare, oltre alla collaborazione col sito web Capitolivm, il mio blog personale, raccontando di Roma e delle sue bellezze. Non solo però, poiché tra i miei obiettivi vi è anche quello di scrivere un libro. Indovinate su cosa?

Share