Roma e la Magna Grecia

Consolidata la propria egemonia sull’Italia centro-meridionale, Roma arrivò a scontrarsi con le città della Magna Grecia e con la potente Taranto: con il pretesto di soccorrere la città di Turi, minacciata, Roma violò intenzionalmente un patto stipulato con Taranto nel 303 a.C., scatenando la guerra.

A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C., la Magna Grecia cominciò lentamente a tramontare sotto i continui attacchi delle popolazioni sabelliche di Bruzi e Lucani. Le città più meridionali, tra cui Taranto era la più importante grazie al commercio con le popolazioni dell’entroterra e la Grecia stessa, furono più volte costrette ad assoldare mercenari provenienti dalla “madre patria”, come Archidamo III di Sparta negli anni 342-338 a.C. o Alessandro il Molosso negli anni 335-330 a.C., per difendersi dagli attacchi dalle popolazioni italiche che, con la nuova federazione dei Lucani, alla fine del V secolo a.C. si erano espanse fino alle coste del Mar Ionio. Nel corso di queste guerre i Tarentini, nel tentativo di far valere i propri diritti sull’Apulia, stipularono un trattato con Roma, di consueto collocato nell’anno 303 a.C. ma forse risalente già al 325 a.C., secondo il quale alle navi romane non era concesso di superare ad Oriente il promontorio Lacinio (oggi capo Colonna, presso Crotone). La successiva alleanza di Roma con Napoli nel 327 a.C. e la fondazione della colonia romana di Luceria nel 314 a.C. preoccuparono non poco i Tarantini che temevano di dover rinunciare alle loro ambizioni di conquista sui territori dell’Apulia settentrionale a causa dell’avanzata romana.

Nuovi attacchi da parte dei Lucani costrinsero, ancora una volta, i Tarentini a chiedere aiuto ai mercenari della “madre patria”: fu ingaggiato questa volta un certo Cleonimo di Sparta (303-302 a.C.), che fu, però, sconfitto dalle popolazioni italiche, forse sobillate dagli stessi Romani. Il successivo intervento di un altro paladino della grecità, Agatocle di Siracusa, portò di nuovo l’ordine nella regione con la sconfitta dei Bruzi (298-295 a.C.), ma la fiducia dei Greci delle piccole città dell’Italia meridionale in Taranto e Siracusa iniziò a svanire a vantaggio di Roma, che nel contempo si era alleata con i Lucani ed era risultata vittoriosa a settentrione su Sanniti, Etruschi e Celti (vedi terza guerra sannitica e guerre tra Celti e Romani).

PirroEpiroMorto Agatocle di Siracusa nel 289 a.C., fu Thurii a chiedere per prima l’intervento romano contro i Lucani nel 285 a.C. e poi nel 282 a.C. In questa seconda circostanza fu inviato il console Gaio Fabricio Luscino per respingere i Lucani, in un primo alleati dei Romani, ma poi ribellatisi, e porre nella stessa Thurii una guarnigione romana. Non passò molto tempo prima che il principe lucano Stenio Stallio fosse sconfitto, come riportano i Fasti triumphales, e le città di Reggio (dove fu posta una guarnigione romana di 4.000 armati), Locri e Crotone chiedessero di essere poste sotto la protezione di Roma. Quest’ultima si veniva così a trovare proiettata verso il Meridione d’Italia. L’aiuto accordato da Roma a Thurii fu visto dai Tarantini come un atto compiuto in violazione dell’accordo che le due città avevano firmato diversi anni prima: sebbene le operazioni militari romane fossero state compiute per via di terra, Thurii gravitava pur sempre sul golfo di Taranto, a nord della linea di demarcazione stabilita presso il capo Lacinio; Taranto temeva dunque che il suo ruolo di patronato nei confronti delle altre città italiche venisse meno.

Roma, tuttavia, in aperta violazione degli accordi, forse per la forte pressione esercitata dai negotiatores o forse perché gli accordi stessi erano ritenuti decaduti, nell’autunno del 282 a.C. inviò una piccola flotta duumvirale composta da dieci imbarcazioni da osservazione nel golfo di Taranto che provocò i tarantini; le navi, guidate dall’ammiraglio Lucio Valerio Flacco o dall’ex console Publio Cornelio Dolabella, erano dirette a Thurii o verso la stessa Taranto, con intenzioni amichevoli. I Tarantini, che stavano celebrando in un teatro affacciato sul mare delle feste in onore del dio Dioniso, in preda all’ebbrezza, scorte le navi romane, credettero che esse stessero avanzando contro di loro e le attaccarono: ne affondarono quattro e una fu catturata, mentre cinque riuscirono a fuggire; tra i Romani catturati, alcuni furono imprigionati, altri mandati a morte.

Dopo l’attacco alla flotta romana, i Tarantini, resisi conto che la loro reazione alla provocazione romana avrebbe potuto condurre alla guerra e convinti dell’atteggiamento ostile di Roma, marciarono contro Thurii, che fu presa e saccheggiata; la guarnigione che i Romani avevano posto a tutela della città ne fu scacciata assieme agli esponenti dell’aristocrazia locale. In seguito a questi eventi i Tarentini decisero di invocare l’aiuto del re d’Epiro Pirro, che, giunto in Italia nel 280 a.C. con un esercito composto anche da numerosi elefanti, riuscì a sconfiggere i Romani a Heraclea e ad Ascoli, seppure a costo di gravissime perdite; dopo un tentativo fallito di consolidare il suo potere sul Sud Italia invadendo la Sicilia (dove fu respinto dalle città siceliote alleatesi con Cartagine), l’epirota marciò dunque contro i Romani che, riorganizzatisi, erano tornati a minacciare Taranto, ma fu duramente sconfitto a Maleventum nel 275 a.C. e costretto a tornare oltre l’Adriatico. Taranto, dunque, fu nuovamente assediata nel 275 a.C. e costretta alla resa nel 272 a.C.: Roma era così potenza egemone nell’Italia peninsulare, a sud dell’Appennino Ligure e Tosco-Emiliano.

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