11 giugno – Matralia

Due giorni dopo i Vestalia e prima che il periodo in onore della dea Vesta fosse concluso, veniva svolto un ulteriore rito femminile. In realtà, la seconda parte di Giugno vedeva avvicendarsi una serie di feste in onore di antiche divinità legate a culti matronali: forse il segno di una relazione tra il mese di Iunius, consacrato a Giunone, e le donne romane.

I Matralia erano la festa di Mater Matuta, antica divinità italica, celebrata dalle donne sposate (e non vedove!) che si recavano nel suo tempio al Foro Boario per coronare la statua della divinità e offrirle il testuacium: focacce di farro abbrustolito. Dopodiché, le bonae matres uniuirae colpivano con una verga una schiava che veniva poi scacciata dal santuario (le schiave non potevano entrarvi se non per questo rituale).

Inoltre, le donne sposate con figli prendevano tra le braccia i propri nipoti (i figli delle sorelle) per i quali chiedevano la benedizione della dea, recitando questa preghiera:

Mater Matuta te precor quaesoque uti volens propitia sies pueris sororiis
(“Mater Matuta, ti prego e ti chiedo di essere volentieri propizia ai figli di mia sorella”).

Il tempio di Mater Matuta al Foro Boario venne edificato per volere di Servio Tullio (sesto re di Roma), poi restaurato e dedicato da Marco Furio Camillo proprio l’11 Giugno. Gli scavi archeologici nell’area di Sant’Omobono hanno permesso di ritrovare molti resti dell’area sacra: terrecotte architettoniche databili già al VI secolo a.C., e i frammenti di due statue in terracotta, una maschile raffigurante Ercole, e l’altra femminile dotata di elmo, forse Minerva o la Fortuna armata.

Il nome della dea unisce “Mater”, un attributo materno, al termine “Matuta”, da cui deriva matutinus, che permise a Lucrezio d’identificarla con l’Aurora. Secondo Verrio Flacco, la dea era nota anche con altri nomi: Manes (la Buona Dea), Matura, Mattina, Matrimonio, Madre di famiglia, Matertera (zia materna), Matrice e Materia.

Mater Matuta venne identificata con la greca Ino, sorella di Semele. Il mito racconta che Ino, tradita dal marito Atamante con una schiava, si prese cura di suo nipote Dioniso/Bacco (figlio di Zeus/Giove) quando questi rimase orfano per colpa di Hera/Giunone, e per questo venne punita dalla dea con la pazzia, che la spinse a gettarsi in mare col figlio Melicerte. Ino divenne la dea marina nota come Leucòtea, che approdata sulle coste laziali venne aggredita dalle Baccanti. In suo soccorso giunse Ercole che l’affidò a Carmenta, la dea madre di Evandro, che le donò una profezia che le annunciava il futuro successo del culto suo e di suo figlio Melicerte. Questi era divenuto Palemone: il Portuno dei latini che nel Foro Boario aveva un tempio tutt’oggi visibile.

Resti del Tempio di Mater Matuta di Roma. Di © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53843332

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Dionigi di Alicarnasso, Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία (Antichità Romane) IV, 40, 7;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, 122; 161;
  • Tito Lucrezio Caro, De Rerum Natura, V, 656;
  • P. Ovidio Nasone, Fasti, libro VI;
  • Plutarco, Moralia, Quaestiones Romanae, 17;
  • Plutarco, Βίοι Παράλληλοι (Vite parallele), Marco Furio Camillo, V, 2.
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