17/23 dicembre – Saturnalia

Festa decisamente popolare, con i Saturnalia si chiudeva il ciclo calendariale, in un mese interamente dedicato a Saturno, divinità e personificazione del tempo ciclico. Quando la festa venne istituita, durava solo un giorno, periodo che venne prolungato a una settimana per volere popolare. Questo prolungamento si doveva probabilmente alla volontà di unire le festività dei Saturnalia e degli Opalia (dedicata a Ops), poiché la coppia formata da Saturno e Ops fu identificata con quella composta da Crono e Rea del pantheon greco.

Durante l’età augustea i festeggiamenti vennero inizialmente limitati a tre giorni, ma poco dopo il numero passò a cinque. In età domizianea (fine I secolo d.C.) i Saturnalia tornarono a durare nuovamente sette giorni. Purtuttavia, solo i giorni in cui cadevano le festività religiose erano davvero festi (“festivi”), gli altri erano feriati (“feriali”).

Essendo il sovrano di un tempo pre-cosmico, dove non vi erano distinzioni sociali, durante il periodo festivo in onore di Saturno l’ordine costituito, cosmico e sociale, veniva sovvertito. Questo ritorno al tempo pre-cosmico, al temine del ciclo calendariale, era preparatorio per l’inizio di un nuovo ciclo e un nuovo ordine sottoposti alla dignità di Giove. È probabile che, in origine, i Saturnalia avessero un carattere agricolo relativo alla chiusura del periodo della semina, e di preparazione ai giorni più corti dell’anno.

Saturno era infatti una divinità del mondo sotterraneo, custode delle anime dei morti ma anche protettore dei raccolti che dovevano germogliare, e sovrano di una mitica età dell’oro del Latium Vetus. Corrispondente al greco Crono, Saturno era la personificazione del tempo stesso, che scorre inesorabile.

Secondo il racconto mitico, Saturno-Crono era figlio di Urano, la personificazione del cielo, e Gea, la Terra. Fu invogliato dalla madre, che gli donò una falce, a sconfiggere suo padre, il quale nascondeva tutti i suoi figli nelle profondità della Terra, perché non li voleva. Nel mito greco, dopo aver evirato suo padre, Crono sposò la sorella Rea, ma un oracolo gli predisse che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli, motivo per il quale decise di ucciderli, mangiandoli. Il destino di Crono e quello di Urano si somigliavano davvero, tanto che fu uno dei figli di Crono, Zeus, a detronizzare il padre, incatenare i Titani, liberando i fratelli e dando inizio a una nuova Era.

Il mito racconta che, dopo aver evirato il padre Urano, perseguitato da Giove, Saturno si rifugiò presso Giano, che regnava in un territorio la cui capitale da lui prendeva il nome, Gianicolo, situata sull’omonimo colle. Per ricompensarlo dell’accoglienza, Saturno premiò Giano con un’altra faccia (il famoso Giano bifronte), dandogli il potere di vedere il passato, il presente e il futuro. Saturno si stabilì poco distante dal Gianicolo, su un colle chiamato Saturnius, sul quale fondò la città di Saturnia; colle che oggi chiamiamo Campidoglio. Una versione del mito racconta invece che Saturno arrivò nel Lazio su una nave, in onore della quale la prima monetazione romana conteneva una prua e l’immagine del dio.

Il regno di Saturno fu un’età d’innovazione, poiché lo stesso nume aveva inventato l’agricoltura, e l’aveva poi trasmessa agli uomini, che gli diedero l’epiteto di Stercutus (“fertilizzante”), perché egli era stato il primo a concimare i campi. Sue invenzioni furono il miele, la coltivazione degli alberi da frutto, l’innesto delle piante, e persino la cucina. Il regno di Saturno fu quello dell’età dell’oro, che per gli Uomini doveva essere alquanto primitiva e d’incoscienza, quando non esistevano classi sociali e v’era abbondanza di cibo per tutti.

Tuttavia, dopo aver regnato a lungo, Saturno sparì. Una leggenda racconta che gli venne tributato un culto, proprio da Giano, il quale istituì i Saturnalia e fece edificare un altare alle pendici del Campidoglio, nell’attuale zona del Foro Romano, proprio di fronte al tempio che venne costruito in più tarda età. Altare che, altre leggende riportano fondato da Ercole, dai Pelasgi, da Tito Tazio e perfino da Tullo Ostilio. Avrebbero onorato il culto di Saturno i compagni di Ercole che rimasero nel Lazio, quelli che alcune fonti chiamano Argei, i mitici antenati dei Romani, stabilitisi sul Campidoglio.

Un altro racconto mitologico indica nella popolazione orientale dei Pelasgi l’origine del culto di Saturno. L’oracolo di Dodona aveva infatti predetto ai Pelasgi che, arrivati nel Lazio e sconfitti gli Aborigeni, essi avrebbero dovuto consacrare la decima del bottino ad Apollo, sacrificare alcune teste ad Ade e teste umane proprio a Saturno-Crono. I Pelasgi seguirono le disposizioni dell’oracolo, costruirono un tempio per Ade e un altare per Saturno, compiendo i sacrifici prescritti. Sarebbe stato Ercole a interrompere la catena di sacrifici umani, convincendoli a offrire dei fantocci, gli oscilla, al posto di vittime umane.

Secondo una versione del mito, dopo essere stato esiliato dagli Olimpi, Crono viveva come un sovrano giusto in un luogo chiamato “Isole Beate”, dove gli eroi vivevano in pace la loro vita ultraterrena. Luogo che corrisponderebbe all’attuale arcipelago delle Canarie.

I rituali dei Saturnalia di cui siamo a conoscenza risalgono al 217 a.C., quando furono risistemati in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini. Il 17 Dicembre, la festa partiva con un solenne sacrificio al tempio di Saturno, al quale seguiva il convivium publicum, ossia un pubblico banchetto sacrificale.

Si proseguiva con un lectisternio eseguito dai senatori, ovvero un banchetto offerto agli dei, le cui statue venivano fatte accomodare sui triclini, per chiedere la loro protezione. Dopodiché, si procedeva con una processione fino al tempio di Saturno alle pendici del Campidoglio, con la statua del dio che era collocata dentro il suo tempo.

Il popolo accendeva le candele, preparava banchetti di quartiere, si scambiava doni simbolici, chiamati strenne, e brindava gridando: Io Saturnalia, bona Saturnalia. In questo modo avveniva una sorta di sfilata che aveva lo scopo di indurre le divinità infere, che in quei giorni camminavano nel mondo dei vivi, a tornare nel sottosuolo, favorendo il germogliare della semina e garantendo i raccolti. Il 23 Dicembre si teneva un’ultima processione, con la quale s’intendeva ringraziare tutti gli dei, le cui baldorie procedevano fino al tramonto.

Per tutti i giorni dei Satunalia era vietato lavorare, combattere e portare il lutto. Non si potevano neppure svolgere i processi e i condannati venivano graziati. Questi poi offrivano simbolicamente le loro catene al dio grazie al quale erano stati liberati.

Dato che durante il regno di Saturno non esisteva differenza tra uomini liberi e schiavi, il periodo dei Saturnalia era quello prediletto per l’affrancamento degli schiavi, i quali, anche loro, votavano a Saturno il segno della propria schiavitù: gli anelli di bronzo.

Il periodo dei Saturnalia era chiamato anche delle Feriae Servorum, durante il quale veniva eletto un Princeps, tramite sorteggio. Il prescelto vestiva con colori brillanti, tra i quali spiccava il rosso (il colore dell’autorità divina e imperiale), e portava una maschera, in una sorta di caricatura della carica ufficiale, a rappresentare una divinità ctonia come Saturno o Plutone.

Nei giorni dei Saturnalia gli schiavi potevano permettersi delle libertà che normalmente non avrebbero potuto neanche pensare. Durante quei giorni si replicava l’età d’oro di Saturno, quindi a Roma si vivevano giorni di grande letizia, giocosità e in alcuni casi lascivia.

Era usanza indossare solo la synthesis (“tunica”) senza la toga e portare il pileum, il cappello tipico degli schiavi affrancati. Non solo gli schiavi erano trattati al pari dei padroni, ma addirittura si rovesciavano i ruoli e i padroni servivano a tavola i servi, come accadeva per i Matronalia, e questi potevano rispondere come uomini liberi ai loro signori. In questo periodo, gli schiavi potevano anche giocare d’azzardo, attività solitamente loro proibita.

I Saturnalia si svolgevano anche in privato, soprattutto bevendo vino, ma anche sacrificando un maiale al proprio Genius e prodotti agricoli, come formaggio e cereali, a Saturno. Come accadeva durante i Matronalia, si festeggiava con dei banchetti tra amici, che potevano sfociare in orge vere e proprie.

A queste feste private ci si scambiava i cosiddetti xenia e apophoreta, i primi erano dei regali da dare agli ospiti, i secondi dei doni estratti tramite sorteggio. Nel 161 a.C. venne promulgata la Lex Fannia, che stabiliva la spesa massima per il banchetto dei Saturnalia a 100 assi, corrispondenti a circa 150€.

Tutti i sacrifici rivolti a Saturno si svolgevano in graeco ritu, ossia con il capo scoperto e coronato. Forse perché, come scrisse Plutarco, Saturno era riconosciuto come una divinità ctonia. E in ambito militare, dove i soldati potevano avvicinarsi ai loro generali, la festa era chiamata Saturnalicium castrense.

La festività dei Saturnalia era così amata, da tutti i ceti sociali, che ha avuto la fortuna di espandersi in tutto l’Impero Romano e di rimanere in voga fino all’Editto di Tessalonica (380 d.C.), che bandì tutte le religioni a esclusione di quella cristiana, rendendola unica e sola religione di Stato.

Saturnalia by Antoine Callet, 1783

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

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