23 aprile – Vinalia Priora

I Vinalia Priora era la festa per la spillatura del vino nuovo, nella quale si svolgevano dei riti per ottenere una buona vendemmia, grazie al favore degli dei. Era una festa dell’amore e dell’estasi amorosa, simile a quella prodotta dal vino.

Secondo Varrone la giornata era sacra a Giove, colui che presiedeva alla produzione del vino, uno degli ingredienti basilari di qualunque rito sacrificale. Ovidio, indica invece Venere, per il suo legame col figlio Enea.

Secondo la tradizione infatti, l’origine della festa ebbe luogo quando Mezenzio, re di Caere (Cerveteri), già alleato di Turno, si alleò con i Rutuli contro i Latini, in cambio di un bottino: il vino o le primizie dei nuovi alleati. Ovidio narra che quando Enea venne a sapere che i Rutuli si erano alleati con gli Etruschi, offrendogli la vendemmia dell’anno successivo, promise tutto il vino dei Latini a Giove, davanti al tempio di Venere. Dionigi di Alicarnasso addita come condottiero dei Latini il figlio di Enea, Ascanio, che rifiutò di consegnare al nemico etrusco il vino in cambio della pace, preferendo offrirlo a Giove, venendo poi ricompensato con la vittoria.

Plutarco racconta che il calpar (il vino, che prendeva questo nome dal vaso in cui in origine veniva conservato) veniva portato dalle campagne davanti il tempio di Venere, poco prima dell’inizio del rituale, dove veniva libato a Giove prima di essere assaggiato dagli uomini. Di fatto, il rito veniva officiato dal flamine* di Giove chiamato flamen Dialis, e tra i flamines maiores era quello più importante.

*I flamini erano i ministri dei culti di particolari divinità, dalle quali prendevano il nome e si dividevano in flamines maiores e minores plebei. I flamines maiores (Dialis, Martialis e Quirinalis, i sacerdoti rispettivamente dei culti di Giove, Marte e Quirino) dovevano essere di nascita patrizia; i flamines minores plebei (Carmentalis, Cerialis, Falacer, Floralis, Furrinalis, Palatualis, Pomonalis, Portunalis, Volcanalis e Volturnalis, per i culti di Carmenta, Cerere, Falacer, Flora, Furrina, Pale, Pomona, Portuno, Vulcano e Volturno) erano 12 e scelti tra i plebei. A essi venne aggiunto il flamen Augustalis per il culto di Augusto. 

I flamini maggiori, nell’età arcaica erano inferiori soltanto al rex (flamine del culto di Giano), in quella repubblicana la loro dignità superava quella del pontefice massimo, ma già prima dell’età imperiale questa carica aveva perso significato e venne abolita nel I secolo a.C. Il flamen Dialis era visto come la rappresentazione vivente del dio Giove, per questo gli spettavano la toga praetexta, un littore, la sella curule e un seggio nel Senato. Aveva anche degli obblighi: non doveva toccare nulla che fosse impuro, prestare giuramento, compiere attività militare, cavalcare, allontanarsi dalla sua casa, né dalla città senza il permesso del pontefice massimo. Nei riti indossava un mantello color porpora fermato da una spilla e un copricapo di pelle di pecora bianca ornato con un rametto decorato da un fiocco di lana. Il suo matrimonio doveva essere celebrato con il rito della confarreatio ed era indissolubile: la moglie veniva chiamata flaminica e le era concessa dignità sacerdotale. Solo da questo tipo di unione poteva nascere un pretendente a questa importante carica sacerdotale, e se fosse rimasto vedovo, il flamine era obbligato a dimettersi dal flaminato.

Scena della vendemmia degli eroti, Sarcofago di Costantina, IV secolo. Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9945999

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Dionigi di Alicarnasso, Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία  (Antichità Romane) I, 65, 2;
  • Ovidio Nasone, Fasti, libro IV;
  • Plutarco, Moralia, Quaestiones Romanae, 45;
  • Marco Terenzio Varrone, De lingua Latina, VI.
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