9 giugno – Vestalia

Cinque giorni prima delle Idi di Giugno, esattamente il 9 del mese, si svolgeva la festa in onore della dea Vesta, la terza figlia di Saturno e dea romana del focolare, il cui culto a Roma venne istituito dal secondo re della città, Numa Pompilio.

Al tempio di questa dea vergine, aperto due giorni prima (il 7 Giugno), si recavano le matrone romane che, scalze, compivano atti di devozione, mentre la flaminica Dialis (la moglie del flamen Dialis, il sacerdote del culto di Giove) doveva adottare i segni del lutto. In questo giorno, a Vesta si sacrificava il libum di farro abbrustolito.

Il tempio della dea Vesta si trovava nel Foro Romano, tra il Palatino e il Campidoglio, e aveva una forma circolare. In questi giorni il penus Vestae esterno, ossia il penetrale esterno del santuario, veniva aperto alle donne (mentre rimaneva precluso agli uomini con la sola eccezione del Pontefice Massimo).

Nella domus il penus era la dispensa, che nel tempio corrispondeva al penitus cioé la parte più sacrale dell’edificio, solitamente tenuta chiusa e nascosta. Essa consisteva in una fossa di forma trapezoidale coperta da una tavola di legno, esattamente dietro il focolare nel quale ardeva la sacra e perenne fiamma della dea. Nel penus esterno erano conservati gli strumenti usati dalle Vestali per le preparazioni sacre: i purgamenta, la mola salsa e la muries. Nel penus Vestae interno, rivestito da stuoie e che rimaneva chiuso, erano custoditi i pignora imperii o signa fatalia di Roma, quegli oggetti di origine divina che provavano il legame della città con i suoi numi tutelari (la pietra della Magna Mater, la quadriga di terracotta di Veio, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, i sacri ancilia e il Palladio). Tra le sacre reliquie conservate ricordiamo anche il fascinus populi romani (un amuleto fallico) e i Penati, che secondo la leggenda Enea aveva con sé quando fuggì da Troia e giunse nel Lazio.

A Vesta si offrivano i frutti della terra, e in quanto dea del focolare, il 9 Giugno era anche la festa dei panettieri che offrivano il loro pane portandolo su asini ornati con pani e ghirlande. L’asino era l’animale che faceva muovere le macine, e nel racconto mitologico era legato a Vesta poiché il suo ragliare l’aveva svegliata appena in tempo per concederle di evitare le avance del dio Priapo.

Il periodo sacro si concludeva ufficialmente il 15 Giugno con la solenne purgamina Vestae: la pulizia e la purificazione del tempio. L’immondizia impura raccolta veniva gettata poi nel Tevere, in questo giorno segnato “Q. St. D. F” : Quando Stercum Delatum Fas, nel quale probabilmente interveniva una divinità chiamata Stercutus o Sterculinus, connessa alla rimozione delle impurità. Una leggenda lo identificava con Pico, padre di Fauno e mitico re del Lazio, un’altra con Saturno, in qualità d’inventore della pratica della concimazione dei campi.

Il fuoco di Vesta era anche e soprattutto un simbolo di Roma e della sua eternità: finché il focolare della dea fosse rimasto acceso, Roma sarebbe sempre esistita e avrebbe governato il mondo. A Vesta, che trovava il suo corrispettivo greco in Hestia, sacrificavano i pretori, i consoli e i dittatori, che in lei riconoscevano la protettrice dello Stato; ma a lei era dedicato anche il focolare domestico che ardeva in ogni casa romana e al quale era legato anche il culto degli antenati.

Le Vestali, le ancelle di Vesta, avevano il compito di custodire il focolare, facendo attenzione ch’esso non si spegnesse mai e restando vergini per evitare d’inquinarlo. Il numero delle Vestali variò nel corso dei secoli, da quattro a sei, e le fanciulle prescelte avevano l’obbligo di rimanere al servizio della dea per 30 anni: i primi 10 li impiegavano per imparare i misteri, nel successivo decennio svolgevano a tutti gli effetti il ruolo di sacerdotessa, negli ultimi 10 addestravano le novizie che le avrebbero poi sostituite. Questo collegio sacerdotale femminile veniva guidato dalla Vestale Massima e dal Pontefice Massimo, l’unico uomo che avesse autorità maggiore alla loro. Le sacerdotesse di Vesta avevano un ruolo molto importante nella società romana che concedeva loro una serie di privilegi, come quello di essere accompagnate dai littori e di avere dei posti a sedere privilegiati a teatro, di poter gestire liberamente il proprio patrimonio e di fare testamento. Tuttavia, qualora non avessero adempiuto ai loro compiti la punizione era severissima: venivano murate vive in una sorta di camera interrata presso il Campus Sceleratus (nella zona di Porta Collina, tra le attuali Via Goito e Via XX Settembre), con una lucerna, un tozzo di pane e un po’ d’acqua o latte, fino al sopraggiungere della morte.

Vestalia
Resti del Tempio di Vesta al Foro Romano, Roma. Di Tobias Helfrich – Opera propria, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=374766

Antonietta Patti
Archeologa

BIBLIOGRAFIA

  • I. E. Buttitta, Il fuoco. Simbolismo e pratiche rituali, Sellerio, Palermo 2002;
  • A. Carandini, La fondazione di Roma raccontata da Andrea Carandini, Laterza, Roma-Bari 2013;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, 250.
  • Giovanni Lido, Liber de mensibus, VI;
  • P. Ovidio Nasone, Fasti, libro VI;
  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, libro V;
  • Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, vol. XXVIII, 7.
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