Apuleio: la vita avventurosa e magica di uno scrittore

Conoscere le vicende private e pubbliche della vita di Lucio Apuleio Madaurense significa entrare in contatto con un uomo, prima ancora del filosofo e scrittore, che grazie a ciò che lui stesso visse in prima persona ci dà l’opportunità di conoscere meglio riti misterici, processi di magia e tutta l’aura di spiritualità presente nella civiltà romana dell’epoca. Di Apuleio, come spesso capita con gli scrittori dell’antichità, sappiamo poche cose, le quali come nel nostro caso ci sono tramandate per mezzo delle stesse loro opere (come per l’Apologia di Apuleio), il testo dal quale abbiamo tutte le informazioni necessarie per conoscere un uomo che, tra le altre cose, fu accusato di praticare oscure arti magiche.

Apuleio

LE ORIGINI E LA PRIMA FORMAZIONE DI APULEIO
Molte sono le domande che ancora permangono, ma in alcuni casi abbiamo informazioni che possono essere considerate certe. Partiamo dal nome ufficiale, quel Lucio Apuleio Madaurense che ci indica come, ad esempio, Apuleio fosse nato a Madaura, nell’odierna Algeria, nel 125 d.C. Dunque il nostro scrittore fu un esempio vivente di quell’Urbe multiculturale, di quell’impero, capace di generare figli della cultura, delle arti ed anche della politica al di fuori dei confini della penisola italica. Un nordafricano le cui opere, però, ebbero grande diffusione, e ciò vale ancora oggi. Capiamo dunque che se l’appellativo Madaurense fa riferimento alla sua città di nascita non molte certezze abbiamo sul nome Lucio, il quale probabilmente è semplicemente un rimando al protagonista principale dell’opera più famosa di Apuleio, le Metamorfosi. Per sua fortuna, comunque Apuleio ricevette un’educazione ed una formazione di tutto rispetto grazie alla prestigiosa carica del padre, il quale ricopriva la carica di duumviro, una posizione paragonabile a quella di console per funzioni pubbliche ed amministrative. Un ruolo politico assolutamente di spicco, un’alta magistratura che portò onore e gloria locali per tutta la famiglia del nostro scrittore. Per tale ragione Apuleio poté studiare e crescere bene, avendo inoltre l’opportunità di usufruire di una lauta eredità sopraggiunta alla morte del genitore. Probabilmente il giovane era di natura molto curiosa, tant’è che non si limitò a rimanersene a casa sua o nel suo luogo di residenza, poiché ciò che caratterizzò la vita di Apuleio fu il suo incessante viaggiare. E per quanto riguarda la sua formazione, anche spirituale, due furono le tappe che maggiormente segnarono la sua esistenza:

  1. Cartagine: qui Apuleio entrò in contatto con ambienti culturali di una certa rilevanza che gli garantirono una forte preparazione sull’eloquenza latina. La città diede molto ad Apuleio in un processo però dualistico perché, dopo il processo a suo carico di cui scriverò a breve, Apuleio tornò in quella che fu la più acerrima nemica di Roma, scegliendo Cartagine come il luogo in cui vivere per il resto della sua vita. Ma nel celebre centro urbano nordafricano Apuleio ricoprì anche delle cariche molto importanti e prestigiose, come quella di sacerdos provinciae, una sorta di funzionario religioso che doveva provvedere al culto imperiale ed al suo sviluppo. Apuleio dunque divenne il referente religioso, se così si può dire, dell’Urbe stessa a Cartagine, un gran sacerdote che, tra le altre cose, fu anche un ammirato conferenziere. Fu tenuto in grande considerazione a Cartagine, tanto che la città gli attribuì molti onori, tra cui l’erezione di numerose statue. Ma all’inizio della sua vita Apuleio voleva qualcosa di più, non voleva soffermarsi nella città nordafricana e, soprattutto, forse avvertiva già l’esigenza di approfondire la conoscenza della religione e della filosofia. Per questo scelse Atene come seconda tappa del suo viaggio, sempre inseguendo la sua bramosia di conoscenza, come si evince dalle sue stesse parole: “Bramoso com’ero di viaggiare, respinsi per qualche tempo l’impaccio del matrimonio”.
  2. Atene: nulla lo poteva fermare dunque, tanto che una volta giunto ad Atene non perse tempo e subito si immerse in studi vari, allacciando numerosi contatti con gli ambienti culturali ed intellettuali del momento. Come scrisse lui stesso “E anche altre coppe bevvi ad Atene: quella elaborata della poesia e quella limpida della geometria; quella della musica, dolcissima, e quella un po’ austera della dialettica; e infine la coppa della universale filosofia, davvero pari al nettare, di cui non ci si sazia mai”. La sua sete di conoscenza poteva sicuramente essere soddisfatta lì ad Atene, il luogo perfetto in cui allontanarsi dal clima tipicamente latino impregnato di stoicismo per avvicinarsi alle risposte sulla vita, sulla filosofia e sulla religione che, ad Atene come in tutto l’oriente, erano diverse da quelle che si potevano ottenere a Roma. Qui, nella città greca, Apuleio ebbe dunque modo di entrare maggiormente in contatto con un sapere filosofico che era ammantato anche di magia e di misticismo. Se già a Cartagine si era avvicinato ai culti misterici legati alla figura di Esculapio, dio della medicina, ad Atene invece abbracciò più profondamente i misteri eleusini, una tradizione sacrale e religiosa antichissima che, probabilmente, diede ad Apuleio la possibilità di impregnare la sua vita e la sua mente di quel senso per la spiritualità, accompagnata da pratiche magiche, che ebbe un ruolo importante nella sua vita. Si pensi ad esempio al suo contatto con il culto di Iside, diffuso ben oltre i confini egiziani che rappresentavano la terra d’origine della famosa divinità egiziana. Iside fu talmente costante nella vita di Apuleio da essere presente, ad esempio, nelle sue Metamorfosi. Ad esempio lo scrittore scrisse in merito alla divinità egiziana: “Tu sei santa, tu sei in ogni tempo salvatrice dell’umana specie, tu, nella tua generosità, porgi sempre aiuto ai mortali, tu offri ai miseri in travaglio il dolce affetto che può avere una madre”. Un vero e proprio tenero e personale abbraccio ad una divinità che rappresenta quel passaggio e trasformazione che modificarono il sentore religioso nell’Impero Romano del II – III secolo, quando sempre più uomini, proprio come fece Apuleio, cercarono risposte più intime e differenti rispetto a quelle solite e tradizionali date dalle divinità prettamente romane. Una ricerca incessante che portò Apuleio, purtroppo per lui, ad essere addirittura accusato di praticare magia nera.

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APULEIO E LA MAGIA: IL PROCESSO
Come scritto in precedenza un punto fermo della vita di Apuleio fu la sua grandiosa curiosità, quella sfrenata volontà di conoscere il segreto di tutte le cose che non fu pienamente soddisfatta neanche ad Atene o mediante i culti misterici a cui si associò. Di conseguenza Apuleio ritornò verso Cartagine, ma ovviamente per fare questo passò attraverso altre terre feconde di superstizioni, pratiche magiche e spirituali che ai Romani puri dell’Urbe sembravano così lontani dal pragmatismo religioso proprio della cultura latina. Dunque Apuleio passò in Egitto, un territorio protagonista di una sorta di sincretismo religioso dovuto all’unione tra le tradizioni religiose tipicamente egiziane e quelle greche e romane aggiuntasi a causa delle dominazioni e degli scambi commerciali. Apuleio arrivò sino in Cirenaica, nella moderna Libia, laddove conobbe Pudentilla, una donna che segnò per sempre la sua vita. Costei era la madre di un compagno di studi di Apuleio di nome Ponziano, una donna rimasta vedova che, una volta conosciuto Apuleio, decise di risposarsi. A quanto pare il nostro scrittore fu ampiamente d’accordo con le volontà di Pudentilla, ed i suoi si sposarono. E qui arrivarono i primi problemi e soprattutto la grave accusa che cominciò a pendere sulla persona di Apuleio il quale, con il suo ingresso ufficiale nella famiglia di Pudentilla, smosse sicuramente molte acque modificando pesantemente gli equilibri economici esistenti. Difatti furono i parenti di Pudentilla a denunciare alle autorità Apuleio, accusato di utilizzare pratiche magiche atte a circuire la donna, a convincerla di amare l’uomo e, in soldoni, a portarla alla terribile decisione di modificare l’eredità in favore di Apuleio. Di conseguenza il processo venne istituito non tanto per validi sospetti su presunti atti magici praticati da Apuleio, cose di per sé non strane in una società superstiziosa come quella romane, quanto perché grazie ad incantesimi di varia natura il filosofo stava cercando di modificare il lascito ereditario in suo favore. Anzi, i parenti di Pudentilla andarono oltre, in quanto accusarono Apuleio anche di aver ucciso Ponziano stesso, il figlio della donna, deceduto nel corso della relazione intercorsa tra lo scrittore e Pudentilla, così da avere campo libero.

Dunque l’intero impianto processuale si basava non su prove concrete ma sul presunto utilizzo di incantesimi che avevano, come unico scopo, quello di cancellare l’eredità precedente che era tutta a favore dei parenti della donna. Un processo basato sul nulla e sull’assenza totale di prove, come però se ne vedevano molti in una Roma, ed in un impero, in cui le antiche superstizioni erano ben dure a morire. Vi era poi un tribunale apposito che doveva legiferare e decidere su tutti quei processi che, similmente a quello di Apuleio, vedevano alla sbarra uomini e donne che, mediante arti magiche oscure e proibite, provavano ad impossessarsi di beni patrimoniali. Secondo la legge il nostro povero scrittore rischiava anche le pena di morte, cosa che sicuramente volle evitare in tutti i modi. Considerando che non abbiamo notizia di alcuna esecuzione capitale né tantomeno di punizioni fisiche o economiche, pare praticamente certo che Apuleio fu in grado di dimostrare la sua innocenza e la totale assurdità delle accuse mosse a suo carico. Il formidabile strumento da lui utilizzato per la sua difesa fu, ovviamente, la sua straordinaria retorica e la conoscenza di quelle stesse superstizioni religiose che lui aveva approfondito mediante l’avvicinamento ai numerosi culti misterici a cui partecipò. Inoltre ancora oggi possiamo avere un’idea abbastanza netta di ciò che accadde in Cirenaica, poiché tra le opere principali di Apuleio c’è proprio la sua Apologia (o De magia), che non è altro che la trascrizione della sua arringa difensiva. Una fonte di prima mano dunque, che ancora oggi indica l’assoluzione di Apuleio mostrando, allo stesso tempo, la sua stessa anima.

Apuleio

LE OPERE E LA POETICA
Se in generale si può dire che dalle opere di un autore si può scoprire molto sull’uomo, o la donna, che le ha scritte, ciò vale soprattutto per Apuleio in quanto le sue conoscenze, la sua stessa vita, le sue convinzioni, il suo modo di vedere le cose ed il mondo sono ampiamente riportate, e neanche troppo velatamente, nei suoi scritti. Vediamo allora quali sono:

  1. Apologia (o De Magia): questa è la trascrizione, suddivisa in due libri, del processo a carico di Apuleio ma, soprattutto, della sua completa assoluzione. Per tale ragione i toni dell’opera sono spesso enfatici se non trionfali, tanto a volte ad arrivare ad esaltazioni mitologiche. Evidentemente Apuleio fu ben felice di riportare in forma scritta la sua vittoria giudiziaria, facendo anche ben attenzione a mettere in chiaro la sua formazione spirituale ed educativa, oltre che a porre in risalto le sue conoscenze del sistema giuridico e del diritto romano. In quest’opera si percepisce già come la classica orazione ciceroniana stia diventando il passato, in quanto il modo di scrivere di Apuleio è più vibrante, quasi frizzante, con un’ampia scelta di periodi brevi e con risposte piccate alle accuse mosse. L’eloquenza di Apuleio fu utilizzata per smontare pezzo per pezzo l’impianto accusatorio, che inizialmente si basava proprio sul bell’aspetto di Apuleio il quale, ben conscio della cosa, avrebbe usato la sua presunta avvenenza per circuire Pudentilla. Peccato che, a detta di Apuleio, la bellezza sia semplicemente un dono degli Dei. Ciò che qui più interessa è, soprattutto, l’indicazione di Apuleio in merito all’uso della magia e, soprattutto, alla netta distinzione che esiste tra filosofo e mago. Difatti l’uomo fu accusato di praticare arti magiche proprio in virtù delle sue conoscenze filosofiche, ed è in questo solco che Apuleio mise bene in chiaro la differenza tra filosofo (che può anche avere contati con demoni ma solo a scopi purificatori) e mago (che invece utilizza i demoni per scopi puramente malvagi). Una presenza spirituale quella dei demoni comune negli ambienti filosofici dell’epoca, che il nostro scrittore si premunì di spiegare meglio in un’altra opera scritta che citerò a breve. Ad Apuleio fu anche addebitata una presunta povertà la quale, ovviamente, sarebbe stata la motivazione principale che lo avrebbe spinto ad appropriarsi dell’eredità di Pudentilla. Ma, dopo aver fatto presente che il padre gli aveva lasciato un già cospicuo lasciato, Apuleio elogiò la povertà stessa, la quale avrebbe garantito dignità, professandosi anche per questo platonico. L’Apologia è dunque un’opera a tutto tondo, uno scritto in cui l’autore fa vari riferimenti a processi giuridici del passato (casi che, diremmo oggi, hanno fatto giurisprudenza), a uomini come Cicerone o Catullo, a filosofi o eminenze letterarie come Virgilio. Leggendo quest’opera, infine, si può comprendere meglio quanto la presenza della magia permeasse la società romana, ed in quale modo essa veniva trattata, a vari livelli.
  2. De Deo Socratis (Sul Demone di Socrate): una delle opere filosofiche di Apuleio in cui prima esplica l’idea sulla demonologia di Socrate, per poi esporne una propria. In generale per Apuleio i demoni, considerati delle divinità minori, diventano degli spiriti (definiti anche angeli), che hanno la facoltà di essere dei perfetti intermediari tra gli dei e gli uomini. Da queste sue conclusioni, che ovviamente si rifanno ad un’influenza smaccatamente orientale, Apuleio attinse per la sua difesa nel processo da lui subito, in quanto appunto Apuleio non negò l’esistenza dei demoni, ma ne descrisse solamente l’uso che di essi si faceva. Tali spiriti avevano anche il potere di aiutare l’uomo ad ottenere rivelazioni e presagi sul futuro, ma stava però proprio all’individuo decidere in che modo utilizzare le risposte e gli aiuti dati dei demoni. Le azioni, malvagie o meno, dipendevano dunque strettamente dalle intenzioni dell’uomo, dalle proprie scelte, non dalla professione svolta o dal semplice fatto di conoscerne l’esistenza. In questo modo Apuleio descrisse al meglio la differenza esistente tra un mago malevolo ed egoista ed un filosofo retto e sapiente, come lui si descriveva.
  3. Metamorfosi: questa è certamente l’opera magna di Apuleio, tra l’altro l’unico vero romanzo, se posso usare questo termine, in lingua latina completamente integrale. Nonostante questo, però, è certo che Apuleio trovò l’ispirazione da uno scritto di Luciano di Samosata (contemporaneo del nostro scrittore), chiamato Lucius e l’asino. Probabilmente l’opera di Apuleio è un adattamento della fatica letteraria del greco, o forse entrambi provengono da una fonte in comune. Comunque nelle Metamorfosi i toni epici si alternano, in una variazione di temi grandiosa, con quelli fantastici, magici, tragici o comici. Si vede come, dunque, il linguaggio sia in un certo senso davvero letterario, in quanto Apuleio dimostra nelle Metamorfosi di saper variare registro linguistico senza alcun problema, adattando il tessuto verbale ai personaggi, ai loro caratteri, ed alle situazioni narrate. L’opera magna di Apuleio si compone di 11 libri in cui, molto in generale, narra delle tragicomiche disavventure di Lucius, un giovane che, per sbaglio, applica sulla propria pelle un unguento magico che, differentemente da quello che pensava, lo trasforma in un asino. Mantiene coscienza e facoltà intellettive umane, ma purtroppo esteriormente Lucius è a tutti gli effetti un quadrupede e l’unico modo per poter recedere, tornando alla forma umana, è quella di mangiare delle rose. Ovviamente ciò non sarà così facile perché Lucius si trova sempre impelagato in problemi o incontri, più o meno fortuiti, che non gli permettono di assaggiare i fiori necessari. La cosa interessante delle Metamorfosi è che grazie ai viaggi ed alle disavventure vissute dal ragazzo, in forma d’asino, veniamo a conoscenza di numerose storie e leggende a carattere più o meno mitologico, in un compendio di episodi sacri e profani che si presentano come una manifestazione di tutto lo scibile umano: umori, comportamenti, emozioni, sensazioni. Non solo, poiché il Lucius dalla forma asinina ci aiuta anche ad affrontare un viaggio nell’animo umano per mezzo dei numerosi uomini che incontra lungo il suo cammino. Grazie alle Metamorfosi, inoltre, veniamo a conoscenza di alcuni tratti del carattere dello scrittore stesso, a partire dallo stesso Lucius che, come scritto all’inizio, sembra avere un importante ruolo nel nome ufficiale che diamo oggi ad Apuleio. Ma proprio come l’autore anche Lucius diventa un asino per quella sua incontrollabile e forte curiosità che lo porta a voler entrare a tutti i costi nello studio privato di una donna considerata maga. Una curiositas, tipica dell’uomo intellettuale e del filosofo, che guida Apuleio nella sua incessante ricerca della verità, interrogando il mondo circostante ed interrogandosi interiormente. Sintomatico è anche il modo in cui termina il racconto in cui, senza fare alcuno spoiler, hanno importantissimo spazio e ruolo i misteri cultuali legati ad Iside, la quale apparve in sogno a Lucius, ancora in forma d’asino, per dargli conforto ed aiutarlo a raggiungere la fine del suo viaggio. Sembra, dunque, che la soluzione finale per avere la felicità sia proprio abbracciare i misteri legati ad Iside, esattamente come fece Apuleio in vita. Come è sintomatico il fatto che il finale del libro, in cui è fortemente presente un clima misterico e magico, non sia presente nel corrispettivo greco. Dunque i culti misterici, che sempre più presa stavano facendo sull’animo dei romani dell’epoca, pare fossero le risposte alle domande della vita. Sicuramente, inoltre, l’intera esistenza di Lucius è una grande allegoria, in cui si assiste prima alla caduta del protagonista che termina solo con la sua redenzione. Infine da ricordare come è proprio in quest’opera che è presente il famoso episodio mitologico di Amore e Psiche, rappresentato innumerevoli volte da artisti soprattutto di epoca rinascimentale.
  4. Florida: 4 libri in cui sono raccolti 23 brani oratori presi direttamente dalle conferenze tenute da Apuleio a Roma e Cartagine. Di conseguenza un’opera quasi autocelebrativa in cui, però, si evince la pluralità dei temi affrontati dallo scrittore nel corso della sua vita oltre, ovviamente, al grande seguito da lui avuto.
  5. Vi sono infine altre due opere filosofiche pervenutevi (il De Mundo e il De Platone et eius dogmate) oltre ad altri scritti che, purtroppo, sono andati perduti o si presentano in maniera fortemente frammentata (e qui cito una traduzione del Fedone di Platone o i Carmina Amatoria)

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LA MORTE ED IL LASCITO
Probabilmente Apuleio morì a Cartagine nel 170 d.C., anno da cui non abbiamo più notizie in merito ad un uomo che, per sua fortuna, passò a miglior vita per cause naturali. Presumibile è pensare che non sia morto in maniera violenta, altrimenti per uno della sua fama ci sarebbero state testimonianze scritte di qualche genere. Ricordo infatti che in vita, nonostante il processo, Apuleio fosse tenuto in grandissima considerazione, tanto che ebbe, come scritto in precedenza, addirittura delle statue erette in suo onore. Dopo la sua morte la figura di Apuleio fu a volte dimenticata, altre volte osteggiata. In quest’ultimo caso la fama di mago e di uomo in relazioni con spiriti maligni ovviamente gli portò in dote numerose critiche da parte di scrittori e studiosi cristiani. A parte questo, però, abbiamo un altro indizio su quanto Apuleio, già in vita, si fosse fatto davvero un nome negli ambienti filosofici, in quanto fu proprio questo l’aspetto particolarmente attenzionato nel corso dei secoli. L’Apuleio filosofo ebbe il sopravvento su quello “romanzesco”, almeno sino a quel primo Rinascimento quando, già dal ‘300 ma in misura maggiore il secolo successivo, le sue Metamorfosi tornarono alla ribalta diventando un corpus unico da cui attingere per avere una conoscenza maggiore su alcuni miti e leggende della Roma antica. Un corpus a cui gli umanisti, gli intellettuali, i mecenati e gli artisti fecero riferimento per costruire quel ponte storico tra le tradizioni dell’antica civiltà romana e quelle rinnovate nel corso del Rinascimento. Apuleio, in particolare con la storia di Amore e Psiche da lui raccontata, è dunque una delle figure storiche che, più di altre, è stata maggiormente riscoperta e rivalutata, un uomo che con le sue parole è riuscito, anche dopo secoli, a riaprire le porte di quel mondo magico, mistico e misterioso proprie della sfaccettata religiosità romana del II secolo d.C., quando le nuove tendenze orientali, personificate dai culti misterici e non solo, cominciarono a modificare in profondità la spiritualità dei Romani.

Gianluca Pica

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