Settimio Severo, l’imperatore autocrate

Il potere di Settimio Severo, che regnò dal 193 al 211 d.C., rappresentò uno spartiacque nella storia romana: fondatore della dinastia dei Severi, primo imperatore di provenienza africana (nacque infatti a Leptis Magna, oggi parte della Libia), ed anche uno dei primissimi a farsi chiamare dominus ac deus, un titolo di stampo orientale (influenzato probabilmente dalla convivenza con la moglie siriaca Giulia Domna) che associava la figura dell’imperatore a quella della divinità. Una sorta di Dio in terra il cui grande appoggio veniva dalla classe militare, grazie alla quale fece le sue fortune. Ma vediamo un poco meglio, nel dettaglio, la figura di questo storico generale, combattente e imperatore.

LE ORIGINI E L’ASCESA AL TRONO
Come detto Settimio Severo nacque a Leptis Magna nel 146 d.C., da una famiglia certamente agiata e nobile. La sua fortuna, però, fu di avere due zii paterni i quali riuscirono ad introdurlo nell’Urbe. A 18 anni, dunque, il giovane Settimio Severo arrivò a Roma e, tra i suoi primi incarichi, appare quello di avvocato per il fiscus. Successivamente il giovane avrà un cursus honorum di tutto rispetto, arrivando soprattutto in ambito militare a ricoprire ruoli apicali. Fu tribuno militare e governatore in varie provincie, soprattutto in Sicilia e successivamente della Pannonia Superiore. In tale veste si trovò a fronteggiare il dramma della morte di Commodo, avvenuta nel 192 d.C. In questo vuoto di potere si inserirono personaggi come Pertinace e Didio Giuliano, che tentarono in tutti i modi di accaparrarsi il potere puntando che sull’appoggio del Senato chi su quello dell’esercito. Giuliano, in particolare, passò alla storia per aver fondamentalmente comprato il trono imperiale, recandosi di sua sponte ai Castra Pretoria comprando il favore dei pretoriani con denari sonanti.

La Dinastia dei Severi, 193-235 d.C. - Studia Rapido

Non sarebbe dunque strano se, una volta preso il consenso e la sicurezza di poter cominciare a governare, Giuliano non si dedicasse a coloro che poteva considerare nemici, come Settimio Severo il quale aveva buoni agganci alla corte di Commodo. Per questo leggiamo nella Historia Augusta di come “su proposta di Giuliano Settimio Severo venne dal senato dichiarato nemico pubblico e furono mandati all’esercito per disposizione del senato dei messi a trasmettere ai soldati l’ordine di defezionare da lui, in nome di quanto il senato stesso aveva decretato”. Severo però fece la stessa cosa, puntando soprattutto sull’appoggio delle sue legioni le quali, ovviamente, diedero a lui la propria fedeltà. Di conseguenza, utilizzando sempre la Historia Augusta come fonte, veniamo a sapere di come “Ma Severo, sfuggito dalle mani dei sicari inviati da Giuliano ad ucciderlo, mandò ai pretoriani delle lettere con le quali ordinava loro di abbandonare Giuliano o di sopprimerlo, e subito fu ubbidito. Infatti Giuliano fu ucciso nel Palazzo, e Severo venne invitato ad entrare in Roma”.

Questo fu il momento in cui Settimio Severo ebbe la strada spianata verso il trono. Dopo che a Carnutum, nell’attuale nord dell’Austria e sede del comando militare della Pannonia Superiore, Settimio Severo ebbe il beneplacito delle sue legioni, e dopo essersi sbarazzato di altri pretendenti al trono, il neo imperatore aveva un solo problema da risolvere: i pretoriani. Coloro che pensavano di detenere il vero potere, quello per cui anche chi ambiva al comando imperiale doveva passare, erano un serio pericolo. Fu così che, una volta giunto a Roma, Settimio Severo ingannò i pretoriani e li rese completamente inoffensivi. Leggendo la Historia Augusta vediamo come “Giunto a Roma, Severo ordinò che i pretoriani gli andassero incontro indossando solo la tunica. E così inermi li convocò presso il palco, dopo aver dislocato tutt’attorno soldati armati. Poi, entrato in Roma, sempre armato e scortato da soldati armati, salì al Campidoglio. Di là, con lo stesso apparato, si recò a Palazzo, preceduto dalle insegne che aveva tolto ai pretoriani, tenute con le punte non erette, ma rivolte verso il basso”. Agli occhi dei Romani quello sembrò una specie di vero colpo di stato, tanto che il giorno successivo Settimio Severo legittimò il suo potere, davanti ai patres, accompagnato da amici armati. Niente di nuovo sotto il Sole di Roma, la quale trovò, dopo un periodo tumultuoso e movimentato in cui l’appoggio dell’esercito, legionari o pretoriani fu il vero ago della bilancia, il suo nuovo imperatore.

Settimio Severo - Wikipedia

SETTIMIO SEVERO E L’ESERCITO: UN RAPPORTO SPECIALE
Settimio Severo passò alla storia per essere un uomo il cui ascendente sui legionari era fortissimo. Usava spesso combattere in prima linea e, soprattutto, comportarsi come un vero soldato, nonostante il suo alto rango. Per questo, un po’ come avvenne per Cesare o Traiano, ebbe un appoggio illimitato dai suoi soldati. Appoggio il quale, ovviamente, l’esercito fu ricambiato. In quest’ottica dobbiamo vedere l’aumento della paga ricevuta dai soldati o l’adozione di altri benefici: istituzione di una annona militare, quindi specifica solo per l’esercito, la possibilità di sposarsi come meno vincoli, l’aumento del numero delle legioni, lo stanziamento di una di queste nuove legioni (la II Parthica) a pochi passi da Roma, nell’area di Albano. Quest’ultimo fu un segnale di come Settimio Severo volesse essere sicuro di stare saldo sul trono, avvertendo i suoi nemici interni che avrebbe avuto un’intera legione a sua disposizione, a pochi passi da Roma, per qualsiasi evenienza.

Ovviamente il consenso militare passava anche da campagne che avrebbero dovuto accrescere il prestigio dell’Urbe, dell’Impero e del suo comandante. E Settimio Severo pensò bene di tentare, per l’ennesima volta, un’impresa che per i Romani divenne una vera missione: la distruzione dei Parti. L’imperatore non badò a spese, creando ex novo ben tre legioni per tentare, finalmente, di detronizzare gli storici nemici orientali di Roma. Nel 187 d.C., dunque, Settimio Severo partì da Roma per un’impresa che fu immortalata anche dagli splendidi rilievi marmorei dell’Arco di Settimio Severo al Foro Romano, un monumento propagandistico in marmo in cui, ancora oggi e dopo duemila anni, si celebra il trionfo dell’imperatore. Sebbene i Parti, sotto varie forme, arriveranno a riorganizzarsi, è certo che Settimio Severo riuscì a trionfare. Giunse fino a Ctesifonte, capitale dell’impero partico, distruggendola e prendendo in ostaggio numerosi abitanti. Nella Historia Augusta leggiamo quanto segue: “Quando dunque l’estate volgeva ormai alla fine, invase la Partia, scacciandone il re e giungendo sino a Ctesifonte, che fu da lui presa al principio dell’inverno – ché in quei paesi la stagione invernale è la più adatta per condurre campagne militari – quantunque i soldati, costretti a nutrirsi di radici di erbe, finissero per contrarre varie malattie e disturbi. Per cui, sebbene sia per la resistenza dei Parti sia per le dannose conseguenze dei disturbi intestinali di cui soffrivano i soldati per non essere assuefatti a quel tipo di cibo, non fosse in grado di avanzare ulteriormente, nondimeno persistette nell’impresa, espugnò la città, costrinse il re alla fuga, uccise un gran numero di nemici, guadagnandosi così il titolo di Partico”. Le difficoltà nella marcia, nel combattere in un territorio storicamente ostile per i Romani e nell’affrontare comunque nemici valorosi dimostrò che la vittoria di Settimio Severo aveva un valore particolare.

Septimius Severus at the Battle of Lugdunum (197 CE) (Illustration ...

Tra le imprese militari dell’imperatore libico da sottolineare anche l’annessione di nuovi territori in Africa del Nord (la provincia nubiana fu estesa, ad esempio), per non parlare di un’altra campagna militare che sicuramente avrebbe reso Settimio Severo immortale: l’esplorazione e la completa conquista della Britannia. Fu questa, difatti, l’ultima delle sue valorose gesta. Nel 208 d.C., già con problemi di salute, l’imperatore non lesinò spese e sforzi fisici per giungere in Britannia a capo di circa 40.000 uomini. Una campagna militare in cui anche i suoi due figli, i giovani Geta e Caracalla, parteciparono attivamente. Purtroppo per Settimio Severo l’impresa bellica ebbe termine con la sua morte, avvenuta a York nel 211 d.C. Era anziano e malato (probabilmente gotta) ma, dopotutto, prefigurò la sua fine in maniera ordinata, dando all’impero una parvenza di stabilità. Da tempo, infatti, Settimio Severo aveva stabilito che la sua successione sarebbe stata ad appannaggio dei due figli, i quali avrebbero stabilito una diarchia utile, secondo le convinzioni dell’imperatore, a governare al meglio l’esteso Impero Romano (seguendo il solco lasciato, ad esempio, dal duo Marco Aurelio – Lucio Vero)

Arco di Settimio Severo nel Foro Romano

 

GESTIONE E CONCLUSIONE DEL POTERE
È indubbio come le vicende annesse all’imperatore Settimio Severo abbiano molto a che vedere con una gestione, quasi militaresca, del potere. Per lui il Senato contava molto poco, poiché l’esperienza diretta aveva suggerito lui di affidarsi più ai militari che ai patres. Questa fu la ragione per cui, ad esempio, spostò la II Legio Parthica ad Albano, non dopo aver già preso provvedimenti, anche molto duri, con membri della classe senatoriale a seguito di presunti colpi di Stato. Tutto questo andò in contrasto con ciò che giurò al momento dell’incoronazione quando, dopo la morte di Didio Giuliano e lo scioglimento di quel corpo di pretoriani che pretese di scegliere le sorti dell’Impero Romano stesso, e dopo la divinizzazione di Pertinace (espressione comunque della classe senatoriale), Settimio Severo giurò che mai avrebbe torto un capello ad un Senatore. Peccato che poi, fondamentalmente, tolse al Senato quasi ogni autorità sull’amministrazione e gestione dell’Impero.

Nonostante Settimio Severo buttasse sempre un occhio all’esercito o ad una nuova campagna militare, le fonti ci dicono come fosse comunque un attento amministratore, specialmente in ambito giuridico. Secondo Cassio Dione, ad esempio, “prima dell’alba egli era già in piedi a lavoro: poi, passeggiando, trattava con i suoi consiglieri gli affari dello Stato. All’ora delle sedute, se non era giorno di festa, si recava al suo tribunale”. Forse questa attenzione agli affari dello stato fu una prerogativa del carattere di Settimio Severo il quale, sin dalla più tenera età, pare fosse molto avvezzo a questo genere di questioni. “Nella sua prima fanciullezza, prima di essere avviato allo studio delle lettere latine e greche – nelle quali giunse a somma erudizione -l’unico suo gioco cogli altri fanciulli fu quello del giudice, nel quale egli, dopo la processione preceduta dai fasci e le scuri, sedeva e giudicava attorniato dalla schiera dei compagni” (Historia Augusta). Tutto questo per comprendere come Settimio Severo sia, fondamentalmente, un uomo che sapeva come gestire uno stato, sebbene avesse scelto appositamente di appoggiare la forza sociale rappresentata dall’esercito piuttosto che quella senatoriale. Una scelta che, giusta o sbagliata che fosse, portò Settimio Severo ad essere comunque ricordato come un ottimo imperatore, un grande combattente ed un uomo che, con le sue azioni, rese grande l’Urbe.

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