I primi anni della Repubblica

Sotto gli ultimi re, Roma aveva imposto la propria egemonia a gran parte del Latium, cioè la parte dell’odierno Lazio abitata dai Latini. Il trattato con Cartagine stabilito nel 509 a.C. mostra che Roma controllava tutta la costa a meridione della foce del Tevere e parlava dei Latini quasi come di propri sudditi. Tuttavia il cosiddetto ager Romanus, cioè il territorio dove si trovavano le proprietà dei Romani e le terre appartenenti alla comunità cittadina, restava molto ridotto. Sorpassava appena gli 800 chilometri quadrati di superficie, molto meno dell’attuale territorio del comune di Roma.

Il passaggio dalla monarchia alla repubblica indebolì per un certo periodo la superiorità romana. Avvenne addirittura che il re degli Etruschi di Chiusi, Porsenna, riuscisse per breve tempo a impadronirsi di Roma. Il principale problema però non erano gli Etruschi, ma le iniziative intraprese dai Latini per contrastare l’espansionismo romano. Tuscolo, Tivoli, Ariccia e altre città latine diedero vita, in funzione antiromana, alla Lega latina. Secondo la tradizione Roma sconfisse l’esercito della Lega nella battaglia di lago Regillo (nel 499 o nel 496 a.C.), ma non dovette trattarsi di una vittoria così schiacciante se la guerra proseguì, terminando poi nel 493 a.C. con un’alleanza dove presunti vincitori e presunti sconfitti appaiono in una condizione di rigorosa parità. La repubblica non aveva ancora iniziato le sue conquiste. A spingere all’alleanza fra Roma e Latini fu un pericolo comune, rappresentato dall’espansione dei bellicosi popoli montanari dei Volsci, dei Sabini e degli Ernici. Contro questi nemici la lotta fu lunga e durissima. Roma vi svolse un ruolo decisivo, riconquistando in tal modo l’egemonia sui centri latini. La vittoria decisiva avvenne a Monte Algido nel 431 a.C. Il successivo ostacolo all’espansione territoriale di Roma era la grande città etrusca di Veio, situata ad appena una quindicina di chilometri da Roma sulla riva destra del Tevere e rivale temibile nel controllo del fiume e delle vie commerciali che dall’Etruria si dirigevano verso il meridione. A Veio venne allora mossa una guerra feroce, durata dieci anni (405-396 a.C) e conclusa da un lunghissimo assedio che fu infine risolto da uno stratagemma del dittatore romano Marco Furio Camillo: scavato di nascosto un cunicolo, riuscì a prendere i nemici di sorpresa. Veio fu distrutta, la sua popolazione trucidata o venduta schiava. Era la prima guerra di conquista condotta da Roma, la prima di una lunga serie. La repubblica ottenne molteplici risultati in un colpo solo: raddoppiò il suo territorio, eliminò la concorrenza sul Tevere e acquisì una posizione di indubbia supremazia verso gli alleati latini.

Se la vittoria su Veio fu il primo passo dei Romani verso l’impero, altrettanto importante si rivelò una sconfitta, anzi un vero e proprio disastro per il prestigio di Roma. Nel 390 a.C. i Celti (che i Romani chiamavano Galli) appartenenti al gruppo dei Sènoni si mossero dalla Romagna, dove si erano stanziati un decennio prima, e si spinsero sotto la guida di Brenno fino a Roma; sbaragliarono l’esercito romano, entrarono nella città, la saccheggiarono, e infine si ritirarono solo dopo il pagamento di un grande riscatto. Ritornati i Galli nell’Italia del Nord, la comunità romana si mobilitò per evitare che un disastro simile potesse ripetersi e per recuperare la precedente potenza: la sconfitta finì così per dare una spinta formidabile al dinamismo di Roma.
Il segno ancora oggi più visibile della determinazione romana fu la decisione di ricostruire in grandi blocchi di tufo le fortificazioni precedenti. Roma divenne così una delle più potenti città fortificate del Mediterraneo, in grado di resistere alla successiva invasione gallica nel 360 a.C., e poi ad altri attacchi. Ma la mossa decisiva fu la distribuzione delle terre conquistate a Veio. Ogni maschio romano, sia gli adulti che i loro figli, ricevette sette iugeri di terra, un’estensione di terreno piccola ma sufficiente a mantenere una famiglia. Roma diventava in questo modo una comunità composta interamente di proprietari fondiari: e in quanto proprietari, tutti erano obbligati al servizio militare come fanti. Caso unico nell’Antichità, a Roma il rapporto fra gli uomini liberi e quelli che disponevano di mezzi sufficienti per armarsi e potevano essere mobilitati per la guerra divenne in tal modo vicino al 100%.

Questa divisione egualitaria del territorio conquistato fu una decisione straordinaria dovuta a una situazione straordinaria, appunto il disastro subito con l’occupazione dei Galli. Fu straordinaria perché andava a beneficio della maggioranza della popolazione, i plebei, anziché dei soli patrizi (poveri e diseredati diminuirono molto, anche se tornarono in seguito ad aumentare). Ai nostri occhi la scelta di ripartire fra tutti i cittadini la terra conquistata sembra la sola giusta; ma se consideriamo il sistema istituzionale romano essa appare sorprendente. Tutte le cariche importanti della repubblica appartenevano infatti al patriziato, cioè a un gruppo sociale ereditario composto da una minoranza di famiglie importanti, le gentes. Vi dovevano davvero essere validi motivi perché i patrizi rinunciassero a tenere solo per sé i territori presi a Veio.

I primi anni della Repubblica

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