Roma e la conquista di Veio

Veio (Veii) fu un’importante città etrusca situata a circa 20km nord-ovest di Roma. Fondata con ogni probabilità nel IX secolo a. C. nei pressi della riva destra del Tevere, Veio già nel secolo successivo alla sua fondazione entrò in conflitto con Roma per il controllo dei septem pagi (i territori ad ovest dell’isola Tiberina).

Proprio il Tevere costituiva all’epoca il confine naturale fra il territorio etrusco e quello dei popoli latini, ma in particolar modo era la principale via di traffico dal mare verso l’entroterra. Roma, che nacque sul lato sinistro del Tevere e che controllava perciò la navigazione e i commerci, divenne fin da subito un problema per l’economia e la crescita di Veio. Gli stessi Romani compresero presto che i Veienti sarebbero stati il loro più grande ostacolo economico e militare verso l’Etruria. Per questi motivi la pace e la guerra con Veio si alternarono con scadenze quasi regolari nel corso dei secoli.

Decisi ormai a sottomettere definitivamente la città rivale, nel 405 a. C i Romani iniziarono il decennale assedio di Veio, dopo che l’anno precedente era stata dichiarata guerra alla potente città etrusca. Le città dell’Etruria non intervennero militarmente in favore della consorella. Espugnare Veio non era comunque impresa facile, poiché sorgeva su uno sperone roccioso che le forniva una difesa naturale dagli assalti e possedeva anche una robusta cinta muraria.

Di grande interesse è senz’altro la novità introdotta dal Senato in quegli anni: pagare le truppe. In precedenza, l’esercito romano era costituito da liberi cittadini che venivano di volta in volta inquadrati nei ranghi militari. Questi soldati improvvisati, quindi, dovevano abbandonare il proprio lavoro per essere impiegati in battaglia: oltre a rischiare la vita, subivano perciò anche un grave danno economico. Qualora una battaglia fosse durata addirittura anni, tutto ciò diventava insostenibile sia per i cittadini-soldato che per le loro famiglie, che si sarebbero ritrovate in estrema povertà. Per questo motivo si arrivò alla decisione di stipendiare i soldati.

Grazie a questa importante novità, Roma poté continuare l’assedio di Veio ad oltranza. Il conflitto ebbe una svolta quando nel 403 a.C. i Romani iniziarono a costruire fortini per controllare il territorio veiente, e terrapieni e macchine d’assedio (vinea, torri e testuggini) per stringere d’assedio la città etrusca.

Veio, dal canto suo, nel 402 e nel 399 a. C. riuscì ad allearsi rispettivamente con i Capenati e i Falisci, ma i Romani non mollarono la presa sulla città nemica.

Veio

Tuttavia, nel 396 a. C., i Capenati e i Falisci colsero di sorpresa i Romani in un’imboscata, dove insieme a molti soldati, trovò la morte Gneo Genucio Augurino, uno dei sei tribuni consolari eletti per quell’anno. La notizia, ingigantita ed esasperata, giunse sia all’esercito che assediava Veio che a Roma, gettando nel panico la popolazione. Invece che chiusi nelle proprie mura, sembrava che i Veienti fossero alle porte di Roma. Come già accaduto in altre situazione di crisi, Roma reagì nominando un nuovo dittatore, questa volta impersonificato da Marco Furio Camillo.

Furio Camillo nominò subito Publio Cornelio Scipione (antenato del celebre Scipione l’Africano) magister equitum (maestro della cavalleria), che cambiò velocemente le sorti della guerra.

Veio

Lo stesso Camillo sconfisse i Capenati e i Falisci nei pressi di Nepe, restaurando e potenziando subito dopo le fortificazioni che circondavano Veio. L’assedio alla città poté così ricominciare con maggiore veemenza. Durante l’assalto, Camillo ordinò lo scavo di una galleria sotterranea per poter penetrare all’interno delle mura nemiche. I soldati lavorarono senza sosta in turni di sei ore senza mai fermare lo scavo.

Furio Camillo, alla presenza delle truppe, pregò Apollo e Giunone Regina, la dea protettrice di Veio. Roma era finalmente pronta a sferrare l’attacco finale. Completata l’opera, il dittatore ordinò di attaccare in forze e in più punti le mura della città, per dissimulare la presenza di soldati nella galleria sotterranea.

«La galleria, piena com’era in quel momento di truppe scelte, all’improvviso riversò il suo carico di armati all’interno del tempio di Giunone sulla cittadella di Veio: parte di quegli uomini prese alle spalle i nemici piazzati sulle mura, parte andò a svellere dai cardini le sbarre che chiudevano le porte e altri ancora appiccarono il fuoco alle case dai cui tetti i servi e le donne scagliavano una gragnuola di sassi e tegole».

(Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 2, 21.)

Dopo aver massacrato l’esercito etrusco, Furio Camillo ordinò ai suoi soldati di non uccidere chi non era armato. Iniziò quindi il saccheggio della città. Veio venne così conquistata dai Romani nel 396 a. C., che posero le basi della propria supremazia sull’altra sponda del Tevere, fino ad allora controllata da popolazioni etrusche. L’immenso bottino di Veio venne spartito tra i cittadini romani che si recarono a Veio per richiedere la propria parte. Gli Etruschi cominciarono inesorabilmente a segnare il passo alle conquiste e all’espansionismo di Roma.

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