Catilina: da sobillatore a vittima del sistema

Lucio Sergio Catilina è noto soprattutto per la congiura che ne porta il nome, malgrado questa costituì solo uno degli ultimi atti di una vita vissuta come qualsiasi esponente dell’aristocrazia romana del I secolo a.C., ovvero alla continua ricerca del consenso politico e sociale. Le parole di Sallustio, che scrisse “Nato da nobile stirpe, fu di grande forza d’animo e di corpo, ma l’ingegno suo era malvagio e vizioso”, non rendono completamente giustizia ad un politico, oltre che generale, che aspirò ad ascendere la scala sociale, seguire un cursus honorum impeccabile e perseguire i suoi ideali.

ORIGINI ED INCARICHI POLITICI

Catilina apparteneva alla nobile famiglia dei Sergii, che pare avesse radici addirittura troiane. Secondo la tradizione, infatti, il capostipite di questa antichissima gens sarebbe stato Sergesto, amico ed alleato di Enea che con lui fuggì dalla città in fiamme, come narrato da Virgilio ne l’Eneide. Malgrado queste prestigiose origini, nel 108 a. C. quando Catilina nacque, I Sergii erano decaduti, non occupando posizioni politiche di grande rilievo in seno alla Repubblica di Roma da circa due secoli. Questo certamente rappresentò uno svantaggio per il giovane Catilina, privo di qualsiasi appoggio all’inizio della sua carriera, e non è escluso che tale condizione di castrazione e avversità e il veder costantemente favoriti membri di famiglie meno gloriose della sua, contribuì a quella avventatezza che ispirò le sue scelte future. Ritroviamo Catilina nell’89 a.C. al seguito dell’esercito del console Strabone, il quale stava tentando di sconfiggere la coalizione dei socii italici che si erano ribellati al potere centrale dell’Urbe. Sicuramente in questo periodo conobbe personaggi destinati a fare la storia di Roma, quali Cicerone, Pompeo e Silla, che contribuirono a plasmare la sua personalità e ad incidere sulle sue decisioni politiche e sul futuro schieramento del giovane all‘interno delle fazioni in cui la Capitale dell’Impero era divisa. Catilina entrò nelle grazie di Silla, il futuro dittatore, tanto che l’anno successivo, nell’88 a.C., lo seguì nella vittoriosa campagna contro Mitridate VI, re del Ponto. Il connubio ed il rapporto con Silla furono molto solidi e nell’84 a.C., quando quest’ultimo si presentò fuori Porta Collina per sconfiggere i mariani (sostenitori di Gaio Mario), asserragliati in città, Catilina occupò l’ala destra dell’esercito sillano, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria del suo generale. Purtroppo questo sodalizio non giovò alla reputazione di Catilina, in quanto molto spesso fu associato, per spietatezza e crudeltà, proprio al dittatore, che non esitò a usare e abusare della violenza di per prendere e mantenere il potere.

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Secondo le cronache, nel corso dell’assalto a Roma dell’84 a.C. , Catilina uccise personalmente il cognato Marco Mario Gratidiano, portando in tronfio la testa del defunto parente sino al Foro Romano e gettandola proprio ai piedi di Silla. Sallustio, autore che certamente non apprezzava Catilina, scrisse inoltre a suo riguardo “Fin dalla prima giovinezza gli piacquero guerre intestine, stragi, rapine, discordie civili, e in esse spese tutta la sua gioventù”. Un quadro non certo lusinghiero, che le accuse mosse contro Catilina, nel corso degli anni, non contribuirono a rendere meno veritiero. Durante il regno di Silla, ed anche dopo la sua morte, Catilina fu infatti accusato dei delitti e delle azioni più nefande: dalla violenza sessuale alla cospirazione, dall’incesto all’uccisione di un figlio, sino all’omicidio. Sallustio è una fonte continua di testimonianze sul carattere e azioni di Catilina, il quale pare fosse di “animo temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualsivoglia cosa”. Nonostante tutto questo, però, la sua carriera, se da una parte non ebbe mai grandi scossoni, dall’altra avanzò continuamente, anche perché tutte le accuse a suo carico furono sempre rigettate. Così nel 78 a.C. divenne questore, nel 70 a.C. edile e due anni dopo pretore. Gli mancava quindi solo la carica di console, ovvero la più importante nella Roma Repubblicana, per di poter vantare un rispettabile cursus honorum . Ma fu proprio in questo momento che cominciarono i problemi…

LA CONGIURA DI CATILINA E LE SUE ORIGINI

Nel 64 a.C. Catilina si presentò per la prima volta la sua candidatura a console, senza riuscire ad essere eletto anche per la tenace opposizione di un giovane oratore, Cicerone, il quale non lesinò aspre critiche, se non vere e proprie accuse, non solo sull’operato politico di Catilina ma anche sulla sua persona. Quella che passò alla storia come l’immagine nera di Catilina cominciò da qui ma basandosi in effetti sul contesto sociale e politico in cui versava la Roma del I secolo a.C. Già prima dell’esperienza sillana, che fu un vero e proprio spartiacque nell’esistenza stessa della Repubblica, l’Urbe assistette ad un progressivo impoverimento della classe media, ad un’espansione senza eguali dei territori che apportarono nuove ricchezze in particolare all’aristocrazia ed alla nobiltà e, soprattutto, ad un progressivo inasprimento del dibattito politico, reso palese dalle lotte tra Mario e Silla e, di conseguenza, negli scontri tra populares ed optimates. Due visioni diverse dello Stato, due posizione inconciliabili nella gestione della res publica e nelle persone preposte a farlo. Catilina, avendo scelto di stare dalla parte di Silla, si confermò come uno dei difensori dell’oligarchia senatoriale che tentò in tutti i modi di mantenere ben saldo il potere in questo frangente storico. Purtroppo per Catilina, però, proprio il suo grande appoggio a Silla generò molto malcontento anche tra le sue fila, in quanto in molti ebbero paura che Catilina potesse seguire la strada del potere assolutistico, con grave depotenziamento del Senato e delle sue funzioni, come in effetti fatto dal suo mentore Silla prima di lui. Di conseguenza uomini come Cicerone ebbero gioco facile nel denigrare le azioni e la persona stessa di Catilina, che come ogni politico possedeva un orientamento e una strategia da attuare con tutti i mezzi, civili e legali, a propria disposizione. Anzi, in occasione dell’elezione del 62 a.C., anno in cui Catilina tentò nuovamente di farsi eleggere console, quest’ultimo puntò, mediante promesse irrealizzabili, all’appoggio delle plebe che, per anni, fu il bacino principale del consenso dei populares di Mario, in evidente continuità con la sua politica. Catilina si impegnò per la remissione dei debiti e per una più equa distribuzione delle terre, generando così ulteriore malcontento anche tra le fila degli optimates.

 

Questo fu il momento in cui, secondo le cronache e, in particolare, secondo Sallustio che vide in Catilina l’esempio perfetto di Romano capace di sovvertire l’ordine naturale e politico delle cose, esplose la famosa Congiura di Catilina, il tentativo apparente di sovvertire l’ordine repubblicano (riprendendo in parte ciò che qualche anno prima fece proprio Silla) in favore di uno oligarchico di stampo dittatoriale, con a capo proprio Catilina che, forse stanco dei continui ribaltamenti di fronte, delle accuse a lui mosse e dell’impossibilità di essere eletto come console, tentò una mossa estrema. Le fonti antiche, le uniche a disposizione ma non sempre imparziali, non costituiscono una testimonianza inconfutabile circa la fondatezza del tentativo congiura, se fu in parte attuata o se invece fu solo una montatura politica per eliminare definitivamente una figura sempre più ingombrante e difficile da gestire. Fu così che nel 63 a.C., quando Cicerone era già scampato ad un attentato tesi dai congiurati, invitò tutti i senatori presso il tempio di Giove Statore, iniziando la sua orazione contro Catilina con il famoso incipit “Fino a quando abuserai, Catilina, della nostra pazienza?”. Nel corso di quattro successive orazioni Cicerone esortò il Senato a prendere misure severe. L‘affermazione  “la tua condanna a morte, o Catilina, avrebbe dovuto essere ordinata già da tempo dal console”,  promuove, seppur in maniera indiretta, la condanna a morte per lui e tutti gli altri congiurati. Cicerone si presentò al consesso senatoriale con in pugno alcune lettere dove compariva la lista dei traditori della Patria e le loro intenzioni. Come ne venne in possesso? Probabilmente fu Fulvia, amante di uno dei congiurati, a riferire a Cicerone cosa stava per accadere, salvandolo anche dall’attentato sopra citato che doveva essere portato a compimento il giorno stesso della prima pubblica accusa contro Catilina. Con la scusa di salutarlo, infatti, due congiurati si sarebbero dovuti presentare a casa dell’oratore per eliminarlo il quale invece, sopravvissuto, si presentò alla seduta del Senato con la corazza “non perché essa mi proteggesse dai colpi […] bensì per richiamare l’attenzione degli onesti”. Nel corso delle sue orazioni Cicerone non fu mai prodigo di dettagli (dei quali forse non era a conoscenza neanche a lui, comprendendo come la congiura fosse stata necessariamente portata avanti nella più grande segretezza), eppure le sue invettive raccontano come Catilina avrebbe tentato di sovvertire l’ordine senatoriale uccidendo contemporaneamente alcuni dei membri più eminenti del Senato ed utilizzando un esercito composto da fedelissimi e anche da una tribù gallica. Alla fine delle numerose orazioni, Catilina ed i congiurati furono condannati a morte (in quanto cittadini romani potevano essere strangolati nel Carcere Mamertino), senza però avere la possibilità di sfruttare la cosiddetta provocatio ad populum, ovvero la possibilità di chiedere la grazia direttamente al popolo (una decisione apparentemente contro la legge che provocò dei problemi allo stesso Cicerone). La presunta congiura alla fine fu sventata, portando così alla morte di Catilina.

LA FINE DI UN UOMO AMATO PIÙ DAL POPOLO CHE DAL SENATO

Lucio Sergio Catilina fuggì da Roma prima della lettura definitiva della sentenza e dei capi d’imputazione, e certamente la sua fuga fu vista come un’ulteriore prova della sua colpevolezza. Certamente aveva molti amici a cui fare riferimento, soprattutto in Toscana, nella zona di Fiesole, dove secondo l’accusa si era accampata l’armata di Galli con cui aveva presso accordi, ma il suo “esercito” , di cui non è noto da quanti uomini fosse formato, non poté nulla contro la forza dei legionari inviati dal Senato di Roma. Nel suo De Coniuratione Catilinarie, scritto vent’anni circa dopo gli eventi qui descritti, Sallustio riporta anche il presunto discorso che Catilina fece ai suoi, dopo aver compreso di come non ci fosse molta speranza di vittoria. “Quando vi guardo, o soldati, e quando considero le vostre azioni, mi prende una grande speranza di vittoria. L’animo, l’età, il valore vostri mi incoraggiano, e la necessità, inoltre, che rende coraggiosi anche i pavidi. E infatti l’inaccessibilità del luogo impedisce che la moltitudine dei nemici possa circondarci. Se la fortuna si sarà opposta al vostro valore, non fatevi ammazzare invendicati, e neppure, una volta catturati, non fatevi trucidare come bestie piuttosto che lasciare ai nemici una vittoria cruenta e luttuosa combattendo alla maniera degli eroi!”. Sicuramente parole ad effetto che, in un certo senso, rendono giustizia al Catilina soldato che, secondo le cronache del tempo, si distinse sempre sul campo di battaglia, per intraprendenza e temerarietà. Catilina morì il 5 gennaio del 62 a.C., caduto con onore (dal suo punto di vista) mentre combatteva.

Ma come dobbiamo leggere l’intera vicenda che riguarda Catilina? Lucio Sergio non fece nulla di diverso rispetto ad altre personalità politiche eminenti e preminente della sua epoca, raccogliendo quanto più potere e consenso possibili per attuare i suoi piani. Questo non si traduce nella certezza che Catilina si prefissò fin dall’inizio avesse pianificato una congiura volta ad eliminare le prerogative senatoriali, sulla falsariga di ciò che in passato fece Silla, ma è certo che proprio quest’ultimo, con le sue gesta, creò un precedente che condizionò il giudizio dei suoi contemporanei. Forse Catilina era solo un uomo avido di potere e di denaro, vanaglorioso e senza scrupoli, un uomo e politico che usava anche la violenza dove riteneva necessario per poter conquistare potere. Certamente, però, sembra che la carriera di Catilina sia stata costellata di continui rallentamenti sin dagli inizi, e il suo percorso politico ostacolato da molti senatori nel timore che potesse diventare un nuovo Silla. Per questa ragione Catilina, deve essersi convinto di sfruttare il consenso del suo mentore e diventare depositario degli interessi degli optimates, inconciliabile con il parallelo tentativo di trovare appoggi anche tra le fila popolari, disattese dal suo operato: “E non era sconvolta solo la mente di coloro che erano i complici della congiura, bensì l’intera plebe, desiderosa di cambiamenti, approvava i propositi di Catilina. Così sembrava facesse ciò secondo il suo costume abituale. Infatti in uno Stato i poveri invidiano sempre i ricchi ed esaltano i malvagi; odiano le cose antiche, desiderano vivamente le novità; a causa dell’avversione alla loro situazione aspirano a sovvertire ogni cosa; si nutrono di tafferugli e di disordini, visto che la povertà rende facilmente senza perdite”. Queste sono le parole di Sallustio, che spiegano come Catilina avrebbe rinfocolato le antiche diatribe e lotte di classe tra patrizi e plebei, forse con l’intento di trovare un ulteriore via al potere.  In conclusione, sebbene Catilina fosse sempre stato descritto come un uomo crudele ed assetato di sangue, anche Cicerone dovette ammettere che in lui, forse, c’erano degli aspetti positivi. Il famoso oratore, anni dopo le vicende qui narrate, scrisse infatti che, a volte, “[Catilina] era un buon cittadino, appassionato ammiratore degli uomini migliori, amico sicuro e leale”. Un pensiero che forse non correva nella testa di molti, ma che concorre a farci riflettere su come, spesso, la storiografia possa essere a volte impietosa ed imparziale.

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