Publio Quintilio Varo e la disfatta di Teutoburgo

Di Publio Quintilio Varo si ricorda solamente l’ignominiosa sconfitta alla quale il suo nome è legato: la disfatta nelle foreste di Teutoburgo nell’infausto settembre del 9 d.C. Gli stessi storici romani non trattarono molto bene Varo, descritto a volte come arrogante ed incapace, altre volte come un uomo che non sapeva leggere bene gli eventi.

Scrive Cassio Dione, infatti, che “Varo credeva che [i Germani] potessero essere civilizzati con il diritto, questo popolo che non si era potuto domare con le armi. Con questa convinzione egli si inoltrò in Germania come se si trovasse tra uomini che godono della serenità della pace e trascorreva il periodo estivo esercitando la giustizia […] davanti al suo tribunale […] ma i Germani, molto astuti nella loro estrema ferocia e fingendo [di essersi adeguati alla legge romana] indussero Varo ad una tale disattenzione ai problemi reali, che Varo si immaginava di amministrare la giustizia quasi fosse un Pretore urbano nel Foro Romano, non il comandante di un esercito in Germania”. Ma Varo era davvero una persona così inaffidabile? Ecco, come spesso accade, anche in questo caso non sempre è buono fidarsi ciecamente delle fonti scritte.

LE ORIGINI E LA CARRIERA POLITICA DI VARO

Cosa sappiamo davvero di Publio Quintilio Varo? Sicuramente balzò agli onori della cronaca quando, alla fine del I secolo a.C., parve godere di grande considerazione da parte di Augusto, il neo princeps che scelse Varo come governatore della turbolenta provincia germanica. Ma prima di diventare famoso, suo malgrado, come governatore e militare, di Varo sappiamo che, come si evince dal nome completo, faceva parte della Gens Quintilia, una famiglia di sicura origine patrizia ma non certamente all’apice della scala sociale romana. Nella sua lunga storia, infatti, questo clan familiare ebbe l’onore di avere un solo console tra le sue fila, tra l’altro nel lontano V secolo a.C. Dopo di che molte furono le magistrature, anche di una certa rilevanza, ricoperte dalla Gens Quintilia, ma nulla più. Nonostante questo, però, sicuramente la famiglia godeva di una certa reputazione nel tessuto economico e sociale romano e, sebbene non abbiamo praticamente nessuna notizia sull’infanzia di Varo (nato attorno al 47 a.C.), è ragionevole pensare che il piccolo abbia ricevuto un’educazione molto buona, come il suo rango sociale prevedeva. Inoltre riuscì nell’intento di farsi davvero strada nella politica romana, sconquassata dalle lotte fratricide ed intestine che videro fronteggiarsi prima Giulio Cesare contro Pompeo, poi Ottaviano come Marco Antonio. La Gens Quintilia, soprattutto nella persona del padre di Varo, si proclamò sempre fiero oppositore di Giulio Cesare e della sua politica. Nonostante questo, però, forse per convenienza politica, forse per non avere troppi nemici attorno a sé, o forse ancora per simpatie personali, il rampollo della famiglia riuscì ad ottenere prestigiosi incarichi nel corso del principato di Augusto. In un modo o nell’altro, dunque, Varo cominciò a risplendere come una stella nel panorama militare e politico romano, tanto che viene difficile pensare che fosse effettivamente uno sprovveduto, come successive fonti ci dicono.

La foresta di Teutoburgo, in una giornata nebbiosa e piovosa, come doveva apparire alle legioni romane di Varo nei giorni della battaglia. Di Nikater – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2966917

Si immagini che a Varo venne concessa talmente tanta fiducia che gli fu accordato di sposarsi con Vipsania Marcella, figlia di quel Marco Vipsanio Agrippa che fece, in tutti i sensi, le fortune di Augusto. L’anno successivo nel 13 a.C., ricoprì il ruolo di console, lavorando in tandem con Tiberio e promuovendo una politica che potesse aiutare Agrippa a consolidare il suo potere e, di riflesso, quello di Augusto. Ancora una volta, dunque, abbiamo idea di come il princeps cercasse in tutti i modi di circondarsi di persone che sapevano il fatto loro e che, soprattutto, potessero lavorare per il bene dell’Urbe e di Augusto stesso. Ma gli onori di Varo non finiscono qui in quanto, ad esempio, abbiano notizia che fu proprio lui ad essere chiamato a redigere e proclamare, dinanzi al popolo romano, la laudatio funebris in onore di Agrippa, morto nel 12 a.C., assieme ovviamente ad Augusto stesso. Poi cominciò la carriera di Varo al di fuori della penisola italica, prima in Africa e poi in Siria. Qui, da governatore, Varo cercò di dare prova delle sue doti diplomatiche, politiche ed anche militari. Non ci deve sfuggire l’importanza rivestita da questa provincia per l’intero dominio romano sul mondo ancora conosciuto, in quanto ovviamente la Siria, per posizione geografica in primis, svolgeva il ruolo di porta orientale verso l’Urbe. Una porta che spesso era pericolosamente vicina agli interessi, militari e non solo, delle bellicose popolazioni vicine. A molti, però, parve non piacere molto il periodo come governatore di Varo, qui in Siria. Per Velleio Patercolo, infatti, il nostro riuscì nell’impresa di entrare “povero in una Siria ricca [e] uscire ricco da una Siria povera”. Non è certo un complimento, questo, e chissà che forse Varo non sia davvero riuscito nell’intento di riappacificare e romanizzare quella problematica provincia. Siamo nel 6 a.C., e questa è l’ultima rilevante informazione sulla carriera politica di Varo prima della grande, celeberrima ed ignominiosa sconfitta militare subita da Varo. Lo stesso Velleio Patercolo, mai troppo tenero con Varo, alla fine scrisse quanto segue in merito alla sconfitta subita dalle sue legioni a Teutoburgo, nel 9 d.C. “Varo, certamente uomo serio e di sani principi morali, rovinò sé stesso ed un esercito magnifico per la mancanza di cautela, abilità, astuzia proprie di un generale, che per il valore dei suoi soldati”. Insomma nonostante qualche pregio, soprattutto morale a quanto pare, di Varo si ricordò, e si ricorda ancora oggi, di ciò che fece alla fine della sua vita. Una fine in parte ingloriosa che, certamente, non diede gloria a sé stesso né a Roma.

LA BATTAGLIA DI TEUTOBURGO E LA SCONFITTA DI ROMA

Interi libri furono scritti su ciò che passò alla storia come una delle più brucianti sconfitte militari subiti dall’Urbe sin dalla sua fondazione, una disfatta storica pari, per avere un’idea, a quella subita a Canne ad opera di Annibale nel III secolo a.C. Siamo nella provincia germanica che, sin dal 7 d.C., fu data in gestione a Varo. Anche in questo caso qualcosa vorrà pur dire, poiché al nostro fu affidata una delle regioni più problematiche di tutto il neonato impero romano, territori da poco occupati a cui serviva un’attenzione extra per evitare rivolte e ribellioni. La Germania doveva essere romanizzata e riappacificata, doveva essere un trampolino di lancio verso la conquista dell’intero continente europeo, doveva essere il fiore all’occhiello della politica di Augusto, degno erede di Giulio Cesare. Tutto questo, però, si scontrò con l’intransigenza di Varo, un governatore che forse volle forzare la mano, usando anche la violenza pur di raggiungere i suoi scopi. Romanizzare un intero popolo, o meglio ancora un insieme di tribù completamente estranee agli usi, al costume, alle tradizioni ed alla lingua dei Romani, non era certamente un compito facile. Ma certamente, a posteriori, la politica di Varo non fu certo la scelta migliore. Scrisse Cassio Dione, ad esempio, che “i soldati romani si trovavano là [in Germania] a svernare, e delle città stavano per essere fondate, mentre i barbari si stavano adattando al nuovo tenore di vita, frequentavano le piazze e si ritrovavano pacificamente […] non avevano tuttavia dimenticato i loro antichi costumi […] ma perdevano per strada progressivamente le loro tradizioni […] ma quando Varo assunse il comando dell’esercito che si trovava in Germania […] li forzò ad adeguarsi ad un cambiamento troppo violento, imponendo loro ordini come se si rivolgesse a degli schiavi e costringendoli ad una tassazione esagerata, come accade per gli stati sottomessi. I Germani non tollerarono questa situazione, poiché i loro capi miravano a ripristinare l’antico e tradizionale stato di cose”. Leggendo le parole dello storico, dunque, l’errore più grande di Varo fu quello di accelerare i tempi, di volere a tutti i costi raggiungere il risultato sperato e, probabilmente, commissionato dallo stesso Augusto. Incapacità di gestione? Pressioni dall’alto? Non lo sapremo mai, fatto sta che questo tipo di politica, criticata da molte fonti, fu alla base della disfatta militare di Teutoburgo.

Publio Quintilio Varo e la disfatta di Teutoburgo
La battaglia della selva di Teutoburgo (9 d.C.) Di Cristiano64 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2544881

Forse il problema di Varo fu quello di trattare la Germania come la Siria, come cioè se il territorio fosse già consapevole di essere romano, di sentirsi in qualche modo romano. Dopotutto anche in Siria, come legato di Augusto, si comportò alla stessa maniera, usando il bastone e la carota, ma trattando già i siriani come se fossero sudditi imperiali. In Germania, però, dove da neanche una generazione i locali potevano “sentirsi” parte del tessuto sociale ed economico romano, questa stessa strategia non pagò per niente. Soprattutto a livello di tasse Varo ne introdusse di molte e nuove, come se il popolo a lui sottomesso dovesse già comportarsi come tutti gli altri. Insomma, non ci andò piano come forse avrebbe dovuto. Nonostante questo, però, Varo si circondò di funzionari, a vari livelli, provenienti dalle file barbare. In particolare Arminio, che passò alla storia per essere un traditore (per i Romani) ed un eroe (per i Germanici), fu degno di grande fiducia da parte di Varo, tanto che quest’ultimo si affidò quasi ciecamente a lui per muoversi lungo un territorio, come quello tedesco, che Varo ed il suo esercito non conosceva a fondo. Quando, dunque, nel settembre del 9 d.C. Varo, accompagnato da tre legioni ed alcuni reparti ausiliari, si spostò verso ovest per svernare, non si preoccupò minimamente neanche delle voci, sempre più insistenti, che parlavano di tradimenti e rivolte. Sempre secondo Velleio Patercolo, ad esempio, lo stesso suocero di Arminio, principe della tribù dei Cherusci, ammonì Varo quasi pregandolo di fare attenzione. “Segeste [il suocero di Arminio], un uomo di quel popolo [i Cherusci] rimasto fedele ai Romani, insisteva che i congiurati venissero incatenati. Ma il fato aveva preso il sopravvento ed aveva offuscato l’intelligenza di Varo”. Dunque se, incredibilmente, Varo fosse stato in possesso di una certa dose di intelligenza, essa venne meno dinanzi alla potente ed inossidabile fiducia che il romano aveva nei confronti di Arminio. Ancora oggi si dibatte sui motivi di tale sentimento nei confronti di uomini, e di un uomo in particolare, che a tutti gli effetti non si potevano sentire pienamente romani. Come mai tutto ciò? Troppa spavalderia? Troppo urgenti le necessità di svernare? Troppo incurante, Varo, dello strisciante malcontento che molti avevano cominciato ad avvertire? Non lo sappiamo, fatto sta che alla fine il giorno dell’imboscata, a quanto pare preparata sino al minimo dettaglio, arrivò.

Publio Quintilio Varo e la disfatta di Teutoburgo
Maschera da cavalleria romana. Di Carole Raddato from FRANKFURT, Germany – Kalkriese face mask for Roman cavalry helmet, Museum und Park Kalkriese, GermanyUploaded by Marcus Cyron, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30140395

Quando si parla di battaglia di Teutoburgo si deve comprendere che si trattò di una vera e propria strage subita dai Romani e perpetrata da Arminio e dai suoi sodali. Si trattò di una serie interminabile, durata tre giorni, di attacchi a sorpresa e furtivi, di sfiancamento fisico e morale, di difficoltà tecniche e logistiche incontrate dai Romani, di paura e disorientamento, di morte. Come scrisse Cassio Dione “[…] il terreno era sconnesso ed intervallato da dirupi e con piante molto fitte ed alte […] i Romani erano impegnati nell’abbattimento della vegetazione ancor prima che i Germani li attaccassero […] portavano con sé molti carri, bestie da soma […] non pochi bambini, donne ed un certo numero di schiavi […] nel frattempo si abbatteva su di loro una violenta pioggia ed un forte vento che dispersero ancor di più la colonna in marcia […] il terreno così diventava ancor più sdrucciolevole […] e l’avanzata sempre più difficile”. Il problema principale delle legioni romane, con i loro reparti ausiliari, fu di muoversi in un terreno complicato e sconosciuto. Si sa che l’esercito romano, poi, dava il meglio di sé in campo aperto. Questo fu alla base della disfatta. “[…] i barbari, grazie alla loro ottima conoscenza dei sentieri, d’improvviso circondarono i Romani con un’azione preordinata, muovendosi all’interno della foresta ed in un primo momento li colpirono da lontano [evidentemente con un continuo lancio di giavellotti, aste e frecce] ma successivamente, poiché nessuno si difendeva e molti erano stati feriti, li assalirono. I Romani, infatti, avanzavano in modo disordinato nel loro schieramento, con i carri e soprattutto con gli uomini che non avevano indossato l’armamento necessario, e poiché non potevano raggrupparsi [a causa del terreno sconnesso e degli spazi ridotti del sentiero che seguivano] oltre ad essere numericamente inferiori rispetto ai Germani che si gettavano nella mischia contro di loro, subivano molte perdite senza riuscire ad infliggerne altrettante”. Questa è la cronaca, sempre di Cassio Dione, del primo giorno di scontri. E ciò vale come titolo esemplificativo di ciò che accadde anche nei due giorni successivi, degli insormontabili problemi trovati dai Romani, nella loro pesante disorganizzazione, nella difficoltà di Varo. Lui, dopotutto, era il comandante il capo, ed a lui vennero attribuite tutte le colpe della sconfitta, della morte di quei giovani legionari uccisi barbaramente, affogati nella vicina palude nel tentativo disperato di fuggire, completamente persi in un territorio ostile e sconosciuto.

Denari d’argento scoperti nel 1987 sul sito della battaglia della foresta di Teutoburgo, Museum und Park Kalkriese, Germania. Di Following Hadrian – https://www.flickr.com/photos/41523983@N08/9702930988/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93992262

Velleio Patercolo sintetizzò bene la parabola politica e militare di Varo quando scrisse che il governatore “si mostrò più coraggioso nell’uccidersi che nel combattere”. Varo scelse il suicidio, sicuramente un’uscita di scena gloriosa per un soldato ed un uomo romano, la via di fuga onorevole preferita alla cattura da parte del nemico. Nonostante questo, però, di lui ci rimane nella storia il ritratto di un politico ed un militare che, se anche si fosse comportato correttamente e splendidamente nel corso della sua carriera, ottenendo anche ottimi risultati, ebbe il non gradito onere di essere ricordato per una sconfitta, come quella di Teutoburgo, che ancora oggi viene ricordata come una delle più terribili. Di più, per colpa di Varo l’imperialismo romano, l’idea che l’Urbe potesse travolgere tutti i nemici che incontrava sul proprio cammino, l’idea che Roma potesse governare su tutto il mondo allora conosciuto, subì come minimo un brusco arresto. Tutto questo grazie, storicamente parlando, a Publio Quintilio Varo.


Gianluca Pica
Guida Turistica ufficiale e qualificata a Roma e Provincia
Qualified and Official Tour Guide in Rome
Website: https://www.unaguidaturisticaroma.com/

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