Guerra civile romana (49-45 a.C.): Cesare contro Pompeo

Dopo la morte di Crasso nella battaglia di Carre nel 53 a. C., il triumvirato si sciolse definitivamente. Rimanevano quindi solamente Cesare e Pompeo. Il primo si trovava nelle Gallie, dove stava portando avanti da qualche anno la sua vittoriosa spedizione militare, il secondo, invece, nonostante avesse ottenuto la carica di proconsole in Spagna pochi anni prima, si trovava a Roma e venne eletto dal Senato consul sine collega (console senza collega) nel 52 a. C..

Il Senato era infatti preoccupato dai successi di Cesare, il cui mandato in Gallia stava per terminare. L’obiettivo di Cesare era quello di tornare a Roma, sperando in una vittoria al consolato e nella conseguente immunità connessa a quella carica politica. Pompeo (ormai alleato del Senato) in tutta risposta fece promulgare una legge mirata a colpirlo: per presentare la propria candidatura, Cesare avrebbe dovuto presentarsi personalmente a Roma da privato cittadino. La trappola era evidente: senza il suo esercito e senza immunità, Cesare sarebbe stato arrestato e fatto fuori dalla vita politica di Roma.

Sorprendentemente Cesare accettò di tornare nell’Urbe senza le proprie truppe, a patto che Pompeo sciogliesse il suo esercito. Pompeo e il Senato rifiutarono il diktat imposto dal governatore delle Gallie.

A quel punto Cesare, il 10 gennaio del 49 a. C., decise di varcare con le sue legioni il confine politico della penisola italica, il fiume Rubicone. Oltrepassare questo fiume con un esercito significava dichiarare guerra. Oramai alea iacta est («il dado è tratto»). Cesare era quindi divenuto ufficialmente nemico della res publica.

Cesare e il suo esercito avanzarono senza troppi problemi lunga la costa adriatica, sconfiggendo le città che gli si pararono contro. Pompeo, sorpreso dalla decisione del rivale e intimorito dalle sue vittorie, decise di fuggire da Roma. Anche buona parte del Senato (tra cui Cicerone) decise di seguire il retore. Arrivato a Brindisi, Pompeo decise di salpare verso la Grecia.

Cesare scelse di non proseguire l’inseguimento, tornando indietro a Roma. Nell’Urbe riorganizzò il suo esercito, prese provvedimenti d’emergenza e, dopo otto giorni, partì per la Spagna. La mossa di Cesare era chiara. La Spagna era stata governata da Pompeo e dai suoi legati per diversi anni, perciò costituiva un territorio pieno di sostenitori del proconsole: una loro sconfitta sarebbe un duro colpo per Pompeo.

Giunto in Provenza, lasciò le sue legioni sotto il comando di Decimo Bruto e di Gaio Trebonio, col compito di conquistare Marsiglia. Dopo mesi di assedio la città capitolò. Cesare, non essendosi fermato nella Provenza, proseguì alla volta della Spagna. Rapidamente riuscì a sconfiggere gli alleati di Pompeo e ad impadronirsi del territorio iberico.

A questo punto Cesare poteva riprendere l’inseguimento del genero.

Nell’inverno del 48 a. C., dopo aver attraversato l’Adriatico, sbarcò a Durazzo (in Albania) con 15.000 uomini. Pompeo era però pronto alla battaglia. Aveva fatto costruire un piccolo regno con capitale Tessalonica e aveva assoldato un esercito composto da ben nove legioni, più una flotta e alcuni reparti ausiliari (doni degli alleati in Oriente). Le truppe di Cesare erano quindi numericamente inferiori.

La battaglia di Durazzo vide sconfitto proprio Cesare, ma la guerra non era comunque persa. A Farsalo, il 9 agosto del 48 a. C., andò in scena la battaglia decisiva tra i due ex triumviri.

Durante i consigli di guerra, i generali di Pompeo erano certi della loro vittoria tanto che, ancor prima della battaglia, si spartirono le cariche politiche di cui avrebbero goduto in seguito. Non pianificarono quindi alcun piano di battaglia, poiché le forze in campo erano ancora una volta schiaccianti in favore di Pompeo.

Pompeo possedeva infatti 45.000 fanti, 2.000 beneficiari veterani e 7.000 cavalieri. Cesare aveva meno della metà delle truppe dell’avversario: poteva contare su 22.000 fanti e 1.000 cavalieri. Ma Cesare era accompagnato da legionari che lo avevano seguito nella lunga campagna di Gallia: questi possedevano una grande esperienza in battaglia ed erano molto legati al loro comandante, per il quale avrebbero combattuto fino alla morte anche in condizioni disperate.

Cesare conosceva il comandante della cavalleria di Pompeo, Tito Labieno, che aveva combattuto insieme a lui in Gallia. Sapendo chi fosse il suo avversario, l’ex triumviro era a conoscenza delle tattiche che Labieno era solito utilizzare in battaglia.

Grazie anche a questo vantaggio, Cesare riuscì a trionfare. Le perdite di Pompeo ammontarono a 15.000 uomini: fu una totale disfatta.

Pompeo decise di fuggire. Dopo aver cercato riparo in alcune città, sembrava aver trovato finalmente rifugio dal re Tolomeo XIII, in Egitto. I consiglieri del giovane sovrano (tra i quali l’eunuco Potino e il generale Achilla) gli suggerirono però di uccidere il fuggiasco, per ingraziarsi Cesare, ormai più potente e in posizione di vantaggio rispetto al rivale. Così, il 28 settembre del 48 a. C., mentre Pompeo si trovava speranzoso a bordo di una piccola imbarcazione, venne adescato col pretesto di un’udienza prima di sbarcare sulle coste egiziane e ucciso a tradimento.

Una volta arrivato ad Alessandria per scovare il suo ex alleato, Cesare venne raggiunto da un funzionario egiziano, che gli consegnò la testa imbalsamata e l’anello di Pompeo in un cesto.

Plutarco nei suoi scritti afferma che Cesare, alla vista della testa mozzata del rivale, girandosi con ripugnanza, pianse per lo sgomento. Più verosimilmente, Cesare era contrario all’assassinio di Pompeo poiché sarebbe diventato, agli occhi dei Romani, un martire.

Cesare aveva ragione: la morte del genero non fece terminare la guerra civile. I sostenitori di Pompeo, insieme ad alcuni senatori, si riorganizzarono per opporsi a lui soprattutto in Africa e in Spagna.

Se a Roma regnava il caos, anche ad Alessandria d’Egitto, capitale del regno di Tolomeo, era in corso una guerra civile. In Egitto era infatti in corso una contesa dinastica tra lo stesso Tolomeo e la sorella Cleopatra. Cesare, per punire il faraone per l’assassinio di Pompeo, fece deporre proprio Tolomeo per favorire la salita al trono di Cleopatra, con la quale instaurò presto una relazione sentimentale (dalla quale nacque il figlio Cesarione). Questa scelta costrinse Cesare a rimanere ad Alessandria per quasi un anno, asserragliato nel palazzo reale a causa del malcontento della popolazione.

Dopo essere stato liberato dai suoi alleati, Cesare poté riprendere in mano la situazione e conseguentemente la guerra contro i pompeiani. Sconfisse quindi rapidamente Farnace II, figlio di Mitridate, che s’impadronì della Bitinia e della Cappadocia, territori in precedenza occupati dai Romani.

Dopo aver riappacificato l’Oriente, nell’ottobre del 47 a. C. Cesare tornò a Roma per sedare delle legioni sotto il comando del suo generale Marco Antonio. Esse si erano ribellate poiché ancora in attesa della somma di denaro che lo stesso Cesare aveva promesso loro prima della battaglia di Farsalo. Abilmente, Cesare riuscì a placare gli animi dei soldati e a convincerli a partire con lui alla volta dell’Africa (dicembre del 47 a. C.), per sconfiggere il pompeiano Marco Porcio Catone Uticense, famoso senatore seguace della filosofia stoica. Catone poteva contare inoltre sull’aiuto militare di Giuba, re di Mauritania.

Dopo alcuni episodi di poco conto, Cesare sconfisse i pompeiani a Tapso nell’aprile del 46 a. C.. Giuba morì in battaglia, mentre Catone preferì togliersi la vita.

Per Cesare era giunto il momento di tornare a Roma, dopo diversi anni di assenza. Accolto favorevolmente dalla popolazione, Cesare poté celebrare quattro trionfi: sui Galli, sugli Egiziani, su Farnace e infine su Giuba. In ciascuna occasione Cesare, con addosso abiti di porpora, percorse sul carro trionfale la via Sacra, mentre dietro di lui scorrevano i legionari, il bottino e i prigionieri. Per il trionfo sui Galli, durante il corteo venne mostrato ai Romani Vercingetorige, principe e condottiero dei Galli catturato cinque anni prima (venne strangolato una volta conclusa parata).

In occasione dei trionfi, Cesare offrì ai cittadini di Roma spettacoli teatrali, banchetti e giochi. Attingendo ai bottini di guerra (circa 600.000 sesterzi), Cesare, rispettando quanto promesso in passato, fece dono alla popolazione di somme denaro (circa 100 sesterzi ad abitante di Roma).

Ma la pace per Roma non era ancora giunta. I pompeiani si erano riorganizzati in Spagna, sotto il comando di Tito Labieno e dei due figli di Pompeo. Questa volta non si trattò di una rapida battaglia, ma del più cruento e lungo conflitto dell’intera guerra civile, nel quale Cesare rischiò addirittura di perdere le sue otto legioni.

La battaglia decisiva fu quella di Munda (nei pressi di Cadice) nel marzo del 45 a. C., dove Cesare riuscì a trionfare definitivamente. Dopo aver ristabilito l’ordine tra le popolazioni indigene spagnole, Cesare tornò a Roma nel settembre del 45 a. C. per celebrare il suo quinto trionfo. Ogni suo oppositore era stato eliminato.

Dopo esser stato nominato dictator con carica decennale nel 47 a. C. ed eletto console successivamente per più volte, il 14 febbraio del 44 a. C. Cesare venne nominato dittatore a vita. Ora il controllo totale di Roma era definitivamente nelle sue mani.

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