Le case di Ottaviano e il Santuario del Divo Augusto

Cur tamen opposita uelatur ianua lauro,
cingit et augustas arbor opaca comas?
Num quia perpetuos meruit domus ista triumphos,
an quia Leucadio semper amata deo est?
Ipsane quod festa est, an quod facit omnia festa?
Quam tribuit terris, pacis an ista nota est?
Utque uiret semper laurus nec fronde caduca
carpitur, aeternum sic habet illa decus?

Ovidio, Tristia, III, 1, 39-46


Gaio Ottavio Turino1, figlio di Gaio Ottavio e Azia della gens Giulia, fu “costretto” più volte a cambiare casa nel corso della sua vita, e ognuna di queste ha rappresentato un mutamento nella vita del primo imperatore di Roma. In particolare, possiamo concentrarci sulla sua casa natale, divenuta poi santuario, e sulle domus che volle costruirsi sul Palatino.

Augusto di Via Labicana, nelle vesti di Pontefice Massimo (fine I sec a.C. – inizio I sec d.C.), Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, Roma (foto di A. Patti).

LA CASA AD CAPITA BUBULA

Svetonio2 racconta che la casa nella quale nacque Ottaviano, il 23 Settembre del 63 a.C., si trovava nel quartiere denominato ad Capita Bubula (“alle teste taurine”) tra il colle Palatino e la Velia, probabilmente prospiciente il vicus Curiarum (la strada che costeggiava la sella tra il Palatino e la Velia) nella zona oggi occupata dal tempio di Venere e Roma, vicino il Colosseo.

Purtroppo non abbiamo testimonianze archeologiche della casa natale di Ottaviano; ma non doveva essere dissimile dalle domus ritrovate nella zona, decorate con affreschi ed elementi marmorei, e la porta d’ingresso tra le botteghe e le taverne tipiche delle strade romane3.

Il futuro primo imperatore di Roma visse nella casa paterna fino a quando il padre morì, nel 59-58 a.C. Dapprima si trasferì nella casa della nonna Giulia, sorella di Giulio Cesare, per la quale tenne il suo primo elogio funebre. Nel 51 a.C. si trasferì nella casa del nuovo marito della madre, Lucio Marcio Filippo, situata sempre nella zona della Velia, che lasciò tra il 49 e il 47 a.C. per soggiornare fino al 46 a.C. in una tenuta di campagna appartenuta al padre.

LA CASA NATALE E LE CURIAE VETERES

La casa natale di Augusto era adiacente a un luogo simbolico per la fondazione di Roma: il santuario delle Curiae Veteres. Situato più o meno all’incrocio tra il vicus Curiarum e il vicus Fabrici (l’asse che procedeva tra il Palatino e il Celio, corrispondente all’attuale Via di San Gregorio), le Curiae Veteres erano un edificio sacro delimitato dallo stesso fondatore della Città Eterna, Romolo, che l’aveva preposto come luogo di riunione dei rappresentanti delle trenta curiae. A queste, si aggiunse il santuario delle Curiae Novae ai piedi della Velia, voluto dal terzo re di Roma, Tullio Ostilio. Entrambe le zone erano destinate a ospitare rituali religiosi, nei quali si consumavano banchetti sacri al cospetto degli dei, e in particolare a Giunone Curite4.

Fig. 2: Pianta di Roma con la localizzazione delle Curiae Veteres (in blu) e della Meta Sudans (in rosso). Da Google Maps.

La riorganizzazione augustea della città fece convergere nella zona il perimetro di ben 5 delle 14 regiones in cui Augusto aveva suddiviso l’Urbe (la Regio II Caelimontium, la Regio III Isis et Serapis, la Regio IV Templim Pacis, la Regio X Palatium e la Regio I Porta Capena), il cui simbolo divenne la fontana monumentale della Meta Sudans che si ergeva proprio davanti le Curiae Veteres. Queste ultime furono ristrutturate e rimodernate durante l’età augustea: il muro di recinzione, ad esempio, venne sostituito da un nuovo setto murario in opus latericium5, esattamente nella stessa posizione in soluzione di continuità. La pavimentazione in marmo travertino e le statue della dinastia giulio-claudia, alcune delle quali commissionate da diverse corporazioni6, hanno portato gli studiosi a pensare che il santuario venne trasformato già agli inizi del I secolo d.C. in un area sacra finalizzata al culto dell’imperatore e della sua famiglia.

IL SANTUARIO DEL DIVO AUGUSTO

Tra il 22 e il 26 d.C., Livia Drusilla volle dedicare proprio nei pressi della casa natale di Ottaviano un sacrarium al Divo Augusto, giacché il marito era stato divinizzato dopo la morte (avvenuta il 19 Agosto del 14 d.C.). Venne quindi collocato un piccolo tempio tetrastilo (con quattro colonne sul lato frontale) di ordine corinzio, nella cui cella vennero conservate alcune lettere di Augusto7.

Alcuni degli elementi architettonici di questo edificio vennero riutilizzati nella ricostruzione voluta da Claudio, dopo il 51 d.C., poiché la struttura era stata distrutta in un incendio. Questa ricostruzione tramutò il tempietto in un vero e proprio tempio, la cui ampiezza richiese il sacrificio di alcune case adiacenti all’area sacra, tra le quali la casa natale di Ottaviano Augusto. Questa nel frattempo era passata sotto la proprietà di Caio Letorio, al quale venne reclamata8, e che la cedette affinché venisse consacrata al santuario del Divo Augusto, la cui grandezza permise di mantenere una parte dell’area sacra alla memoria delle Curiae Veteres.

Va ricordato che finché era in vita, il culto di Augusto si manifestava soltanto attraverso il suo Genio, ossia il suo nume tutelare, il cui culto si era diffuso non solo a Roma ma in tutto l’Impero, nonostante una sua ritrosia manifestata più volte in età matura, come racconta Cassio Dione9. Il santuario sorto sull’antica casa natale del Princeps, dopo la sua morte, fu uno dei primi luoghi di culto dedicati ad Augusto ormai completamente divinizzato.

LE DOMUS SUL PALATINO

Divenuto un uomo di potere, l’abitazione sul colle Palatino fu un passo obbligato per colui che voleva porsi come rifondatore della Città Eterna. Oltre che essere il quartiere privilegiato dalle famiglie aristocratiche romane, il Palatino aveva un legame diretto con la mitica tradizione della fondazione della città. Secondo il mito, lì erano stati cresciuti, dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larenzia, Romolo e Remo; e in quel colle venne fondato il primo nucleo della “Città Quadrata di Roma racchiuso entro le mura romulee.

Lì sorsero due complessi, uno sopra l’altro, collegabili alla residenza privata di Ottaviano.

Pianta del Palatino, con la vecchia indicazione del tempio di Giove, ormai riconosciuto come tempio di Apollo.

LA PRIMA FASE DELLA CASA DI OTTAVIANO SUL PALATINO

Due anni dopo la morte di Giulio Cesare (44 a.C.), precisamente nel 42 a.C., il suo erede e legittimo discendente, ora chiamato Gaio Giulio Cesare Ottaviano, decise di acquistare la domus di Quinto Ortensio Ortalo10 (che doveva corrispondere all’area dell’attuale “Casa di Livia”, chiamata così per il ritrovamento di condutture idriche con impresso il suo nome), figlio dell’omonimo oratore morto nella battaglia di Filippi, mentre combatteva coi cesaricidi. Fino a quel momento, Ottaviano aveva vissuto nella casa appartenuta precedentemente a Gaio Licinio Calvo, sulla Velia e vicino il Foro Romano11.

Pare che la casa di Ortensio Ortalo non fosse lussuosa né particolarmente capiente12, ma essa si trovava esattamente di fronte alla capanna di Romolo. Quest’ultimo era un luogo sacro comprendente una piccola capanna, un altare e un sacello con oggetti rituali, che i Romani custodivano gelosamente quale area d’abitazione del primo mitico re di Roma.

Secondo gli storici latini, la casa occupava un’area di 2764 m2, ed era probabilmente il frutto di due proprietà unificate, dapprima appartenenti a diversi proprietari. Si trovava su un terrazzamento naturale del colle Palatino, reso regolare per mezzo di opere di taglio della roccia, sulla quale erano stati addossati i muri in opus quadratum13 del seminterrato. Questi muri sono i resti tutt’oggi visibili, mentre per molte parti della casa dobbiamo fare uno sforzo d’interpretazione e d’immaginazione.

Come soprascritto, le decorazioni della casa non erano particolarmente sontuose, ma eleganti. Si è conservata una sola traccia di affresco, appartenente al II stile, in un vano con pavimentazione a mosaico in tessere bianche e nere.

Il triclinio della Casa di Livia, Roma (foto di A. Patti).

Il piano terra doveva ospitare l’atrium, forse accessibile da un vicus collegato alle cosiddette “scale di Caco”, a nord-est dell’abitazione. Su questa stradina si trovava l’ingresso, insieme ad altri vani di rappresentanza. È probabile che ulteriori ambienti di rappresentanza fossero situati nel piano seminterrato, al quale si accedeva tramite un ampio peristilio con colonne basse in pietra del Monte Albano, ma abbellito da statue su alte basi (se ne conservano ancora due) e da un ninfeo decorato con conchiglie e pietre colorate. Le stanze da letto invece, ossia i cubicola, erano collocate nella zona più settentrionale dell’abitazione, circondate da ambienti di servizio, situati a nord del triclinio (la sala dei banchetti). Ulteriori stanze di servizio, forse le stanze degli schiavi, dovevano trovarsi nelle sostruzioni in opus reticolatum14 nella parte meridionale della casa, verso la Valle Murcia.

LA SECONDA FASE DELLA CASA DI OTTAVIANO SUL PALATINO – LA DOMUS PRIVATA AUGUSTI

Tra il 40 e il 36 a.C. Ottaviano acquistò molte altre proprietà private contigue alla sua casa, per demolirle e costruire un complesso residenziale decisamente lussuoso15. L’area occupata dalla domus raggiunse gli 8570 m2, della quale possediamo diverse tracce archeologiche ancora oggi visibili, che mostrano una residenza dalle caratteristiche architettoniche ellenistiche.

Pianta della Casa di Ottaviano Augusto (Di Cassius Ahenobarbus – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26191102, rielaborazione di A. Patti).

Il vecchio peristilio venne abbellito con una nuova pavimentazione in opus sectile16, mentre uno nuovo venne creato a sud-est, simmetrico al precedente, che andava a collocarsi quale fulcro della parte “pubblica” della domus. Era circondato da stanze e sale decisamente più lussuose della parte più antica dell’abitazione, atte ad accogliere gli ospiti. I due peristili erano collegati tramite un passaggio sotterraneo con soffitto a volta, ed erano tappezzati con lastre di terracotta decorata con la raffigurazione dello scontro tra Apollo ed Eracle per il tripode (un chiaro riferimento alla guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio). Tra i due peristili si trovava un grandioso atrio.

Lastre di terracotta figurata del tipo Campana, Museo Palatino, Roma (foto di A. Patti).

L’antico triclinio, nella parte nord-occidentale della casa, venne dotato di una nuova pavimentazione con disegno geometrico, i muri furono ri-affrescati, e lungo le pareti venne inserito un bancone in muratura rivestito di marmo. Ai lati di questa sala per banchetti vennero collocati due vani biblioteca, contenenti nicchie per la conservazione dei rotoli e dei volumi. Un ulteriore triclinio venne costruito di fronte al peristilio sud-orientale, speculare al più antico, dall’altro lato della casa. Infine, un ambiente noto come oecus tetrastylus, con l’ingresso rivolto al peristilio sud-orientale, serviva a dividere gli ambienti di rappresentanza da quelli della servitù.

Ulteriori affreschi, databili intorno al 30 a.C. e appartenenti al II stile, decoravano i nuovi ambienti affacciati sul sopracitato peristilio sud-orientale. Tipico del II stile sono le raffigurazioni di elementi architettonici e l’utilizzo di finte prospettive e trompe-l’oeil, con elementi astratti a decorare queste strutture.

La sala delle maschere, Casa di Augusto, Roma (foto di A. Patti).

A questo rifacimento della domus apparterrebbero gli affreschi della cosiddetta sala delle maschere”, all’angolo nord-occidentale della casa, una probabile camera da letto. Essa mostra una decorazione articolata da pilastri ed edicole decorati con maschere teatrali (che danno il nome al vano), e aperture su un paesaggio rurale dominato da un betilo dorato, pianta sacra ad Apollo, dio protettore di Ottaviano Augusto.

Infine, all’estremità orientale della casa, una rampa di scale riccamente affrescata conduceva al primo piano della casa, dove forse si trovava un atrio. Di questo piano sono sopravvissuti pochi frammenti di affreschi di un cubicolo, dai quali si evince una decorazione decisamente molto lussuosa, data la presenza di materiali preziosi come la foglia d’oro.

I resti della rampa, Casa di Augusto, Roma (foto di A. Patti).

La ricostruzione fin qui esposta, basata sui ritrovamenti archeologici, sembra contrapporsi alla descrizione che le fonti antiche, come Svetonio17, fanno della casa di Augusto, che sottolineano la modestia della dimora del Princeps. In effetti, questa domus venne abbandonata e seppellita ancor prima che venisse completato il nuovo peristilio, in seguito a un evento straordinario. Nel 36 a.C. infatti, un fulmine cadde su una parte della proprietà privata di Ottaviano18: un avvenimento che venne interpretato come un segno divino inviato da Apollo, il quale richiedeva così che la casa del Princeps comprendesse il tempio del dio, che doveva essere edificato proprio nel punto in cui il fulmine si era abbattuto. A quel punto venne abbandonata la costruzione del nuovo peristilio, la casa in costruzione fu in parte interrata, finendo dimenticata anche dagli autori contemporanei, per utilizzarla come basamento della nuova e sacra dimora di Ottaviano. I resti della domus privata Augusti si trovano sotto circa 9 m dal piano della successiva domus Augusti.

LA TERZA FASE DELLA CASA DI OTTAVIANO SUL PALATINO – LA DOMUS AUGUSTI

La nuova e definitiva casa di Ottaviano Augusto sorse sopra la domus a due peristili di Ottaviano e a due case contigue. Questo nuovo complesso abitativo è caratterizzato da una disposizione degli ambienti tipicamente romana: vestibolo, atrio, tablinum, peristilio, triclinio e hortus.

Ricostruzione del Palatino nel VI secolo d.C., Museo Palatino, Roma (foto di A. Patti).

La sua magniloquenza era evidente già nella decorazione della facciata, dato che Ovidio, solo a vedere quella, si chiedeva se non fosse la dimora di Giove19. Un’alta scalinata aveva alla base un altare dedicato al culto del Genio di Augusto, mentre in cima v’era un vestibolo, tra quattro colonne, decorato con le statue dei mitici progenitori della gens Giulia, Marte e Venere, che conduceva alla porta dell’abitazione. Essa era fiancheggiata da due alberi di alloro, emblema di Apollo, e sormontata da trofei e dalla corona di quercia, simboli del potere concessi ad Augusto, insieme alla scritta ob cives servatos” (“per aver salvato i cittadini”).

Il peristilio occidentale della precedente casa divenne il cuore degli ambienti privati della dimora di Augusto. I vani di servizio erano divisi da quelli di rappresentanza tramite un corridoio, così come un altro divideva il peristilio da una grande sala (forse un triclinio) comunicante con il giardino, dov’è probabile che fosse collocato il Larario della famiglia. Un primo piano certamente esisteva, del quale sono sopravvissuti solo gli affreschi frammentati del cosiddetto Syracusae o Studiolo, la stanza nella quale Ottaviano si recava per riflettere in solitudine20. Dal peristilio una lunga rampa collegava la casa con il piazzale del tempio di Apollo, che andava a occupare l’area dell’atrio della precedente dimora. Laddove doveva sorgere il peristilio orientale invece, venne posta la Domus Publica.

Pianta della Domus Augusti (di Cassius Ahenobarbus – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26371108, rielaborazione di A. Patti).

La casa di Augusto sul Palatino divenne quindi un complesso tripartito nel quale l’abitazione del primo cittadino di Roma era la terza parte di un’area sacra. A Ovest v’era la sopradescritta dimora privata del Princeps, al centro si trovava il tempio di Apollo, mentre a Est, al termine di una lunga galleria, v’era la Domus Publica, che Ottaviano abitava ritualmente in quanto Pontefice Massimo, collegata con l’area sacra di Vesta Palatina. All’estremità orientale v’era inoltre una zona pubblica nella quale spiccava la Bibliotheca Apollinis. Il messaggio era chiaro: Ottaviano Augusto viveva con gli dei ed era egli stesso un dio eterno21. Alle suddette divinità egli era peraltro legato da legami dinastici. Secondo una voce, Apollo era il divino padre di Ottaviano, concepito dal dio con le sembianze di un serpente. Nel tempio di Vesta erano conservate numerose reliquie troiane, come il Palladio e i Penati: la dea aveva quindi un legame con Enea, mitico antenato della gens Giulia.

Il legame tra Augusto e la dinastia giulio-claudia con Enea e Romolo veniva sottolineato anche dalla presenza dell’ara della Roma Quadrata, realizzata in memoria della fondazione operata da Romolo, nella stessa casa-santuario. Situata all’interno del boschetto sacro ad Apollo Liceo (Silva Apollinis), l’ara era collocata esattamente sopra il ninfeo del Lupercale.

La domus Augusti si affacciava sul Circo Massimo, che si poteva raggiungere mediante due rampe d’accesso.

Lo studiolo di Ottaviano, Casa di Augusto, Roma (foto di A. Patti).

LA BIBLIOTECA

Usata anche come Curia, nella quale il Princeps Senatus riceveva i senatori22, la Biblioteca era collocata all’estremità orientale del complesso. Secondo la Forma Urbis Severiana era composta da due sale absidate, una conteneva opere in greco e l’altra in latino, decorate mediante un colonnato.

Molte delle strutture della Biblioteca e dei portici del tempio di Apollo sono stati individuate sotto la Domus Augustana23.

IL TEMPIO DI APOLLO

Dedicato il 9 Ottobre del 28 a.C., il tempio di Apollo sul Palatino era un ex voto che Ottaviano aveva promesso al dio per la vittoria di Nauloco (36 a.C., contro Sesto Pompeo) o per quella di Azio (31 a.C., contro Marco Antonio e Cleopatra). Tutto ciò che sappiamo di questo edificio sacro si deve alle fonti antiche, soprattutto Properzio, poiché nulla è rimasto in situ dell’alzato.

Su alto podio costituito da pietra tufacea e travertino, con scalinata frontale, possedeva una fronte prostila esastila, cioè con 6 colonne corinzie in marmo lunense (di Carrara), mentre sui lati la decorazione continuava con semicolonne dello stesso ordine. Statue in marmo di Paro databili al VI secolo a.C. raffiguranti Apollo e Diana decoravano il frontone, mentre una colossale quadriga bronzea, rappresentante il carro del sole, svettava sulla cima dell’edificio come acroterio24. Ogni decorazione architettonica risulta dipinta in ocra e in oro in modo tale da far apparire il tempio splendente. Le porte erano d’avorio, decorate con scene mitologiche, come il mito dei Niobidi e la cacciata dei Galli Galati da Delfi25.

All’interno della cella invece, il gruppo scultoreo di Apollo, Diana e Latona era opera di artisti neo-attici del IV secolo a.C. Addirittura, la statua di Apollo Citaredo era forse opera di Skopas26 (uno degli artisti che aveva collaborato alla decorazione del Mausoleo di Alicarnasso, una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico), mentre quella di Diana portava la firma di Timoteo27 e quella di Latona era stata realizzata da Cefisodoto28. Al di sotto della statua di culto si trovava un contenitore dorato dov’erano custoditi i Libri Sibillini, che Augusto aveva voluto trasferire qui dal tempio della Triade Capitolina sul Campidoglio, dov’erano sempre stati conservati29. Un dettaglio che spiegherebbe la presenza di una figura femminile dal capo velato, identificabile con la Sibilla, posta sotto il gruppo della triade apollinea in molti rilievi, come la Base di Sorrento.

Il tempio custodiva anche altri tesori, come un lampadario a forma di albero che la leggenda voleva fosse un dono di Apollo ad Alessandro Magno30; diversi tripodi d’oro31 donati da Augusto, oltre a una dattiloteca e una collezione di gemme offerte da Marcello32 (nipote e possibile erede di Augusto) gelosamente conservati in una camera sotterranea.

Un ingresso all’area sacra del tempio si trovava sul vicus Apollinis, la strada che saliva dalla Via Sacra sul Palatino, con un propileo, ossia un ingresso monumentale, sottolineato dall’arco dedicato al padre naturale di Ottaviano, Gaio Ottavio. Esso aveva tre fornici ed era sormontato da un’edicola avente le raffigurazioni di Apollo, Diana e una quadriga, realizzate da un unico blocco di marmo, opera di Lisia33.

Tracce del tempio di Apollo sul Palatino, Roma (di Rabax63 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53533553).

Un secondo ingresso consisteva in una scala che dal peristilio della parte privata della casa di Augusto raggiungeva il tempo, passando attraverso due piazze porticate, entrambe basate su delle sostruzioni in opera quadrata, e decorate con un colonnato dorico che alternava colonne in marmo giallo di Numidia e in marmo rosa Portasanta.

La prima piazza porticata, quella più in basso, era il cosiddetto Portico di Danao, poiché tra le colonne erano collocate le 50 statue delle Danaidi, fronteggiate dalle quelle equestri dei loro mariti, i 50 figli d’Egitto. In posizione di rilievo v’erano anche Danao ed Egitto, i rispettivi genitori degli sposi. Il mito di Danao aveva ben due riferimenti simbolici alle vicende di Ottaviano. Apollo Liceo (il cui boschetto sacro si trovava poco distante) era il dio che aveva concesso il regno a Danao, proprio come aveva donato il potere a Ottaviano. Le figlie di Danao, costrette a sposare i figli di Egitto, assassinarono i loro mariti (tranne uno) durante la prima notte di notte, in un chiaro riferimento alla sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra (regina d’Egitto).

In cima alla scalinata si trovava infine la seconda piazza porticata, antistante la fronte del tempio, dov’erano state collocate le statue bronzee di quattro buoi, opere di Mirone. In questa piazza, racchiuso da un recinto ornato da tripodi, si trovava l’altare di Apollo, ornato da rilievi in marmo greco riproducenti le fattezze del dio.

Nel tempio di Apollo sul Palatino si svolsero parte dei Ludi Saeculares del 17 a.C., che andavano a chiudere il saeculum, ossia la massima lunghezza della vita umana, che i Libri Sibillini volevano durasse 110 anni34. In particolare, nel tempio di Apollo sul Palatino si riunirono i quindicemviri 35 per distribuire torce e zolfo da bruciare nei rituali di purificazione. Nel luogo vennero anche eseguiti i sacrifici diurni per propiziare le divinità romane (eseguiti da Augusto e Agrippa), alternati a quelli notturni in onore degli dei greci (compiuti da Augusto solo); e vi si cantò il Carmen Saeculare composto da Orazio.

Il Palatino con l’indicazione delle case di Livia e Augusto (da Google Earth).

L’EDICOLA DI VESTA PALATINA

Una volta divenuto Pontefice Massimo, nel 12 a.C.36, al posto di trasferirsi nella Domus Publica (la dimora del Pontefice Massimo), situata alle pendici settentrionali del Palatino vicino all’aedes Vestae, Augusto decise di trasferirla nella sua abitazione, che rese in parte pubblica e destinata al culto di Vesta. Poiché il Pontefice Massimo era il tutore delle vergini Vestali, l’unico uomo ad avere autorità sulle sacerdotesse della dea.

Un cortile scoperto, circondato da un porticato con colonne o semicolonne, custodiva un piccolo edificio sacro dedicato a Vesta. Il tempio doveva essere molto simile a quello presente nel Foro Romano: una tholos su alto podio a tre gradini. In questa più piccola area sacra erano custodite le copie, forse in miniatura, delle statue dei Penati (divinità tutelari della stirpe romana) e del Palladio.

All’esterno del tempio si trovavano l’altare, una statua di Vesta seduta in trono, le sculture di un toro e di un ariete poste su alti pilastri, e una palma fiorita spontaneamente tra le fessure del pavimento della casa, in quello che Svetonio chiama compluvium deorum Penatium37 (corte dei Penati).

DALLA CONQUISTA AL CONSOLIDAMENTO DEL POTERE

La domus a due peristili, che Ottaviano non arrivò a far completare, testimoniava l’ambizione del proprietario. Tra il 44 e il 31 a.C. infatti, Ottaviano era in piena competizione contro vari nemici (Sesto Pompeo, Marco Antonio, eccetera), che lo spinsero a utilizzare ogni arma disponibile, soprattutto a livello di propaganda, per accrescere il proprio status e il proprio potere. Dal Divi Filius (figlio di un dio, data la deificazione del suo padre adottivo, Giulio Cesare, avvenuta nel 42 a.C.) all’erezione di statue dai tratti orientali (ispirate ai ritratti dei monarchi ellenistici), tutto era finalizzato alla conquista di quel dominio assoluto che il padre adottivo aveva avuto e che Ottaviano sentiva di dover ereditare.

La nuova e definitiva casa-santuario di Augusto trasmetteva quel potere ormai raggiunto, che non aveva più rivali dopo la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra. Dopo aver conquistate autorità e influenza, soprattutto col titolo di Augusto ottenuto nel 27 a.C., alla disinvolta autocelebrazione dei suoi esordi, Ottaviano sostituì tutto un repertorio simbolico di immagini atte a comunicare il potere ormai conquistato, che andava consolidato, in quanto salvatore dei Romani, garante di benessere e pace, e restitutore della Repubblica. Questi simboli vennero accolti dal popolo in modo così veloce ed entusiasta, che in poco tempo cominciarono a essere utilizzati per omaggiare pubblicamente e sfacciatamente Augusto, sfociando in una vera e propria competizione tra cittadini, nel tentativo di mostrare al Princeps la propria lealtà.

Il lungo corridoio della Casa di Augusto, Roma (foto di A. Patti).

La posizione della casa sul Palatino era essenziale sia dal punto di vista politico che simbolico. Il Palatino era la sede della cosiddetta Roma Quadrata, l’insediamento fondato da Romolo; ed era un’area molto vicina al Foro (luogo di mercato, di giustizia e delle istituzioni repubblicane) considerata quasi un palcoscenico dai personaggi pubblici che vivevano in questo quartiere d’élite. Ovviamente, oltre alla posizione nel tessuto urbano, la grandezza, la capienza, il lusso nelle decorazioni, aumentavano il prestigio di un’abitazione.

La domus Augusti divenne il modello della grande casa patrizia, che sembrava dovesse somigliare a una villa; con saloni, giardini, sale di rappresentanza, biblioteche, eccetera, decorate con affreschi del II stile, mosaici in opus sectile e strutture monumentali come i ninfei.

Soprattutto, la casa del Princeps, ispirata alle residenze dei sovrani ellenistici, divenne praticamente il prototipo del palazzo imperiale romano, il cui termine palatium (palazzo) del resto si deve proprio al nome del colle Palatino. La vicinanza degli ambienti privati a quelli pubblici nella casa del primo imperatore di Roma ha avuto fin dall’inizio un significato molto profondo, che varrà anche per tutti i suoi successori: l’uomo più potente della Città Eterna non poteva abbandonare il potere, era parte di lui, decretato per volere divino.

Con la creazione di una casa-santuario, Augusto scelse e trasmise la volontà di trasferire le funzioni religiose e politiche dal Foro alla sua dimora privata, quale casa dell’uomo più potente di Roma, scelto e inviato dagli dei per salvare e custodire la città. È stata un’importantissima operazione di propaganda politica nei confronti dei propri concittadini. La domus Augusti, con i suoi 8570 m2 (che in estensione diventano 22248 m2), rivaleggiava direttamente con le residenze dei monarchi ellenistici del IV e III secolo a.C., sottolineando la supremazia di Ottaviano di fronte ai patrizi.

Il suo potere veniva legittimato dagli dei, come Apollo che lo aveva voluto vincitore nella battaglia di Nauloco (36 a.C.) e che mai lo abbandonò. L’apoteosi venne raggiunta con l’attribuzione di uno status politico eccezionale nella storia romana: il conferimento del titolo di Augustus (“degno di venerazione e di onore”), dal verbo latino augeo (indicando l’atto di aumentare accrescere” la ricchezza di Roma) o da rex augure (in riferimento ai re di Roma, e soprattutto a Romolo, che prima di fondare la città dovette compiere un rituale da augure), concessogli dal Senato38 come segno di riconoscimento di un’esistenza superiore, simile a quella di un dio. Questo rese Ottaviano Augusto un uomo più che uomo, un divino protettore di Roma, la cui esistenza venne considerata un segno della provvidenza divina. Una connotazione che divenne l’eredità di tutti gli imperatori di Roma.

di Antonietta Patti

NOTE

  1. Svetonio, Le vite dei Cesari, Augusto, II e VII. L’autore riporta due spiegazioni riguardo l’inserimento di questo cognomen: un indizio sull’area geografica di origine della famiglia degli Ottavi (Velletri), o un riferimento alla ribellione di schiavi soppressa con successo dal padre di Ottaviano a Thurii. Svetonio indica di aver letto il cognomen in un busto di Augusto che aveva regalato a Traiano o Adriano, e racconta che Marco Antonio usava chiamarlo così in senso dispregiativo.
  2. Le vite dei Cesari, Augusto, V.
  3. Leggasi Carbonara 2006.
  4. Dionigi di Alicarnasso, Le antichità romane, II, 23.
  5. Opera laterizia. Tecnica di costruzione che prevedeva il rivestimento di muri con mattoni di terracotta dalla forma rettangolare.
  6. Come la corporazione dei fiatisti nelle cerimonie pubbliche che vi fecero innalzare statue di diversi imperatori.
  7. Svetonio, Vite dei Cesari, Tiberio, LI.
  8. Svetonio, Op. cit., Augusto, V.
  9. Op. cit., LIII, 26-27.
  10. Svetonio, Op. cit., Augusto, LVXXII; Cassio Dione, Op. cit., LIII, 16,
  11. Svetonio, Op. cit., Augusto, LVXXII.
  12. Cassio Dione, Op. cit., LIII, 16, 4-5; Ovidio, Tristia, III, 1, 29-68.
  13. Opera quadrata. Realizzata con la posa di blocchi di tufo squadrati.
  14. Opera reticolata. Rivestimento tramite un paramento di blocchetti in terracotta dalla forma quadrata, disposti uno accanto all’altro, ruotati di 45° rispetto alla linea orizzontale.
  15. Velleio Patercolo, Storie romane, II, 81, 3.
  16. Decorazione geometrica a intarsio con l’utilizzo di diversi tipi di marmi colorati.
  17. Svetonio, Op. cit., Augusto, LXXIII.
  18. Svetonio, Op. cit., Augusto, XXIX, 3; Cassio Dione, Op. cit., ILIX, 15, 5-6.
  19. Ovidio, Op. cit., III, 1, 35.
  20. Svetonio, Op. cit., Augusto, LXXII, 2.
  21. Ovidio, Fasti, IV, 949-954.
  22. Svetonio, Op. cit., Augusto, XXIX.
  23. Il palazzo costruito da Domiziano sul Palatino, databile quindi alla seconda metà del I secolo d.C.
  24. Plinio il Vecchio, Storia Naturale, XXXVI, 13.
  25. Properzio, Elegie, II, 31, 12-16.
  26. Plinio il Vecchio, Op. cit., XXXVI, 25.
  27. Plinio il Vecchio, Op. cit., XXXVI, 32.
  28. Plinio il Vecchio, Op. cit., XXXVI, 24.
  29. Svetonio, Op. cit., Augusto, XXXI.
  30. Plinio il Vecchio, Op. cit., XXXIV, 14.
  31. Svetonio, Op. cit., Augusto, LII.
  32. Plinio il Vecchio, Op. cit., XXXVII, 11.
  33. Plinio il Vecchio, Op. cit., XXXVI, 36.
  34. I Ludi Secolari erano composti da sacrifici a molteplici divinità, dei cieli e degli inferi, eseguiti sui colli Campidoglio e Palatino per 3 giorni e 3 notti; e da spettacoli teatrali e giochi nel Circo che proseguivano per 7 giorni.
  35. Collegio sacerdotale composto da un numero variabile di uomini (2 in origine, 10 nel IV secolo a.C., 15 in età sillana e 16 in quella cesariana), col compito di custodire e interpretare i Libri Sibillini.
  36. Cassio Dione, Op. cit., LIV, 27, 2.
  37. Svetonio, Op. cit., Augusto, XCII, 1.
  38. Cassio Dione, Storia Romana, LIII, 16, 6.

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