Vespasiano: la Dinastia Flavia al potere

Quando parliamo della figura storica di Vespasiano non possiamo non tracciare la storia di un uomo che modificò profondamente il concetto di potere a Roma, in quanto lui fu il primo a governare non come un semplice princeps, inaugurando così nell’Urbe il vero periodo imperiale. Vespasiano governò con un sapore veramente monarchico, avendo la possibilità di gestire praticamente da solo l’amministrazione statale, legiferare senza dover passare per il Senato, parlare o trattare con popolazioni esterne ai confini imperiali senza, ancora una volta, dover coinvolgere i patres. Sembra poco, ma in realtà questo fu un cambiamento epocale, un cambiamento che forse dovette essere necessario in quanto Vespasiano salì al trono dopo un biennio durissimo per Roma, quando tra il 68 ed il 69 d.C. l’Urbe dovette fronteggiare una gravissima crisi istituzionale ed un vuoto di potere derivanti dalla morte di Nerone. Probabilmente Vespasiano, all’epoca, era l’ultima persona che poteva aspirare al trono, sia per i natali non certo particolarmente nobili sia per la vita intrapresa dal primo della dinastia dei Flavi, una vita dedicata fino a tarda età al campo di battaglia. Leggendo però Svetonio, una fonte apparentemente molto amichevole nei confronti di Vespasiano, pare che lui fosse quasi destinato a ricoprire la carica di imperatore. Scrisse infatti lo storico: “Certamente oscura e priva di immagini di antenati, ma tuttavia lo Stato non se ne dovette mai pentire”. Ed alla fine emerse lui, quel Vespasiano che da molti autori antichi era considerato un grandissimo avaro, ma che sicuramente ebbe il merito di rimettere in sella quel neonato impero che rischiò, davvero, di naufragare dopo il regno neroniano.

Aureo di Vespasiano. Di cgb – http://www.cgb.fr/archive,romaines.html, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30630575

LE ORIGINI E LA GRANDE CARRIERA MILITARE
Tito Flavio Vespasiano nacque nella moderna Cittareale, cittadina del reatino, ed apparteneva ad una famiglia di rango equestre comunque agiata e che possedeva molte terre in quella che era la Sabina dell’epoca. Il padre, Tito Flavio Sabino, lavorò molto in quello che potrebbe essere considerato un moderno ufficio dell’economato, essendo sempre a contatto con il conteggio delle tasse e con altre operazioni di tipo finanziario. Probabilmente dalla carriera del padre il futuro imperatore Vespasiano prese l’oculatezza con cui gestì le finanze imperiali, oltre che la grande attenzione per il flusso di denaro e le casse statali avuta per tutta la durata del suo regno. Aveva anche un fratello maggiore mentre altri membri della sua famiglia occuparono posti di prestigio. Di conseguenza ci dobbiamo immaginare che il giovane Vespasiano, nato nel settembre del 9 d.C., avesse praticamente la strada spianata, una strada lastricata di molteplici possibilità che, soprattutto in ambito militare, gli valsero anche quella considerazione che lo portò ad essere in corsa per il trono imperiale. Di conseguenza non ci dobbiamo sorprendere se il suo cursus honorum rappresenti il perfetto percorso politico – militare di un uomo destinato ad essere qualcuno nella gerarchia sociale romana: fu prima questore a 25 anni, in seguito edile e poi pretore nel 40 d.C. In quel periodo a regnare era Caligola, un giovane amante del potere che stava facendo il bello ed il cattivo tempo a Roma, un momento in cui i rapporti tra lui ed i patres erano davvero ai minimi. Nonostante questo, secondo le fonti antiche, Vespasiano non si fece scrupoli a decidere di stare dalla parte dell’imperatore, se è vero che in certi casi appoggiò le decisioni (e a volte anche la crudeltà), prese dal giovane Caligola. Secondo Svetonio, ad esempio, “[Vespasiano] Da pretore, per non trascurare alcun mezzo di ingraziarsi Caligola, che era ostile al Senato, in onore della sua vittoria sui Germani sollecitò giochi straordinari e, come aggravante alla pena dei congiurati, stabilì che fossero lasciati senza sepoltura. Lo ringraziò anche davanti al Senato di avergli fatto l’onore di un invito a cena”. ​Sebbene Svetonio non arrida molto a Vespasiano, è probabile che un giovane in rampa di lancio come lui avesse coscienziosamente fatto una scelta del genere. Dopotutto Caligola era sì instabile ma era comunque l’imperatore, e ciò poteva portare il tutto a suo vantaggio. Furono questi gli anni in cui incontrò e si sposò con Domitilla, colei che divenne sua moglie e che, soprattutto, diede al mondo i suoi figli: Tito, Domiziano e Flavia Domitilla. Il concetto di famiglia fu molto importante in Vespasiano, in quanto lui fu il primo imperatore a non adottare la scelta dell’adozione per la successione imperiale. Con lui l’impero venne dato in gestione, alla morte del regnante, direttamente ai suoi figli, inaugurando così una successione dinastica che fu ripresa particolarmente nel III secolo d.C. Si comprende, ancora meglio, come il potere, per Vespasiano, dovesse essere di tipo praticamente assolutistico (ma senza gli eccessi di un Caligola o Nerone). Nel frattempo Vespasiano si fece notare in campo militare, come quando nella campagna britannica al seguito di Claudio si distinse in molte battaglie e scelte strategiche che, sicuramente, cominciarono a farlo vedere come un abile guerriero e generale. Sempre Svetonio, ad esempio, ricorda un episodio accaduto nell’attuale Somerset, in Inghilterra: “Ebbe trenta scontri con il nemico. Costrinse alla resa due popolazioni, più di venti città fortificate l’isola di Vette, che è molto vicina alla Britannia, agli ordini sia del legato consolare Aulo Plauzio sia dello stesso Claudio. Per questo ricevette le insegne del trionfo e, in breve tempo, due sacerdozi, e inoltre un consolato che esercitò negli ultimi due mesi dell’anno”. Un altro elemento che ci informa di quanto Vespasiano si fosse, ormai, fatto ben più di un nome nella fila dell’esercito, un prestigio che negli anni a venire gli fecero sicuramente comodo, in quanto quest’ultimo era sicuramente una forza sociale molto importante e pressante. Ma per Vespasiano le sorprese dovevano ancora venire, soprattutto quando, sotto il regno di Nerone, dovette viaggiare nelle terre giudaiche per sedare una terribile ribellione.

La distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70, da un dipinto di Francesco Hayez conservato a Venezia, 1867

LE GUERRE GIUDAICHE E LA CHIAMATA AL TRONO
La situazione in Giudea era molto difficile, in quanto Nerone aveva già inviato nella zona il suo legato in Siria, Gallo, il quale fu però sconfitto. Per questo serviva una svolta, serviva una sferzata e, soprattutto, un esercito degno di Roma che potesse a tutti gli effetti sedare quella che poteva essere una miccia che avrebbe potuto far esplodere altre provincie turbolente nell’Impero Romano. La scelta ricadde su Vespasiano e, a leggere le parole di Svetonio, pare che essa fosse stata la migliore possibile: “Poiché erano necessari, per domare quella rivolta, un esercito più consistente e un valente comandante al quale affidare, ma senza rischi, una sì ardua impresa, fu prescelto Vespasiano, soprattutto perché uomo di provato valore e tale da non dare ombra in alcun modo, per la modestia delle sue origini e del suo nome”. Dunque quel generale che aveva già dato grande prova di sé in molte altre campagne militari aveva la possibilità di mostrare, ancora una volta, il proprio valore. Non è questa la sede adatta per discorrere della cosiddetta Guerra Giudaica, che insanguinò la regione dal 66 al 70 d.C. circa, e che divenne ancor più dura proprio con l’arrivo di Vespasiano e le sue nuove legioni che, alla fine, riuscirono nell’intento di detronizzare, almeno in quel momento, una ribellione che come detto avrebbe potuto sconvolgere l’intera regione. A Vespasiano dobbiamo, almeno secondo la tradizione e le fonti scritte, anche il salvataggio dell’uomo che, più di tutti, rappresenta oggi una fonte quantomeno vicina alle vicende qui narrate: Giuseppe Flavio. Costui era un giudeo fatto prigioniero e che aveva profetizzato che sarebbe stato proprio un imperatore a liberarlo. Ma non quello attualmente sul trono, e cioè Nerone, ma proprio quel generale che era stato chiamato per ribaltare le sorti di una guerra che avrebbe potuto costare caro a quest’ultimo, e cioè Vespasiano. Lo stesso Giuseppe Flavio, prendendo sempre con le pinze le sue parole che, certamente, gli valsero anche salva la vita, ci descrive il momento in cui entrò per davvero in contatto con un uomo già avanti con gli anni e che, forse, mai avrebbe pensato di ottenere la porpora imperiale. Giuseppe Flavio descrive, infatti, ciò che disse al romano di fronte a lui: “Tu credi, Vespasiano, di aver catturato soltanto un prigioniero, mentre io sono qui per annunciarti un grandioso futuro. Se non avessi avuto l’incarico da Dio, conoscevo bene quale sorte spettava a me in qualità di comandante, secondo la legge dei Giudei: la morte. Tu vorresti inviarmi da Nerone? Per quale motivo? Quanto dureranno ancora Nerone ed i suoi successori, prima di te? Tu, o Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi pure legare ancor più forte, ma custodiscimi per te stesso. […] e ti chiedo di essere punito con una prigionia ancor più rigorosa se sto mentendo, davanti a Dio”. Sicuramente a seguito di questo episodio Giuseppe Flavio ricevette un trattamento privilegiato, a differenza del canonico trattamento riservato ai prigionieri ordinari.

Vespasiano, archiviata la pratica ed ottenendo i primi successi militari, mise a fuoco il vero obiettivo dell’intera campagna militare: Gerusalemme. La città cinta da possenti mura doveva capitolare o la ribellione non avrebbe mai avuto fine. Vespasiano stava preparando tutto quanto, predisponendo le varie macchine militari d’assedio che avrebbero garantito, con la dovuta pazienza, la riuscita dell’impresa. Ma alla fine Gerusalemme non fu più il centro dei pensieri di Vespasiano, in quanto il vero punto focale della politica dell’epoca divenne l’Urbe. Nel 68 d.C. Nerone si uccise, e la caccia al trono imperiale si aprì ufficialmente, una caccia a cui forse Vespasiano neanche avrebbe pensato di partecipare, impegnato come minimo in una campagna militare che lo vedeva a capo di 60.000 uomini e che era vicina al suo culmine. Certamente l’essere il nuovo imperatore fu una sorpresa per tutti, se è vero che lo stesso Svetonio scrisse “l’imperatore improvvisato e ancora recente, a cui mancavano il prestigio e una certa solennità, ottenne comunque [il potere]”. Lo stesso storico sottolineò come Vespasiano pare non avesse propriamente il phisique du role per diventare imperatore, sia nei modi ma soprattutto nelle origini, ma certamente la scelta fu felice per lo Stato. Una scelta, però, che passò attraverso una vera guerra civile. Alla morte di Nerone, infatti, la situazione politica nell’Urbe divenne particolarmente incerta e pericolosa, in quanto più personalità di rango dell’epoca pensarono che fosse arrivato il momento di tentare il grande colpo e d’impadronirsi del trono imperiale. Anche in questo caso la sede non è quella adatta per analizzare sino in fondo tutte le vicende che, in meno di un anno, portarono Roma ad avere ben tre imperatori diversi: Galba, Otone e Vitellio. Ognuno aveva i suoi appoggi, chi il Senato chi le proprie legioni, ognuno aveva i suoi scopi, ognuno si costruì il necessario consenso pubblico e politico in maniera diversa. Il terzo della lista, Vitellio, fu probabilmente la figura che spiccò per crudeltà nella storiografia romana, un uomo che certamente Vespasiano non poteva amare. Fu lui, infatti, che diede alle fiamme l’intero Campidoglio (distruggendo con il fuoco anche il Tempio di Giove, un sacrilegio vero e proprio), facendo però morire sotto atroci sofferenze Tito Flavio Sabino, il fratello di Vespasiano ed all’epoca prefetto della città. Lui chiese a Vitellio, già alle strette e minacciato dalle legioni di Muciano e Antonio Primo, sodali di Vespasiano che era inizialmente rimasto in Giudea, di fare un passo indietro e garantire una guida stabile all’impero. Come abbiamo visto Vitellio rispose con l’omicidio brutale di Tito Flavio e con il sacrilegio dell’incendio del Tempio di Giove, facendo entrare di diretto sé stesso tra le personalità più odiate dai patres e non solo. Alla fine Vitellio fu ucciso e Vespasiano poté recarsi a Roma, si imbarcò da Alessandria e divenne il nuovo imperatore di Roma il 1° luglio del 69 d.C. Sicuramente, come capitato in precedenza ma anche successivamente, il principale e primigenio consenso che spinse Vespasiano a considerare l’idea di salire al trono provenne proprio dalle file di quell’esercito a cui l’uomo si dedicò anima e corpo. Ad esempio, leggendo sempre Svetonio, veniamo a sapere che l’appoggio dei legionari venne dato al nuovo imperatore non solo dalle coorti che stava egregiamente guidando in Giudea, ma anche da altre di posti molto più lontani. Svetonio, infatti, scrisse che “Tutti [i soldati delle tre legioni di stanza in Mesia che inizialmente servirono Otone, prima del suo suicidio]. venivano scartati per i più diversi motivi; finché alcuni soldati della terza legione, quella che verso la fine dell’impero di Nerone dalla Siria era stata trasferita in Mesia, esaltarono con grandi lodi Vespasiano. Ci fu un accordo generale e scrissero immediatamente il nome di Vespasiano su tutti i loro vessilli”. Dopotutto fu eletto imperatore a 60 anni, età già avanzata e che è ben visibile nella ritrattistica ufficiale, in cui vediamo sempre il volto di Vespasiano così come davvero si presentava, con le sue rughe ma anche la sua risolutezza. Alla fine Vespasiano salì al trono, ed iniziò una nuova era per l’Urbe e per tutto l’impero.

Vespasiano
Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30590344

IL REGNO DI VESPASIANO ED I SUOI TRATTI CARATTERIALI
Sconfitto definitivamente Vitellio, che tanti danni aveva portato a Roma ma anche alla stessa famiglia di Vespasiano (il figlio Domiziano, ad esempio, scampò per un soffio al massacro del Campidoglio), il nuovo imperatore poté buttarsi a capofitto nella sua nuova avventura, forse più subdola e difficile della campagna bellica in Giudea (nel frattempo lasciata nelle mani del fido figlio Tito). Il suo viaggio da Alessandria sino all’Urbe fu una specie di trionfo, momenti in cui il Senato ed il popolo pare che fossero in trepidante attesa di quell’uomo che, finalmente, avrebbe potuto riportare un certo equilibrio nell’impero ponendo fine a quella girandola di imperatori a cui Roma assistette dalla morte di Nerone. Giuseppe Flavio spiegò bene quali fossero le attese, soprattutto da parte di quei patres che tentarono in tutti i modi di ritornare al centro della scena politica senza farsi sovrastare troppo: Il Senato, a conoscenza dei tragici eventi che avevano portato ad un continuo cambiamento di imperatori, premeva affinché ci fosse un princeps di età matura e ricoperto di gloria militare, la cui aura sarebbe stata utile ad assicurare la pace ai cittadini romani”. L’arrivo fu centro trionfale, e giovò moltissimo alla sua persona anche la straordinaria vittoria ottenuta nel 70 d.C. a Gerusalemme, con la conquista della città e l’afflusso nell’Urbe di ingenti somme di denaro ed altri preziosi che vennero utilizzati per incominciare la costruzione dell’Anfiteatro Flavio, forse il vero simbolo di tutta la dinastia capeggiata da Vespasiano. Esso fu un plastico esempio di come il nuovo imperatore voleva a tutti costi avere un consenso popolare molto sviluppato, soprattutto dopo che il popolino ebbe sofferto per le intemperanze di Nerone e per il biennio terribile 68 – 69 d.C. Nonostante questo però, nonostante Vespasiano avrebbe avuto tutti i motivi per crogiolarsi nella sua gloria, eternata da grandiose vittorie militari e da imponenti progetti urbanistici, le fonti ci ricordano di quanto le sue origini non particolarmente nobili rimasero impresse nella mente di Vespasiano, che passò alla storia per aver sempre avuto un carattere abbastanza mite, incline al dialogo e, soprattutto, allergico a voli pindarici o megalomanie. Svetonio scrisse di come, alla richiesta se avesse voluto una statua, magari dorata, eretta in suo onore per commemorare le vittorie in Giudea, Vespasiano avrebbe risposto “Certo, quello sarà il mio piedistallo”, indicando un misero e piccolo piattino lì vicino a lui. Sempre Svetonio, che molto si interessò ai comportanti ed atteggiamenti di Vespasiano e che mai non mancò di rimarcarne l’umiltà, scrisse anche di come non desiderando alcuna particolare celebrazione, “nel giorno del suo trionfo, stanco per la lentezza e la noia della cerimonia [il trionfo], affermò senza problemi di essere stato giustamente punito per avere, alla sua età, voluto il trionfo, come se lo dovesse ai suoi antenati e se avesse mai potuto sperarlo”. Pare confermato dunque il suo stretto legame con le origini familiari, quella famiglia che grazie a lui ascese completamente la scala sociale giungendo sino all’apice. Dunque pareva essere davvero un uomo retto e giusto, sebbene ci fu una parte del suo carattere che, suo malgrado, passò alla storia: la presunta avarizia.

Sempre Svetonio attestò come “(…) si videro in Flavio Vespasiano molti indici e argomenti d’avarizia: egli rinnovò i dazi e le gabelle dismesse, aggiunse nuovi tributi alle provincie, ed in alcuni casi li raddoppiò anche”, il tutto condito da commenti quasi critici nei confronti dell’imperatore che, di conseguenza, avrebbe avuto dei comportamenti che avrebbero fatto vergognare chiunque. Girava a Roma, ad esempio, una storia che aveva Vespasiano come protagonista, una storia in cui si narrava del corte funebre in onore dell’imperatore il quale, sebbene morto, avendo sentito l’ammontare della spesa per la cerimonia funebre, si sarebbe alzato chiedendo di essere buttato nelle acque del Tevere. Questa, almeno, è una versione di una narrazione che metteva sempre in primo piano questa presunta avarizia, immortalata anche dalla celebre frase “pecunia non olet”, che l’imperatore avrebbe pronunciato nel giustificare l’aumento delle tasse sul recupero e l’utilizzo dell’urina (all’epoca molto utilizzata dai tintori per produrre pigmenti colorati e non solo). In realtà, però, tutti questi comportamenti tratteggerebbero un atteggiamento molto prudente da parte di Vespasiano, che dunque tentò in tutti modi, anche in maniere spicce, di rimpinguare le casse dello stato. Sempre Svetonio scrisse di come “[Vespasiano] condusse alle cariche più alte i più rapaci procuratori per poi condannarli quando si fossero arricchiti, che si serviva di questi come spugne”. A quanto pare non si dava dunque scrupoli nell’agire in un modo che poteva quasi sembrare un tradimento, ma alla fine il suo unico vero obiettivo pareva essere la rifondazione economica e finanziaria dell’impero. Dopotutto il numero degli indigenti nell’Urbe era in continua crescita, e sicuramente la dispendiosa campagna in Giudea, così come la crisi politica degli anni successivi, non migliorò la situazione. Per tale ragione Vespasiano agì tantissimo in ambito finanziario, rivoluzionando in parte il fiscus ma, allo stesso tempo, agendo con furbizia. La creazione del cosiddetto fiscus iudaicus andò proprio in questa direzione, poiché si trattava di una tassa che doveva essere saldata specificatamente tutti gli ebrei, una tassa pari a due dracme annui ciascuno. Un modo per aumentare l’afflusso di denaro nelle casse statali e, allo stesso modo, ricordare a tutti quanto Vespasiano fosse il difensore dell’Urbe e dell’impero, colui che è capace di sottomettere, anche finanziariamente, gli sconfitti. Forse già al suo tempo l’avarizia di Vespasiano, o meglio ancora la sua oculatezza e la sua spasmodica ricerca di denaro, aveva provocato non pochi dibattiti. Lo stesso Svetonio scrisse: “Vi sono invece altri che ritengono che egli sia stato spinto a saccheggi e rapine dalla necessità, per l’estrema povertà dell’erario e del fisco, che aveva denunciato sùbito fin dall’inizio del suo principato, dichiarando che «erano necessari quaranta miliardi di sesterzi perché lo Stato potesse reggersi”. Insomma alla fin fine sembra proprio che quel tratto caratteristico che portò Vespasiano ad assomigliare più ad un esattore delle tasse che a un imperatore dipese soprattutto dalla situazione congiunturale dell’epoca una situazione in parte drammatica che un uomo d’armi come Vespasiano raddrizzò con rigore e, forse, poco tatto. Andò avanti per la sua strada, tanto che non si fece scrupoli ad eliminare ogni tipo di ostacolo in quello che doveva essere il processo di risanamento imperiale. Anche in tale ottica si legge la mossa che lo consacrò come primo, vero, imperatore di Roma.

Tavola bronzea con lex imperio vaspasiani, 69-70. Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30590314

LA LEX DE IMPERIO VESPASIANI ED IL NUOVO REGNO
Nel dicembre del 69 d.C. il Senato ratificò una nuova legge, che prese il nome di Lex de Imperio Vespasiani, con la quale fondamentalmente si modificarono nelle fondamenta non tanto le funzioni, quanto l’esistenza stessa della figura dell’imperatore. Tale legge, infatti, sancì nuovamente alcune delle prerogative che fecero la fortuna dei princeps del passato (soprattutto Augusto, Tiberio o Claudio), prerogative che ad esempio ponevano l’imperatore al di sopra della legge stessa e che davano al capo dello stato, per usare un termine moderno, un’ampia discrezionalità. Ad esempio venne sancito che “Perché abbia il diritto e il potere di fare ed effettuare tutto ciò che riconoscerà utile per lo stato e gli rechi grandezza nelle questioni divine e umane, pubbliche e private, come spettò ad Augusto, Tiberio e Claudio”, dunque, appunto, ampia discrezionalità. Per rafforzare il concetto si sancì anche che l’imperatore era absolutus ex legibus, cioè talmente oltre la legge che ogni sua decisione non poteva essere cancellata, modificata né criticata. Un potere decisionale senza limiti come li avevano altri, ma con un’unica vera differenza: in questo caso vi fu la promulgazione di una legge che sancì quanto i princeps precedenti fecero, quasi più per ispirazione divina che altro. Con la Lex de Imperio Vespasiani l’imperatore diventa tale giuridicamente parlando, praticamente per legge. In questo modo Vespasiano poté governare avendo la certezza di poter decidere in totale autonomia. E come usò tale rinnovato potere, derivante dall’infallibilità dell’imperatore e dal fatto che ciò che lui affermava era, automaticamente, legge?

Sicuramente Vespasiano non passò alla storia per essere un meschino, un corrotto ed un regnante dedito più ai piaceri della vita di corte. Molte decisioni prese, anzi, servirono a dare una nuova stabilità politica all’impero e, soprattutto, a ricostruire dalle fondamenta tutti quei gangli amministrativi e statali che avevano permesso l’indebolimento del regno stesso. E per fare ciò Vespasiano partì proprio dagli uomini, sostituendo appartenenti alla classe senatoriale o equestre che occupavano posizioni sociali di un certo rilievo con altri certo di sua fiducia, ma che allo stesso tempo avevano fama di essere retti e giusti. Attinse soprattutto dagli italici, per centralizzare meglio il potere e rendere più stretto il legame tra l’impero e l’Urbe, centro naturale del potente regno. Per la sua sicurezza personale, e memore di quanto importante fosse questa scelta, impose che l’intera guardia pretoriana fosse composta proprio dagli italici, così da evitare che persone che potevano essere percepite come straniere, e che potevano remare contro l’imperatore, avessero la possibilità di distruggere l’operato di Vespasiano dall’interno. In un’ottica di pulizia interna, in quella che fu una sorta di repulisti a tutto tondo, non ci si deve sorprendere più di tanto se l’imperatore della Gens Flavia si preoccupò anche di rendere Roma una città più moderna, almeno per quel tempo, o quantomeno più igienica. Promulgò leggi che colpirono, con multe anche salate, tutti coloro che avessero lasciato i rifiuti per strada, promuovendo anche la ricostruzione di bagni pubblici che, nell’ottica di Vespasiano, avrebbero ridotto il numero di coloro che lordavano le strade dell’Urbe. Da considerare, ovviamente, gli immancabili progetti architettonici ed urbanistici che dovevano essere la cartina di tornasole di ogni buon regnante che si rispetti: la ricostruzione del Tempio di Giove, l’avvio dell’enorme e faticoso cantiere per la realizzazione dell’Anfiteatro Flavio e dello straordinario Foro della Pace sono tra i simboli, eterni, di un regno caratterizzato da grande equilibrio ed opulenza. Un’opulenza, però, che si riflesse soprattutto in ambito architettonico ma non, come accadde nel periodo neroniano ad esempio, dal punto di vista degli spettacoli o dei giochi. Anzi, Vespasiano tagliò i fondi per l’organizzazione delle feste e di tutte le attività sportive, compresi anche giochi gladiatori e similari, sempre in un’ottica di gran risparmio ed oculatezza che, in molti, fu scambiata per pura avarizia. L’imperatore scelse con cura dove e cosa tagliare, arrivando a che a ridurre tutte le spese inerenti alla casa imperiale ma, anche, all’assistenza delle classi meno agiate. Tutto andava bene pur di rimettere in sesto un’economia statale quasi distrutta dagli anni di turbolenze politiche, cominciate ben prima della morte di Nerone. Ma Vespasiano fece molto di più, ad esempio arrivando a dare un nuovo impulso alle arti in generale, proteggendo o aiutando economicamente poeti o retori. Fu una sorta di mecenate delle arti insomma, come descrisse lo stesso Svetonio: “Fu il primo ad assegnare, attingendo al fisco, una pensione annua di centomila sesterzi per ciascuno ai retori latini e greci; i poeti più insigni, nonché gli artisti, come il restauratore della Venere di Coo e così pure quello del Colosso, gratificò con ricchi donativi e lauti stipendi, e anche a un ingegnere, che assicurava di poter trasportare sul Campidoglio con modica spesa alcune enormi colonne, offrì un premio non indifferente per il progetto, ma poi rinunciò all’esecuzione dell’opera dicendogli che gli lasciasse sfamare il popolino». Come sempre, insomma, se da una parte Vespasiano dava, dall’altra toglieva, nell’ottica di una meritocratica ed equa distribuzione delle risorse. Ovviamente prese decisioni anche in ambito militare, l’ambiente che lui riteneva più affine alle sue capacità ed aspirazioni, e tra le misure prese vi l’aumento di forse ausiliare che andarono a rafforzare quei ranghi fortemente indeboliti dalla mancanza di reclute e di forze fresche (distrutte a causa delle guerre del 68-69 d.C.). Rinforzò anche i confini con la realizzazione di nuovi fortilizi, soffocò nel sangue grazie al figlio Tito gli ultimi focolai di rivolta in Giudea, così come affossò le velleità dei Batavi, che stavano creando problemi. Nonostante da molti, anche dai suoi contemporanei, Vespasiano venisse considerato un grande generale e stratega ma non un eccellente soldato, sicuramente l’imperatore sapeva bene come muoversi in quell’ambiente, capendo quali dovevano essere i bisogni dell’esercito. Non vi era sempre e solo la battaglia, ma anche la preparazione e l’organizzazione. A proposito Giuseppe Flavio, narrando della campagna giudaica guidata dal non ancora imperatore Vespasiano, scrisse che Se qualcuno crede che la gloria della vittoria sarà meno bella senza combattere, prenda in considerazione che la vittoria ottenuta senza correre pericoli è migliore rispetto a quella che ne consegue passando attraverso l’incertezza della battaglia. E non sono meno gloriosi coloro che raggiungono gli stessi risultati in combattimento, riuscendo a dominarsi con freddo freddo calcolo”. Da qui si comprende come l’imperatore spesso preferisse riflettere prima di agire, un atteggiamento che riversò nel suo regno e nelle sue decisioni. Vespasiano fece tutto questo ed anche di più nei suoi anni di regno, anni che furono vissuti felicemente e sempre alla ricerca di una ricostruzione di un impero che con lui divenne sicuramente più forte. Arriviamo al 79 d.C. quando, all’età di quasi 70 anni, Vespasiano morì.

Il mondo romano dopo la morte di Vespasiano e la relativa dislocazione delle legioni romane. Di Cristiano64 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6137811

LA MORTE DI VESPASIANO ED IL SUO LASCITO
Non sappiamo ancora bene per quale ragione l’imperatore morì, esalando il suo ultimo respiro in un’atmosfera mesta ma allo stesso tempo tranquilla e rilassata. Dopotutto già da tempo aveva determinato la successione, con estrema chiarezza, affermando che alla sua morte Tito, il figlio naturale, avrebbe dovuto prendere il suo posto. Era finita dunque l’era dell’adozione che aveva caratterizzato la dinastia giulio-claudia, che tanti problemi avevi portato, soprattutto in seno alla famiglia imperiale. Per Vespasiano, un uomo sicuramente diretto e pragmatico, la scelta di lasciare il potere al figlio era più che naturale, un modo diretto per perpetrare potere e politica. Forse morì a causa di una grande quantità di acqua gelata bevuta tutta assieme in maniera improvvida, forse aveva altre debilitazioni che per un uomo di quasi 70 anni possono sempre capitare. Nonostante questo Vespasiano, a leggere le fonti scritte, non perse quello spirito che aveva contraddistinto la sua vita di imperatore e l’aneddotica conseguente, se è vero che ai primi seri accenni di malattia esclamò allegramente: “Purtroppo mi sto trasformando in un Dio” (Svetonio). E così effettivamente accadde, in quanto Tito, tra le prime decisioni intraprese, fece di tutto per divinizzare immediatamente il padre, un uomo che con tutte le sue forze aveva permesso all’impero di emergere più forte ed organizzato di primo, di uscire dalle secche di un avvitamento politico e sociale che stava via via indebolendo la figura stessa di un princeps che pareva non essere più in grado di determinare pace e stabilità. In un contesto di continua umiltà, come espresso anche da Svetonio quando scrisse che “[Vespasiano] dall’inizio del suo impero fino alla fine, fu semplice e clemente. Non nascose mai la modestia della propria origine, anzi frequentemente se ne gloriò”, Vespasiano ebbe comunque la forza non solo di ribadire la posizione dominante del princeps, ma di renderla tale anche per vie legislative e giudiziarie, aprendo così la strada ad un vero e proprio impero comandato da un uomo con pieni poteri. Fu un uomo ricordato anche per il suo spirito umoristico, sempre pronto alla battuta ed anche all’autoironia, tutte caratteristiche che in un certo senso emergono ancora oggi dalla ritrattistica ufficiale di un imperatore che sembra avere sempre un volto sereno e felice. Allo stesso tempo non dimentichiamoci di come riuscì, per ben 10 anni, a governare un impero sull’orlo di una profonda crisi, guidandolo verso un futuro certamente più radioso di quello che sembrava paventarsi all’orizzonte dopo la morte di Nerone.

Gianluca Pica

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