5 agosto – Saluti in Colle Quirinale

Un’antica consuetudine che si era relativamente perduta durante l’età repubblicana, e perciò ripristinata con sfarzo da Ottaviano Augusto, prevedeva che una volta all’anno i consoli compissero un sacrificio a Salus Publica Populi Romani, sulla base del rituale dell’augurium salutis. Questo doveva essere probabilmente uno dei riti più segreti della religione romana, noto anche come Augurium Maximum e si svolgeva in due fasi: una di invocatio e una di precatio.

Nella prima, gli auguri invocavano gli Dei per chiedere loro se i magistrati potessero pregare per la prosperità dello Stato. Dopodiché, i sacerdoti prendevano gli auspici tramite l’osservazione del volo degli uccelli. Se il responso fosse stato positivo, sarebbe iniziata la seconda fase, nella quale i magistrati avrebbero potuto compiere il rito diretto a Salus, mediante una formula specifica precedentemente enunciata dai sacerdoti. Se si fosse celebrato il rito senza il permesso degli Dei, i magistrati sarebbero stati accusati di empietà.

Privatamente, la dea veniva pregata con offerte di salvia e alloro.

Salute era la dea romana che personificava e proteggeva la salute fisica dei cittadini, e il benessere e la prosperità della comunità. Salus era quindi assimilabile solo in parte alla greca Igea, quella che si occupava della cura del corpo, ma in generale questa divinità proteggeva la serenità economica dei Romani.

Più di un’antica iscrizione (CIL I, 49; 179) ci tramandano che Salus era una divinità venerata sul Colle Quirinale già in età arcaica. Era nota anche col nome di Salus Semonia (CIL VI, 30975) forse perché paredra di Semo Sancus, un’altra divinità con un tempio sullo stesso colle. Sappiamo che un primo tempio consacrato alla dea fu dedicato nel 303 a.C. dal console e dittatore Caio Iunio Bubulco (vincitore della Seconda Guerra Sannitica) alle None di Agosto, e che finì distrutto in un incendio durante il regno di Claudio (I secolo d.C.); mentre il secondo tempio rimase in piedi almeno fino al IV secolo d.C. Tuttavia, il dibattito archeologico sulla collocazione del tempio è ancora aperto. Dai riferimenti di Cicerone, sembra che il tempio di Salute si trovasse sul colle Quirinale, vicino a quello di Quirino, ma altri autori indicano come probabile sede del tempio invece il colle Salutaris, nei pressi del Clivius Salutis (strada corrispondente all’attuale Via della Consulta). L’ipotesi più accreditata oggi è che il tempio si trovasse nell’area occupata attualmente dal Palazzo Barberini, dove sono state trovare due iscrizioni dedicatorie alla dea.

All’interno del tempio troneggiavano gli affreschi con scene di scontri militari realizzati da Caio Fabio Pittore (antenato dello storico Quinto Fabio Pittore), oltre a esservi collocata una statua di Catone il Censore realizzata per volere del Senato, affinché venisse onorata e ricordata la sua guida saggia e illuminata.

Salute veniva solitamente rappresentata seduta, con le gambe incrociate e il gomito sinistro appoggiato sullo schienale della sedia, mentre con la mano destra invece, sorregge una patera (una sorta di scodella usata per le libagioni religiose) dalla quale si abbevera un serpente, le cui spire si avvolgono a un altare o al braccio della dea. Molto di rado il serpente era avvolto a un bastone, tenuto da Salute. In età imperiale l’iconografia più comune di Salute la riprendeva in piedi, mentre porge al serpente la patera.

5 agosto - Saluti in Colle Quirinale
Aureo con impressa l’effigie di Salus, II secolo d.C. (del Club Numismatico Internazionale).

 

Antonietta Patti
Archeologa


BIBLIOGRAFIA

  • Lucio Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, XXXVII, 24-25; LI, 20;
  • Marco Tullio Cicerone, Epistolae ad Atticum, IV, I, 4; XII, 45, 3;
  • A. Ferrari, Dizionario di Mitologia, UTET, Novara 2015;
  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, libro IX, 43;
  • Ambrodio Teodosio Macrobio, Saturnalia, I, 16, 8;
  • Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, vol. XXXV, 19;
  • Plutarco, Βίοι Παράλληλοι (Vite parallele), Catone il Vecchio, XIX, 3;
  • Servio Mario Onorato, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, III, 265; XII, 176;
  • Quinto Aurelio Simmaco, Epistole, V, 54, 2.
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